ciao!

21 feb 2018

Gesù spezza il pane


PAPA FRANCESCO - IL MISTERO DELLA PAZIENZA DI DIO (2013)


PAPA FRANCESCO - IL MISTERO DELLA PAZIENZA DI DIO (2013)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 28 giugno 2013 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 148, Sab. 29/06/2013)

Non esiste «un protocollo dell’azione di Dio sulla nostra vita», ma possiamo esser certi che, prima o poi, egli interviene «a modo suo». Per questo non dobbiamo farci prendere dall’impazienza o dallo scetticismo, anche perché quando ci scoraggiamo e «decidiamo di scendere dalla croce, lo facciamo sempre cinque minuti prima della rivelazione». È questo invito a saper accettare e a riconoscere i tempi di Dio quello che il Papa ha rivolto durante la messa celebrata questa mattina, venerdì 28 giugno, nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Tra i presenti, personale della Direzione di Sanità e Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, guidato dal direttore Patrizio Polisca.
Dio cammina sempre con noi «e questo è sicuro» ha detto il Pontefice. «Dal primo momento della creazione — ha spiegato — il Signore si è coinvolto con noi. Non ha creato il mondo, l’uomo, la donna, e li ha lasciati. Ci ha creati a sua immagine e somiglianza». Dunque fin dall’inizio dei tempi c’è «questo coinvolgimento del Signore nella nostra vita, nella vita del suo popolo», perché «il Signore è vicino al suo popolo, molto vicino. Lui stesso lo dice: quale popolo sulla terra ha un Dio tanto vicino come voi?».
«Questa vicinanza del Signore — ha affermato Papa Francesco — è un segno del suo amore: lui ci ama tanto che ha voluto camminare con noi. La vita è un cammino che lui ha voluto fare insieme a noi. E sempre il Signore entra nella nostra vita e ci aiuta ad andare avanti». Ma, ha precisato, «quando il Signore viene, non sempre lo fa alla stessa maniera. Non esiste un protocollo dell’azione di Dio sulla nostra vita. Una volta lo fa in una maniera, un’altra volta lo fa in un’altra maniera. Ma lo fa sempre. Sempre c’è questo incontro fra noi e il Signore».
Nel passo del vangelo di Matteo (8, 1-4) della liturgia del giorno «abbiamo visto — ha evidenziato il Santo Padre — come il Signore entra subito nella vita di questo lebbroso». Racconta l’evangelista che «quando Gesù scese dal monte molta folla lo seguì. Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: “Signore, se vuoi, puoi purificarmi”. Tese la mano e lo toccò dicendo: “Lo voglio!”». Dunque Gesù interviene «subito: la preghiera e il miracolo».
Al contrario, nella prima lettura, tratta dal libro della Genesi (17, 1.9-10.15-22), «vediamo — ha spiegato il Papa — come il Signore entra nella vita di Abramo passo dopo passo, lentamente. Quando Abramo aveva ottantanove anni», Dio gli aveva assicurato la nascita di un figlio. «Oggi abbiamo letto che a novantanove anni, dieci anni dopo, gli promette un figlio. Sono passati dieci anni. I saggi ci dicono: per il Signore un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno» ha sottolineato il Pontefice.
«Il Signore — ha proseguito — segue sempre il suo modo di entrare nella nostra vita. Tante volte lo fa tanto lentamente che noi siamo nel rischio di perdere un po’ la pazienza: “ma, Signore, quando?”. E preghiamo e preghiamo, ma non viene il suo intervento sulla nostra vita». Altre volte, invece, «pensiamo a quello che il Signore ci ha promesso, ma è tanto grande che siamo un po’ increduli, un po’ scettici, e come Abramo un po’ di nascosto sorridiamo».
Infatti il brano della Genesi «ci dice che Abramo nasconde la sua faccia e sorride. Un po’ di scetticismo: “Ma come io, a cent’anni quasi, avrò un figlio e mia moglie a novant’anni avrà un figlio!”». E «lo stesso — ha aggiunto il Pontefice — farà Sara alle Querce di Mamre, quando i tre angeli» ripetono l’annuncio «ad Abramo mentre lei era un po’ nascosta dietro la porta della tenda: spiava sicuro per sentire di cosa parlavano gli uomini, ma questo è sempre successo... E lei, quando ha sentito questo, sorrise. Sorrise di scetticismo».
Lo stesso accade anche a noi, come ha fatto notare Papa Francesco: «Quante volte, quando il Signore non viene, non fa il miracolo e non ci fa quello che noi vogliamo che lui faccia, diventiamo o impazienti — “ma non lo fa!” — o scettici: “non può farlo!”».
«Il Signore prende il suo tempo — ha continuato il Pontefice — ma anche lui, in questo rapporto con noi, ha tanta pazienza. Non soltanto noi dobbiamo avere pazienza. Lui ne ha, lui ci aspetta. E ci aspetta fino alla fine della vita, insieme al buon ladrone che proprio alla fine ha riconosciuto Dio. Il Signore cammina con noi, ma tante volte non si fa vedere, come nel caso dei discepoli di Emmaus».
«Il Signore — ha detto ancora il Santo Padre — è coinvolto nella nostra vita, questo è sicuro, ma tante volte non lo vediamo. E questo ci chiede pazienza. Ma il Signore, che cammina con noi, anche lui ha tanta pazienza con noi: il mistero della pazienza di Dio che, nel camminare, cammina al nostro passo».
«Alcune volte — ha spiegato Papa Francesco — nella vita le cose diventano tanto oscure. C’è tanto buio. E noi abbiamo voglia, se siamo in difficoltà, di scendere dalla croce. E questo è il momento preciso: la notte è più buia quando è prossima l’aurora. E sempre, quando noi scendiamo dalla croce, lo facciamo cinque minuti prima che venga la rivelazione. È il momento dell’impazienza più grande». Qui ci viene in aiuto l’insegnamento di Gesù, che «sulla croce sentiva che lo sfidavano: “scendi, scendi, vieni!”». Ci vuole perciò «pazienza fino alla fine, perché lui ha pazienza con noi. Lui entra sempre. Lui è coinvolto con noi. Ma lo fa a modo suo e quando lui pensa che sia meglio, ci dice soltanto quello che ha detto ad Abramo: “Cammina nella mia presenza e sii perfetto, sii irreprensibile”: è proprio la parola giusta».
Il Pontefice ha concluso l’omelia pregando il Signore perché conceda a tutti la grazia di «camminare sempre nella sua presenza cercando di essere irreprensibili. Questo è il cammino con il Signore e lui interviene, ma dobbiamo aspettare: aspettare il momento camminando sempre nella sua presenza e cercando di essere irreprensibili».


20 feb 2018

La tenerezza di Dio


LA MISERICORDIA NELL’ANTICO TESTAMENTO


LA MISERICORDIA NELL’ANTICO TESTAMENTO

Mons. Marco Frisina

Il concetto di misericordia nell’Antico Testamento è rappresentato da un ventaglio di significati tra loro complementari, capaci di descrivere l’atteggiamento di Dio nei nostri confronti in tutta la sua ricchezza. I termini usati sono più di uno e ciascuno di essi mostra una qualità e una dinamica dell’azione di Dio: solo nella loro complessità possiamo comprendere tutta «l’ampiezza, l’altezza e la profondità» dell’amore di Dio (cf. Ef 3,18).     
A questo riguardo è particolarmente interessante l’autopresentazione del Signore che ci offre il brano di Es 34,5-7. Qui Dio si rivela a Mosè dichiarando la propria identità e mettendo insieme i termini biblici che si riferiscono a quella che noi chiamiamo sinteticamente misericordia ma che in realtà è un concetto molto più ampio. Il brano dice:

Allora il Signore scese nella nube,
si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore.
Il Signore passò davanti a lui proclamando:
"Il Signore, il Signore, Dio misericordioso (ra?um) e pietoso (?annun),
lento all'ira (‘erek ‘appim) e ricco di grazia (?esed) e di fedeltà (‘emeth) ,
che conserva il suo favore (?esed) per mille generazioni,
che perdona (nose’) la colpa, la trasgressione e il peccato,
ma non lascia senza punizione,
che castiga la colpa dei padri nei figli
e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione" (Es 34, 5-7).

In questi versetti è riassunto il vocabolario anticotestamentario della misericordia in tutta la sua ricchezza espressiva. I diversi termini ?esed, re?em e ?nn rappresentano le sfaccettature di un concetto complesso e profondo che non possiamo semplicemente definire con un termine unico ma come un concetto multiforme che dobbiamo approfondire con una lettura della Scrittura trasversale. I tre termini rimandano l’uno all’altro e spesso sono collegati insieme formando una sorta di collana, costringendoci a passare dall’uno all’altro per comprendere il significato di ciascuno. Queste parole rivelano il volto e il cuore di Dio con tutto il suo mistero, quell’identità che Giovanni sintetizzerà con l’espressione: «Dio è amore» (1Gv 4,16).
Hesed – bontà-benevolenza
Il termine ?esed ha sfumature diverse, indica la bontà, la grazia ma anche la benevolenza, è usato prevalentemente nei Salmi (127 volte) e in vari luoghi particolarmente significativi, come in Es 20,6; 34,6-7; Dt 5,9ss; Is 9,6 ed altri. Spesso è usato in relazione con ‘emet, come nel caso di Es 34, che ci ricorda fortemente come la benevolenza di Dio e la sua fedeltà all’alleanza stretta con il suo popolo sono in relazione strettissima. Questa benevolenza divina è anche fedele e generosa, tollera le debolezze e le infedeltà degli uomini perché si fonda sulla sua eterna fedeltà. Questa bontà divina descrive dunque una relazione esigente tra Dio e l’uomo, si tratta di una benevolenza che esige reciprocità, anche l’uomo deve dimostrare la sua ?esed nei verso Dio che diviene risposta amorosa nei confronti dell’atteggiamento del Signore che si piega sull’uomo offrendogli la sua magnanimità. Questa espressione che accosta benevolenza e fedeltà indica per gli studiosi una formula liturgica: infatti possiamo trovare la ricorrenza nel Salterio dell’espressione ?esed w?’emet (Sal 25,10; 40,11.12; 57,4; 61,8; 86,15; 115,1; 138,2 e altri). La benevolenza (?esed) di Dio riempie l’universo (Sal 33,5; 119,64), è alta come il cielo e scende sull’uomo (57,11; 86,13; 117,2), lo segue, lo protegge, lo circonda, lo nutre (32,10; 90,14 etc.). L’espressione liturgica la sua misericordia è per sempre (kî l?olam ?asdô) diviene l’elemento fondamentale della litania del salmo 136. Il canto del salmista è una vera apoteosi della fedeltà misericordiosa di Dio che viene contemplata nella creazione e nella storia di Israele. Questa benevolenza divina percorre la storia e ne diviene il significato profondo, la chiave di lettura. Similmente nel Cantico della Vergine Maria si ricorda che «di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono» (Lc 1,50). La fedeltà all’Alleanza di Dio si trasforma nell’uomo in una corrispondenza amorevole e gioiosa. Egli è sempre «lento all’ira» (‘erek ‘appim) perché proprio la benevolenza e la bontà sono proprie della natura divina: ogni azione di Dio lo rivela.
Il termine ?esed può essere riferito anche ai comportamenti umani, soprattutto negli scritti sapienziali, con il significato di benevolenza, che si traduce in un atteggiamento gratuito e amichevole e in una attenzione concreta verso l’altro. Ma gli uomini devono avere soprattutto ?esed verso Dio, ovvero dedizione cordiale e amore verso di lui, come appare in Os 2,21:
Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa
nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza.
Rhm – tenerezza-compassione
In questo brano del profeta Osea la parola ?esed è accostata a un altro termine che appare tra gli attributi di Dio, ugualmente importante per comprendere il senso della misericordia nell’AT: ra?ªmim che significa viscere, utero, profondità affettiva. Questo termine descrive il sentimento della misericordia, la tenerezza che scuote le viscere, lì dove si reputava fosse l’origine di questo sentimento. Inoltre re?em designa l’utero femminile con tutto il significato simbolico che questo viene ad avere in riferimento alla misericordia di Dio (cfr. Is 63,15; Ger 31,20). L’accostamento a ?esed, come in Es 34, ci fa comprendere come la benevolenza di Dio non è astratta e lontana ma si fa commozione profonda, viscerale, tenerezza che fa fremere la nostra interiorità (Is 54,8.10; Lam 3,32). Nella Scrittura r?m, “avere misericordia-tenerezza”, è usato in Is 49,15 per descrivere l’amore tenero della madre per il suo bambino, un amore grandissimo anche se quello di Dio per noi lo trascende infinitamente.
Si dimentica forse una donna del suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?
Anche se costoro si dimenticassero,
io invece non ti dimenticherò mai. (Is 49,15)
Il termine viene usato anche per descrivere l’amore paterno nel Sal 103,13:
Come è tenero un padre verso i figli,
così il Signore è tenero verso quelli che lo temono.

Così anche nel Sal 145,8-9:
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Il termine r?m nella Scrittura è sempre riservato a Dio e al rapporto di figliolanza che egli realizza con il suo popolo (Os 1,6; 2,6.25; Ger 12,15; 42,12; Zac 10,6) fino a divenire semplicemente un attributo di Dio (Is 49,10; 54,10). Il legame con il perdono è sottolineato in altri brani, tutti straordinari per comprendere come la tenerezza di Dio è concreta e vicina ad ogni uomo peccatore (1Re 8,50; Is 55,7; Mi 7,19; Pro 28,13; Dan 9,9).
Hnn – essere clemente-far grazia
Spesso troviamo accostati i termini r?m e ?nn: l’uno e l’altro si completano a vicenda mostrando uno la tenerezza profonda e l’altro la condiscendenza del sovrano verso il suo suddito. Infatti il termine ?en, “grazia”, deriva dal linguaggio di corte dove il sovrano concede la grazia e il suo favore a un sottoposto. Nella Scrittura troviamo l’espressione “trovare grazia presso Dio” (cfr. Noè: Gen 6,8; Mosè: Es 33,12; Gedeone: Gdc 6,17; Davide: 1Sam 16,22; Ester: Est 7,3; Maria: Lc 1,30), essa accompagna la storia della salvezza mostrando la misericordia attiva di Dio nei confronti degli uomini, del Signore e dei suoi servi fedeli ai quali egli concede misericordia. Il verbo ?nn può tradursi con essere misericordioso e clemente, avere considerazione, concedere favore e affetto, ed è rivolto ai bisognosi, ai poveri (cfr. gli anziani: Lam 4,16; gli orfani: Sal 109,12; i bambini: Dt 28,50). In Proverbi si sottolinea il rapporto tra la nostra compassione per i miseri e il comportamento di Dio: «Chi opprime il povero offende il suo creatore, chi ha pietà del misero lo onora» (Pro 14,31), «Chi ha pietà del povero fa un prestito al Signore, che gli darà la sua ricompensa». (Pro 19,17). Questo verbo è attribuito solamente al Signore, egli solo fa grazia, egli solo può donare il perdono ed esercitare la clemenza nei confronti del peccato e della colpa.
Il verbo ?nn ricorre anche nel nome del profeta Giovanni, Jo?anan significa infatti “il Signore fa misericordia” , e caratterizza fortemente la vocazione e la missione del profeta. La vita di Giovanni Battista diviene l’incarnazione concreta dell’annuncio della salvezza e della misericordia di Dio, la sua persona è già la certezza che il Signore viene a fare misericordia al suo popolo. La grazia che il Signore viene a portare è il perdono e la riconciliazione, è la restaurazione da parte di Dio di quell’alleanza abbandonata e tradita che Cristo viene a sigillare con il suo sacrificio d’amore.
La misericordia, dunque, non è semplicemente un atteggiamento di bontà e generosità verso il prossimo ma è una realtà più ampia e articolata che descrive l’atteggiamento di Dio nei confronti della creazione e degli uomini. La misericordiosa benevolenza di Dio deriva dalla sua eterna fedeltà all’alleanza, è la manifestazione del suo progetto d’amore per gli uomini, di quel «mistero nascosto nei secoli» di cui ci parla Paolo (Ef 1). Quest’atteggiamento unisce in sé anche la compassione e la tenerezza di un padre nei confronti della debolezza della sua creatura e insieme è volontà di grazia e perdono. Gli attributi divini con cui il Signore si rivela a Mosè nella visione di Es 34 ci rivelano veramente l’identità di Dio, il suo cuore che ama eternamente e nello stesso tempo la sua infinita grandezza. Quando l’uomo entra nel rapporto profondo dell’alleanza con Dio deve comportarsi come lui: anche noi dobbiamo imparare questa misericordia, ritrovare la causa della benevolenza divina, il rapporto autentico e profondo con lui, e viverlo coerentemente con i fratelli. Noi siamo un popolo di graziati e perdonati: condividere questa consapevolezza, imparare a perdonare e a piegarci verso l’altro ci rende imitatori di Dio ed eredi dei beni straordinari dell’alleanza. Gesù viene a svelare tutto questo e compiendo la nuova ed eterna alleanza ci mette in comunione con lui, rendendoci così capaci di essere «misericordiosi come il Padre» (Lc 6,36).

19 feb 2018

la conversione di San Paolo


RAVVEDIMENTO


RAVVEDIMENTO

di Ettore Panizon 

La vita spirituale viene da una nuova nascita (Giovanni, 3:3-8). E come la vita naturale inizia con il travaglio della madre e l’impegno del nascituro, così anche l'inizio della vita spirituale è un'esperienza che coinvolge tutto il nostro essere, perché richiede un grande sforzo e una grande determinazione da parte di chi vi partecipa (Luca, 13:24).
Normalmente, per brevità, chiamiamo questa esperienza conversione, ma questo termine esprime solo una parte della realtà a cui si riferisce. Conversione (nel greco del Nuovo Testamento, epistrofé) è una parola che indica un cambiamento di direzione. La parola ebraica corrispondente (teshuvah) viene dalla radice di un verbo che significa "ritornare". Queste metafore hanno tutte a che fare con il camminare, azione che nel linguaggio della Bibbia simbolizza il modo di vivere e di agire.
Spiritualmente, la conversione indica quindi una trasformazione morale: si lasciano abitudini e modi di fare e se ne prendono altri. Ma come accade tutto ciò?
dice il SIGNORE: Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve (Isaia 1:18)
Quando parlano di conversione, le Scritture di solito non mancano di riferirsi alla trasformazione interiore che motiva questo cambiamento di vita, che è anzi il centro dell’esortazione a ritornare a Dio: il ravvedimento. Dopo aver guarito un mendicante zoppo fin dalla nascita, Pietro, parlando alla folla di Israeliti che chiedevano stupiti cosa dovessero fare per essere salvati, concluse il suo breve discorso dicendo: "Ravvedetevi dunque e convertitevi, perché i vostri peccati siano cancellati" (Atti, 3:19). Le due azioni della conversione e del ravvedimento vengono nominate separatamente non perché si tratti di due azioni separate, ma perché sono, al contrario, necessariamente connesse. Giovanni Battista prima e Gesù poi hanno innanzitutto chiamato Israele a ravvedimento, dicendo a tutti «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mtatteo, 3:2 e 4:17).
La parola del Nuovo Testamento che traduciamo con ravvedimento (metanoia) significa in greco "cambio di mente", ma non si tratta certo di un cambiamento solo mentale. Nella Bibbia, la mente non è soltanto la facoltà di ragionare, ma in generale tutto ciò che avviene dentro di noi: ciò che non si vede, ma che si manifesta con le nostre azioni. Per questo, sia Giovanni che Gesù hanno espressamente indicato la necessità che il ravvedimento porti dei frutti: "fate dei frutti degni del ravvedimento" (Matteo, 3:8 e Luca, 3:8).
Non c’è vera conversione senza ravvedimento e non c’è vero ravvedimento se questo non produce una vera conversione.
Per questo, il ravvedimento non è la stessa cosa del pentimento, e tanto meno va confuso con il rimorso. La vita naturale è piena di pentimenti e di rimorsi, ma non altrettanto di buoni frutti. Paolo scrive che i pensieri dell’uomo naturale "si accusano o anche si scusano a vicenda" (Romani, 2:15). Ci tormentiamo perché pensiamo sempre a noi e non riusciamo a fare altrimenti. Ci rimproveriamo di aver fatto qualcosa o di non aver fatto qualcos’altro, ma raramente riflettiamo sul perché delle nostre azioni o delle nostre omissioni.
Il vero ravvedimento non si riferisce alle cose sbagliate che facciamo ogni giorno e per le quali più o meno sinceramente anche ci addoloriamo, ma alla ragione per cui facciamo tutti questi sbagli. Giuda si pentì di aver tradito Gesù, ma non si ravvide della mancanza di fede che l'aveva condotto al tradimento, altrimenti non si sarebbe impiccato (Matteo, 27:3).
La radice di ogni peccato è la mancanza di fede in Dio. In generale, si pecca quando non si agisce per fede; perché si agisce senza convinzione, cioè senza una buona ragione per fare quello che si sta facendo, così l’azione non è retta, né trasparente e la coscienza non è del tutto tranquilla.
Come ha scritto Paolo, tutto quello che non viene dalla fede è peccato (Romani, 12:23). Il Signore ha detto espressamente che lo Spirito Santo convincerà di peccato quanti non credono in lui (Giovanni, 16:8-9). Dio ci ha amato al punto di dare il suo unico figlio in sacrificio per noi (Giovanni, 3:16) e noi uomini per lo più viviamo come se non ci conoscesse, anzi come se nemmeno ci vedesse.
Il ravvedimento è la trasformazione della mente che segue l'aver creduto all’amore di Dio.
"Noi abbiamo conosciuto l’amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto" (1Giovanni, 4:16). Non è la paura del castigo che ci trasforma: è "la bontà di Dio che ci porta al ravvedimento" (Romani, 2:4). È la fiducia nella bontà di Dio che cambia la nostra vita, i nostri pensieri e le nostre azioni verso gli altri uomini. Perché, credendo all’amore e alla grazia di Dio, non viviamo più come animali che difendono il proprio territorio (o i loro diritti) con le unghie e con i denti, ma diventiamo pazienti e misericordiosi con il nostro prossimo, come Dio è paziente e misericordioso verso di noi.
Il principale cambiamento che avviene nel cuore di chi si ravvede è che il timore di Dio sostituisce quello degli uomini. Avere timore non significa solo avere paura. Significa soprattutto dare importanza, dare valore. Infatti, non si teme solo di ricevere qualcosa di male, ma anche di non ricevere qualcosa di cui abbiamo un grande bisogno.
Temere Dio significa sapere che dipendiamo da lui, che non di pane soltanto vive l’uomo, ma di tutto ciò che procede dalla bocca del Signore (Deuteronomio, 8:3; Matteo, 4:4). Temere in questo senso è sinonimo di sperare.
Ravvedersi significa smettere di sperare in chi non può che deluderci e sperare invece in chi ci può dare "infinitamente di più di quello che pensiamo o chiediamo" (Efesini, 3:20).
"Egli dà forza allo stanco e accresce il vigore a colui che è spossato. I giovani si affaticano e si stancano; i più forti vacillano e cadono; ma quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano" (Isaia, 40:29-31).
Effettivamente, se non è Dio che ci dà la vita (la gioia, l'intelligenza, la sapienza, l'amore), chi altri ce la può dare? Chi può essere nostro amico, se il Signore non ci è amico? Chi ci può insegnare l’amore, se non ce l’insegna Dio che è amore? Chi ci può perdonare, se Dio non ci perdona? Dice il Salmista al Signore "presso di te è il perdono, perché tu sia temuto" (Salmi, 130:4).
Eppure noi uomini tendiamo sempre ad adorare e servire la creatura invece del Creatore (Romani, 1:25). Temiamo gli uomini e ci appoggiamo su di loro.
La Bibbia ci incoraggia a fare l’opposto, dicendoci e ripetendoci che "è meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo; è meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei principi" (Salmi, 118:8-9). Credere alla Bibbia significa mettere in pratica questa parola.
Il ravvedimento è insomma il passaggio da una vita vissuta riponendo la nostra fiducia, speranze e aspettative negli uomini – cioè in noi stessi, nelle nostre capacità e nelle nostre opere, nelle cose che possiamo fare noi o che possiamo far fare agli altri – a una vita vissuta credendo e sperando in Dio e sapendo che a lui è possibile anche ciò che a noi è totalmente impossibile (Matteo, 19:26). Quello che fa Dio va sempre al di là dell’orizzonte immediato delle nostre sensazioni e delle nostre immaginazioni, per questo ci preme sempre meno di quello che possiamo fare noi o che possono fare i nostri simili, che, come noi, agiscono dentro questo limitato orizzonte.
Si tratta di lasciare entrare il Re di gloria (Salmi, 24:9): dare il benvenuto all'eternità, perché possa entrare nel nostro tempo facendoci scegliere le cose che durano per sempre anziché quelle che prima o poi si consumano (Matteo, 6:10).
Il ravvedimento cioè non è il più o meno fallimentare proposito di cambiare vita e comportarsi bene una buona volta, ma piuttosto il desiderio di non vivere più da soli e per noi stessi, disposti a rinunciare ai nostri progetti e ai nostri desideri per poter vivere assieme a chi ci ha amato al punto di dare la sua vita per noi (2Corinzi, 5:14-15). Il ravvedimento che segue la convinzione di peccato per non aver creduto nella parola di Dio corrisponde quindi alla disposizione a non indurire più il proprio cuore, ma ad ascoltare con fede colui che ci invita a sé: "Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori!" (Ebrei, 3:15 e 4:7).
Lo stesso Spirito che ci convince di peccato intenerisce il nostro cuore con le sue consolazioni (in ebraico, "ravvedimento" e "consolazione" si esprimono con lo stesso verbo, nacham).
L’esortazione a ravvedersi non è solo per chi deve ancora ricevere la nuova vita, ma è rivolta a tutti, anche e anzi soprattutto a coloro che si dichiarano "credenti". Perché nessuno obbedisce in tutto e per tutto alla parola di Dio, ma bisogna tendere a questa perfezione (Efesini, 4:13).
Per essere salvati non è sufficiente aver creduto: occorre continuare a credere, perseverando fino alla fine (Matteo, 10:22 e 24:13). Di fronte alle prove, l'amore più superficiale si raffredda (Matteo, 24:12) Anche la routine intiepidisce. Bisogna perciò continuare a ravvedersi, e non accontentarsi dell’amore che siamo riusciti ad avere per Dio e per il nostro prossimo.
Quando si rivolge alle diverse chiese nei primi capitoli del libro dell'Apocalisse, lo Spirito parla a dei credenti maturi, anche troppo "maturi". Alla prima chiesa, la chiesa in Efeso, il Signore ordina di ravvedersi perché avevano lasciato l'ardore del primo amore (Apocalisse, 2:4-5). Un'esortazione allo stesso ravvedimento va all'ultima delle chiese, la chiesa in Laodicea, che si è tanto intiepidita da avere addirittura lasciato il Signore a bussare fuori dalla porta (Apocalisse, 3:14-20). Perché la vita vissuta nell’ansiosa ricerca della comodità e della sicurezza è una vita senza Gesù. È da questa vita che tutti gli uomini sono chiamati a ravvedersi (Matteo, 6:31-34).
La parola che è stata seminata nel nostro cuore, dopo un'iniziale germinazione e crescita, può anche venire soffocata e non portare più frutto. Le spine che soffocano la maturazione del frutto della parola di Dio, nella spiegazione della parabola del seminatore che Gesù ha dato ai suoi discepoli, rappresentano le preoccupazioni e i piaceri di questa vita (Luca, 8:14). Anche la via del pigro è come una siepe di spine (Proverbi, 15:19).
"Passai presso il campo del pigro e presso la vigna dell’uomo privo di senno; ed ecco le spine vi crescevano dappertutto, i rovi ne coprivano il suolo" (Proverbi, 24:30-31).
Pigro non è tanto chi non ha la forza di fare, ma piuttosto chi fa cose che non c'entrano con quello che gli è stato ordinato. Non è chi dorme tranquillo, ma piuttosto chi non si alza perché prova piacere a rimanersene inattivo e rigirarsi nel letto (Proverbi, 26:14), o a rotolarsi nel fango (2Pietro, 2:22), comunque attardandosi nel soddisfacimento dei suoi desideri. "Sono i desideri del pigro che lo uccidono" (Proverbi, 21:25).
Il pigro non è quello che se ne sta sempre zitto in disparte, ma piuttosto chi parla per niente.
Gli uomini saranno chiamati a rendere conto di ogni parola detta senza una buona ragione (Matteo, 12:36, dove l’espressione greca è rema argon, letteralmente "parola pigra"). Perché è giusto parlare quando lo facciamo perché abbiamo creduto (Salmi, 116:10 e 2Corinzi, 4:13), ma la maggior parte delle volte parliamo non perché abbiamo creduto, ma al contrario perché siamo preoccupati per noi stessi e vogliamo guadagnare qualcosa, facendoci belli magari a scapito della reputazione degli altri.
"Le parole del maldicente sono come ghiottonerie" (Proverbi, 18:8). Queste sono le cose che escono dalla bocca e che contaminano l'uomo (Matteo, 17:20). Ci contaminiamo anche se non siamo noi a prendere l’iniziativa, ma per pigrizia appunto, o conformismo e paura del giudizio degli altri, stiamo al gioco della maldicenza o del pettegolezzo. Come quel "servo malvagio" che ha nascosto in terra quello che gli era stato affidato dal suo Signore per paura di quello che gli sarebbe potuto succedere se fosse stata manifestata la sua appartenenza al regno che doveva venire e che gli uomini attorno a lui avevano rifiutato di ricevere (Luca, 19:12-27).
Noi "credenti" con le nostre parole, facciamo sempre molta confusione. Spesso con i nostri discorsi terreni nascondiamo più o meno volontariamente il Signore che è in noi. Mostriamo molto noi stessi, nella speranza forse di ottenere qualche vantaggio quaggiù (anche mostrandoci bravi cristiani davanti agli altri credenti).
Ma, se non parliamo per obbedienza alla parola di Dio, facciamo sempre meglio a stare zitti. "Anche lo stolto, quando tace, passa per saggio; chi tiene chiuse le labbra è un uomo intelligente" (Proverbi, 17:28). Parlare però è purtroppo spesso più forte di noi, una specie di riflesso involontario. "La lingua, nessun uomo la può domare" (Giacomo, 3:8).
La cura per tutte queste malattie dello spirito non è certo la critica o l’autocritica, che possono suscitare solo schiaccianti sensi di colpa e sterili rimorsi. È piuttosto l’amore di Dio che toglie dalla nostra vita pigrizia e infruttuosità (1Pietro, 1:8). Lo Spirito Santo ci libera dalla paura per noi stessi e dall'indifferenza per gli altri e ci dà il timore e la delicatezza dell'amore.
"Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura" (1Giovanni, 4:18).
"Dio infatti ci ha dato uno spirito non di timidezza (l'originale deilia significa anche "codardia"), ma di forza, d’amore e di autocontrollo (enkrateia, cioè "temperanza", o continenza")" (2Timoteo, 1:7).
Credendo alla parola di Dio acquistiamo l'autorità di diventare figli di Dio (Giovanni, 1:12). Figli di Dio sono infatti coloro che camminano come ha camminato Gesù, esercitando autorità sui desideri della propria carne.
"Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio" (Romani, 8:14).
Se camminiamo seguendo la nostra carne, non possiamo avere la vita di Dio, ma se viceversa camminiamo seguendo lo Spirito e, mediante lo Spirito, mettiamo a morte le opere che la carne ci spinge a compiere, possiamo non soddisfare i nostri desideri egoistici e avere la pace e la vita che lo Spirito desidera per noi (Romani, 8:12-13 e Galati, 5:16-17). "Mettere a morte" significa considerare come morte, sapendo cioè che "ciò che brama la carne è morte" (Romani, 8:6), riconoscendo che la carne è egoista e l’egoismo è in sostanza morte, perché "chi non ama il fratello, rimane nella morte" (1Giovanni, 3:14).
La carne vuole sempre prendere per arricchirsi, l'amore invece spinge a donare sempre di più, fino a spendere tutta la propria vita per gli altri.
"Nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici" (Giovanni, 15:13).
Il Signore non desidera da noi grandi gesti, fatti magari con il segreto intento di viverne di rendita.
"Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente" (1Corinzi, 13:3).
Nemmeno vuole un sacrificio che non ci costi nulla, o il meno possibile (2Samuele, 24:34; Malachia, 1:12-14). Dio ci ha dato il suo Spirito perché potessimo vivere tutta la nostra vita per amore. Disposti a essere spesi per gli altri, pronti a lasciarci fare ciò che Dio permetterà agli uomini di farci, "avendo lo stesso sentimento di Cristo", che non si è sentito derubato della gloria di Dio quando "ha preso forma di servo" per venire a morire sulla croce per noi (Filippesi, 2:1-8).
Tutto questo non è possibile alla carne. Non possiamo prendere noi l'iniziativa di questo insegnamento. Credendo alla parola di Dio, scegliamo volontariamente di lasciarci guidare.
Perché ciò avvenga, occorre infatti tutta la forza di Dio: la nostra carne vorrebbe scappare e a nessun costo vorrebbe lasciarsi togliere le cose che crede di avere. L’animale in noi non riesce ad accettare l’idea del sacrificio. Per questo è scritto: "Legate la vittima ai corni dell'altare" (Salmi, 118:27).
Non ci lasceremmo mai sacrificare, se non avessimo conosciuto l'amore di Cristo. Ci lasciamo legare solo da qualcuno di cui ci fidiamo, come si è lasciato legare Isacco che si fidava di suo padre Abramo e come si è lasciato legare Gesù che si è fidato del Padre celeste, insegnando con l'esempio quello che ha anche predicato a tutti quelli che volevano essere suoi discepoli "se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua" (Luca, 9:23).
Non possiamo scegliere la croce se non abbiamo una ragione per farlo, ma se vogliamo seguire il Signore, allora troviamo la forza di fare quello che ha fatto anche lui.
"Chi dice di rimanere in lui, deve camminare come egli camminò" (1Giovanni, 2:6).
Gesù ha detto "Se uno mi serve, mi segua" (Giovanni, 12:26) e noi possiamo lasciare la nostra vita perché abbiamo il desiderio di conoscere chi ci ha amati al punto di dare la sua per noi e ci ha conosciuti nel più profondo della nostra anima. Allora, "al fine di guadagnare Cristo", arriviamo a considerare "come tanta spazzatura" le cose a cui una volta davamo la massima importanza (Filippesi, 3:8).
Ci lasciamo volentieri legare come su di un tavolo operatorio, per potere essere trasformati fino a che c'è ancora tempo.
"Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato sé stesso per me" (Galati, 2:20).
Dopo la sua risurrezione, Gesù ha detto a Pietro "In verità, in verità ti dico che quand’eri più giovane, ti cingevi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti". (Giovanni, 21:18).
Il ravvedimento che porta in cielo consiste insomma nel non dare più il valore che davamo a questa nostra vita di egoismo, a odiarla anzi (Giovanni, 12:25), perché ci impedisce di vivere la vita nuova che Dio ci ha dato in Cristo. Perché, se ci attacchiamo alla nostra vita, non riusciamo a ricevere quella di Dio.
Gesù ha detto: "Chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà" (Matteo, 10:39).

Il vero ravvedimento porta da una vita tesa al conseguimento dei propri obiettivi a una vita spesa come un sacrificio d'amore, un dono di sé per il bene degli altri, "appunto come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti" (Matteo, 20:28). Non un sacrificio morto, ma un sacrificio vivente.
"Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché‚ conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà" (Romani, 12:1-2).
Non ci si può presentare davanti a Dio e rimanere gli stessi. L’uomo non può vedere Dio e vivere (Esodo, 33:20). D’altra parte, quando non avremo più questa carne, allora vedremo Dio (Giobbe, 19:26). Ma anche oggi, se ci presentiamo davanti a Dio consapevoli della grazia che abbiamo ottenuto per il sacrificio di Cristo di poter avere comunione con il Signore dell’universo, colui che conosce ogni cosa e può fare ogni cosa, allora dal tenebroso culto che offrivamo a ciò che è solo apparenza e morte veniamo trasportati nella meravigliosa luce del nostro nuovo culto spirituale (l’espressione usata in Romani 12:2, loghikè latreia, significa precisamente "culto razionale", o meglio ancora "culto secondo la parola"), che è rivolto a Colui che è la via, la verità e la vita.
Sapendo che Dio ci ama e che la sua volontà corrisponde al meglio che esiste per noi, stiamo con lui come il figlio sta con il padre o l’amico con l’amico, mettendo in questo rapporto tutto il nostro impegno, la nostra meraviglia, la nostra attenzione e il nostro amore. Allora anche noi, come Giacobbe dopo aver lottato con Dio a Peniel (Genesi, 32:30), possiamo dire: ho visto Dio faccia a faccia e la mia anima è stata liberata. E diventiamo Israele.