ciao!

23 giu 2017

(tema delle letture)


XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) - TUTTO POSSO IN COLUI CHE MI DA' LA FORZA


XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) - TUTTO POSSO IN COLUI CHE MI DA' LA FORZA

padre Gian Franco Scarpitta  

Dubbi, angosce e perplessità sulla via che si è intrapresa, sul progetto di vita che ci si è prefissati. Non è raro che si verifichino, anzi tante volte ci sorprendono e ci colgono impreparati e non di rado ingenerano in noi paura del futuro e ansie esistenziali. Qualsiasi itinerario si sia intrapreso a livello professionale o universitario si è sempre colti da vessanti interrogativi del tipo: "E' giusta la strada che ho intrapreso?"; "Mi sono avviato bene, sto procedendo adeguatamente oppure ho sbagliato direzione?" Interrogativi assillanti e ricorrenti, che non di rado turbano e inducono a tentazioni di abbandono e di rinuncia, nella sensazione di non aver fatto la scelta giusta. Quindi domande incalzanti apportatrici di tentazioni nefaste. E tuttavia non possiamo negare che dubbi e interrogativi di questo tipo siano necessari e che costituiscano anche una vera opportunità. Quando tanti anni or sono trascorrevo l'anno di Noviziato in preparazione alla vita religiosa ricordo che non di rado dubbi e perplessità del tipo appena esposto mi coglievano di sorpresa e più volte m'interrogavo se sarei stato domani all'altezza del sacerdozio, della vita ministeriale e mi chiedevo se avrei perseverato nella fedeltà alla vita consacrata e all'osservanza di ciascuno dei voti religiosi. Il Direttore Spirituale tuttavia mi rassicurava: "Se non ci fossero questi dubbi, Gian Franco, non avremmo occasione di mantenerci nell'umiltà. E' necessario che veniamo sfidati dall'ossessione di domande di tal tipo perché esse sole possono spingerci a confidare in Dio anziché esaltare oltremisura noi stessi." Occorre certamente non darla vinta al dubbio, ma cogliere l'opportunità del dubbio perché la nostra fede trionfi. E' appunto la paura la prerogativa distintiva di ogni vocazione, cioè l'esitazione di fronte all'imprevisto e la sensazione di trovarci insufficienti e privi di competenza e di capacità. Il timore di non aver intrapreso la scelta giusta, il dubbio pertinace di trovarci nell'errore, la paura di non essere all'altezza o di non disporre dei mezzi necessari, tutto questo è sinonimo di vocazione. Perché la paura ci spinge all'affidamento, alla fiducia nei confronti di Chi ci ha chiamati e provvederà a sostenerci e ad attrezzarci. La paura estingue la superbia e l'autroesaltazione, invita a non contare eccessivamente sulle proprie capacità e dischiude per ciò stesso alla fede e alla speranza. Ciò non giustifica che paura e angoscia debbano avere il sopravvento e turbare la nostra vita. Il timore non deve diventare ossessione: occorre vincerlo e superarlo appunto con la risorsa della fede e con la fiducia in noi stessi fatta salva la nostra ferma fede in Dio. Nessuna meraviglia tuttavia quando determinate sensazioni debbano verificarsi: sono all'ordine del giorno nella vita spirituale e per l'appunto necessarie in un serio itinerario vocazionale. Ricordo che quando al liceo studiavo letteratura mi sorprendeva il paragone fra Enea e tutti gli altri eroi mitologici: era un eroe insicuro e sofferente, oppresso e angariato, eppure fiducioso e perseverante. Colui che vince le battaglie alla fine è proprio colui che aveva temuto di affrontarle. Chi ha avuto timore alla fine risulta sempre vincente. Purché ovviamente l'angoscia non sia per lui parola definitiva.
Nel suo discorso "apostolico" di cui alla pagina evangelica di oggi Gesù ha appena descritto che la missione dei Dodici, chiamati a stare con lui e ad annunciare la salvezza in ogni luogo, non sarà per niente comoda e piacevole. Essi saranno esposti all'ignominia e alla persecuzione e subiranno ogni sorta di oltraggi e di pregiudizi da parte dei loro interlocutori. Cionondimeno Gesù li incoraggia, li esorta a bandire il timore e a lasciarsi guidare con fiducia e decisione perché "non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato". La massima, riportata anche da altri evangelisti, attesta a che i discepoli di Gesù saranno edotti di volta in volta su tutto ciò che adesso a loro non appare chiaro, e del resto Gesù promette loro (come abbiamo già osservato poche settimane or sono) lo Spirito che li guiderà alla verità tutta intera. Qualche commentatore vi legge però anche la seguente interpretazione: l'innocenza e la sincerità dei discepoli di Cristo, per ora non immediatamente evinta, risulterà alla fine palese e manifesta ed essi nonostante travagli e peripezie verranno accolti e accettati risolutamente per come essi sono: i latori del divino messaggio. Dio sosterrà e attrezzerà i discepoli che agiranno nel suo nome, sarà il loro appoggio garantito e non farà mancare a nessuno di loro la forza e il coraggio necessari e pertanto non devono temere ma affidarsi senza esitazione. Geremia (Prima Lettura) lamenta le difficoltà alle quali è costretto un profeta umiliato e vessato dal popolo a cui si rivolge, tuttavia apre il cuore al Signore riponendo in lui ogni speranza.
I discepoli dovranno lottare, soffrire, fuggire e angariarsi ma perseverando nel Signore alla fine usciranno vittoriosi.
Da qualche parte si dice che il modo migliore per vincere la paura è fare ciò di cui si ha paura. Affrontare il pericolo una volta per tutte è l'unico rimedio di cessare di evitarlo. Il discepolo vince la paura proprio affrontando, nella sua emissione evangelizzatrice, proprio gli interlocutori che gli incutono paura, facendosi forte della vicinanza e della sicurezza che gli provengono da Dio. Cosa del resto evinta nel famoso episodio di Pentecoste, quando lo Spirito Santo rende impavidi degli uomini da sempre nascosti per timore dei Giudei. Per dirla con Paolo, "Tutto posso in Colui che mi da la forza".

20 giu 2017

immagine da un Breviario


PAPA FRANCESCO - «LA PAROLA DI DIO PRECEDE ED ECCEDE LA BIBBIA»


«LA PAROLA DI DIO PRECEDE ED ECCEDE LA BIBBIA». PAPA FRANCESCO AI MEMBRI DELLA PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA

Riprendiamo sul nostro sito il discorso tenuto da papa Francesco nell’udienza ai membri della Pontificia Commissione Biblica, il 12/4/2013. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, vedi la sezione Sacra Scrittura.
Il Centro culturale Gli scritti (14/4/2013)

Eminenza,
Venerato Fratello,
cari Membri della Pontificia Commissione Biblica,

sono lieto di accogliervi al termine della vostra annuale Assemblea plenaria. Ringrazio il Presidente, Arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, per l'indirizzo di saluto e la concisa esposizione del tema che è stato oggetto di attenta riflessione nel corso dei vostri lavori. Vi siete radunati nuovamente per approfondire un argomento molto importante: l'ispirazione e la verità della Bibbia. Si tratta di un tema che riguarda non soltanto il singolo credente, ma la Chiesa intera, poiché la vita e la missione della Chiesa si fondano sulla Parola di Dio, la quale è anima della teologia e, insieme, ispiratrice di tutta l'esistenza cristiana.
Come sappiamo, le Sacre Scritture sono la testimonianza in forma scritta della Parola divina, il memoriale canonico che attesta l'evento della Rivelazione. La Parola di Dio, dunque, precede ed eccede la Bibbia. E’ per questo che la nostra fede non ha al centro soltanto un libro, ma una storia di salvezza e soprattutto una Persona, Gesù Cristo, Parola di Dio fatta carne.
Proprio perché l'orizzonte della Parola divina abbraccia e si estende oltre la Scrittura, per comprenderla adeguatamente è necessaria la costante presenza dello Spirito Santo che «guida a tutta la verità» (Gv 16,13).
Occorre collocarsi nella corrente della grande Tradizione che, sotto l'assistenza dello Spirito Santo e la guida del Magistero, ha riconosciuto gli scritti canonici come Parola rivolta da Dio al suo popolo e non ha mai cessato di meditarli e di scoprirne le inesauribili ricchezze. Il Concilio Vaticano II lo ha ribadito con grande chiarezza nella Costituzione dogmatica Dei Verbum: «Tutto quanto concerne il modo di interpretare la Scrittura è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio» (n. 12).
Come ci ricorda ancora la menzionata Costituzione conciliare, esiste un’inscindibile unità tra Sacra Scrittura e Tradizione, poiché entrambe provengono da una stessa fonte: «La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dalla stessa divina sorgente, formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti, la Sacra Scrittura è Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l'ispirazione dello Spirito Santo; invece la sacra Tradizione trasmette integralmente la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo modo la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di riverenza» (ibid., 9).
Ne consegue pertanto che l'esegeta dev’essere attento a percepire la Parola di Dio presente nei testi biblici collocandoli all'interno della stessa fede della Chiesa. L'interpretazione delle Sacre Scritture non può essere soltanto uno sforzo scientifico individuale, ma dev’essere sempre confrontata, inserita e autenticata dalla tradizione vivente della Chiesa. Questa norma è decisiva per precisare il corretto e reciproco rapporto tra l'esegesi e il Magistero della Chiesa.
I testi ispirati da Dio sono stati affidati alla Comunità dei credenti, alla Chiesa di Cristo, per alimentare la fede e guidare la vita di carità. Il rispetto di questa natura profonda delle Scritture condiziona la stessa validità e l’efficacia dell'ermeneutica biblica. Ciò comporta l'insufficienza di ogni interpretazione soggettiva o semplicemente limitata ad un’analisi incapace di accogliere in sé quel senso globale che nel corso dei secoli ha costituito la Tradizione dell'intero Popolo di Dio, che «in credendo falli nequit» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost dogm. Lumen gentium, 12).
Cari Fratelli, desidero concludere il mio intervento formulando a tutti voi i miei ringraziamenti e incoraggiandovi nel vostro prezioso lavoro. Il Signore Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato e divino Maestro che ha aperto la mente e il cuore dei suoi discepoli all'intelligenza delle Scritture (cfr Lc 24,45), guidi e sostenga sempre la vostra attività. La Vergine Maria, modello di docilità e obbedienza alla Parola di Dio, vi insegni ad accogliere pienamente la ricchezza inesauribile della Sacra Scrittura non soltanto attraverso la ricerca intellettuale, ma nella preghiera e in tutta la vostra vita di credenti, soprattutto in quest’Anno della fede, affinché il vostro lavoro contribuisca a far risplendere la luce della Sacra Scrittura nel cuore dei fedeli. E augurandovi un fruttuoso proseguimento delle vostre attività, invoco su di voi la luce dello Spirito Santo e imparto a tutti voi la mia Benedizione.

19 giu 2017

Pietro e Paolo


«SIAMO MEMBRA GLI UNI DEGLI ALTRI». LA CURA E L’ATTENZIONE ALL’ALTRO


«SIAMO MEMBRA GLI UNI DEGLI ALTRI». LA CURA E L’ATTENZIONE ALL’ALTRO

Emanuele Rimoli

Per i cristiani la cura, la premura e l’attenzione all’altro non sono una questione immediatamente etica, tantomeno filantropica. Non ci facciamo prossimi solo perché è giusto, né perché "abbiamo una certa sensibilità" - che poi, detto così, sembra una cosa esclusiva solo di alcuni cosiddetti "sensibili", come se la qualità delle relazioni (giacché questo è in gioco) fosse appannaggio solo di alcuni e non di tutti. La premura per l’altro, infatti, non s’identifica immediatamente con i sentimenti fraterni, né con l’indignazione contro l’ingiustizia, ancor meno con l’intenzione di fare il bene. Piuttosto è la naturale conseguenza “operativa” dell’assunto paolino: «Pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri» (Rm 12,5).
Per i cristiani la cura e la premura affondano le loro radici in Cristo, evidentemente, quando disse: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12); traduzione di un versetto di poco precedente: «Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). A dire che l’amore con cui ci amiamo reciprocamente ha la sua fonte, radice e motivo di esistenza nell’amore del Padre verso il Figlio. Amore del quale il Figlio ci ha reso partecipi – «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,27). Nello Spirito Santo, infatti, siamo eredi del rapporto, della vita di comunione amorosa del Padre con il Figlio. Così, infatti, la prima lettera di Giovanni: «Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Dio ed egli in Lui. E da questo conosciamo che dimora in noi: dallo Spirito che ci ha dato» (1Gv 3,24). Questo dunque il fondamento: l’essere destinatari dell’amore che il Padre dona al Figlio e che questi ci partecipa mediante il dono dello Spirito. È lo Spirito che ci rende «un corpo solo e un’anima sola» (cf. 1Cor 12,13; Ef 4,4). Solo in questo alveo di gratuita benevolenza, che è (ri)generazione, elezione e benedizione, si può parlare di cura e, in una parola sintetica, di tenerezza,
che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore[1].
Come, infatti, il Figlio riceve se stesso dal Padre di cui è l’immagine visibile (Col 1,15), così l’umanità riceve se stessa e la sua identità
alla scuola della parola di colui che lo ha creato, che gli ha predestinato la forma originaria, e quindi solo nell’affidamento, senza risentimento e diffidenza, a Dio che, consegnando il Figlio, ha inclusivamente creato e conferito senso all’uomo[2].
È il totale rovesciamento del cogito cartesiano: «riceviamo, dunque siamo», «siamo amati, dunque siamo». E, per metterlo in prospettiva d’azione, «amati, dunque amiamo». In effetti, l’uomo ha una struttura «concava», ricettiva, fatta per l’accoglienza prima ancora che per l’azione. Basti pensare ad Adamo: riceve se stesso dalla terra e dal soffio di Dio (cf. Gen 2,7), solo dopo impone i nomi ai viventi (Gen 2,19-20). Allo stesso modo anche Eva riceve da Adamo ciò che egli, a sua volta, aveva ricevuto (Gen 2,21-24).
La tenerezza dona. E che cosa dona? Se stessa. Colui che la riceve, riceve se stesso, viene donato a se stesso, è dono a se stesso [...]. Il dono che io ricevo sono io stesso, libero e potente. La tenerezza è questa nascita nella mia nascita che fa in modo che la tristezza non sia la mia immediata e totale verità [...]. Il dono che io ricevo è di essere io stesso dono e donazione, io sono donato a me stesso quale donazione per altri[3].

1. Il comandamento grande
Il Vangelo presenta questa verità in maniera potente e radicale attraverso la domanda dei farisei a Gesù su quale fosse il più grande comandamento della legge (Mt 22,34-40). La risposta di Gesù unisce il testo di Dt 6,4-5 con quello di Lv 19,18, dando luogo a una vera e propria magna charta:
Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Mt 22,37-39).
Da un lato Cristo lega, col filo doppio della somiglianza, il «dovere d’amore» scambievole fra gli uomini con il «dovere d’amore» totalizzante a Dio – non è forse questo il senso della dignità dell’uomo creato a immagine di Dio? Così facendo Cristo decreta l’unità delle Scritture che trovano il lui la più autentica chiave di lettura e il compimento: egli, Verbo fatto carne, a un tempo Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, «mostrò veramente l’immagine e ristabilì la somiglianza, rendendo l’uomo simile al Padre invisibile attraverso il Verbo visibile»[4].
Dall’altro lato, e ancor più profondamente, Cristo presenta la possibilità di una rivelazione sottesa all’unione dei due comandamenti simili. Se, infatti, accostiamo l’espressione di Matteo a quelle in qualche modo analoghe dell’evangelista Giovanni già citate (Gv 15,9.12), scopriamo che il comandamento dell’amore allude alla possibilità della rivelazione del volto del Padre al cuore degli uomini. Cosa peraltro confermata dallo stesso Cristo quando dice: «Se uno mi ama, osserverà la mia Parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui» (Gv 14,23). Non il comandamento genera la rivelazione, ma l’amore che fa scaturire la pratica e che a questa conduce. Quando, infatti, il cuore trattiene quella Parola che è il comandamento grande, quando cioè tutto è vissuto all’interno di un «ecosistema» presieduto dal rapporto con quella Parola, allora si compie la promessa: l’amore di Cristo sostiene la pratica della sua Parola e questo permette ai cuori di accedere al «mistero nascosto» (Ef 3,9) da sempre riservato agli uomini, cioè la comunione con Dio e lo splendore del suo amore per tutti, quando Dio sarà «tutto in tutti» e noi «saremo simili a lui» (cf. 1Cor 15,28; 1Gv 3,2).
Questo amore è la fonte e il senso di tutti i comandamenti. E di questo amore gli uomini sono eredi in Cristo. Da qui, allora, si può cogliere anche il senso operativo dei comandamenti (la cura verso Dio e il prossimo): che gli uomini possano scoprire e cogliere l’amore del Padre per loro e così vivere in comunione fa di loro. Lo scopo e contenuto dell’amore al prossimo, dunque, è l’annuncio che l’amore del Padre è per lui; perciò se l’amore a Dio indica all’umanità la propria radice, l’amore al prossimo ne rivela la tensione e l’orizzonte, poiché l’amore del Padre è per il mondo intero (cf. Gv 3,16-17).
Si tratta, dunque, di riconoscere la radice dell’amore benefico ricevuto in Cristo, che diventa la piattaforma per ospitare il prossimo, il grembo in cui accoglierlo[5]. È l’amore fedele e premuroso di Dio nei confronti di tutti e ognuno degli uomini. Quello riconosciuto e cantato dalla Madre di Dio, «ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre» (Lc 1,55). Lo stesso che il profeta Isaia paragona a quello di una madre:
Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai (Is 49,15).
Si tratta, in definitiva, di ospitare l’altro nella propria vita come una madre col figlio nel proprio grembo, perché tempo, spazio, gesti siano plasmati a partire e a favore di questa comunione vitale.

2. Un’accoglienza radicale
Due sono i movimenti dell’accoglienza in vista della premura: riconoscere e ricordare. La dinamica di fondo, come già detto, converte il cogito in «amato, dunque amo». Che si può tradurre come segue: «Dio mi ha guardato, così anch’io comincio a guardare i miei fratelli». Infatti, la prima esperienza della cura – e conditio sine qua non – è il riconoscimento che gli altri ci sono e sono liberi, per spezzare quell’egocentrismo che trova la sua più tragica sintesi nelle parole possessive della «Madre di tutti i viventi»: «Mi sono acquistato un uomo presso Dio» (Gen 4,1)[6]. È interessante che, almeno in italiano, il linguaggio sia chiaro: riconoscere è conoscere di nuovo, quindi meglio, e dunque ammettere l’evidenza; non solo, riconoscimento ha al suo cuore la riconoscenza, gratitudine per il dono ricevuto. Essere riconoscente, allora, vuol dire sapere bene di aver ricevuto un dono, una benedizione. Con questo desiderio più o meno consapevole, o addirittura con fame di «essere visti», ci presentiamo gli uni agli altri, sperando che i nostri volti siano riscattati dall’anonimato con uno sguardo e diventiamo motivo di gratitudine[7].

Si tratta di preferire che l’altro sia piuttosto che non sia. È la meraviglia che egli sia, così com’è. È credere in lui più di quanto egli non creda in se stesso […]. La suprema tenerezza crede che dall’altro, chiunque egli sia, venga già verso di me il dono che egli stesso forse non conosce – ed è su questo oscuro presupposto che essa si appoggia […]. Non si tratta di una fede cieca. Non si tratta della confusa fiducia negli altri o di un procedimento pedagogico. È conoscenza, necessariamente oscura[8].
Perciò la cura è pazienza e attesa continuamente rinnovate. La sua benevolenza è provata nello spossessamento e nella gratuità, poiché ciò che conta è l’altro, che sia accolto come è, che sia «a casa» e porti frutto. Non ha doppi fini e non pretende un contraccambio, poiché è un riflesso della tenerezza libera e gratuita di Dio. Riconoscenza e riconoscimento, infatti, si rivelano nell’artigianato del far emergere l’altro e non se stessi. «La nostra gara non era a chi fosse il primo, ma a chi permettesse all’altro di esserlo», diceva s. Gregorio Nazianzeno raccontando l’amicizia con s. Basilio Magno[9].
La tenerezza è il lavoro incessante affinché ogni figlio dell’uomo, maschio o femmina, abbia la sua misura e la sua grazia. A ciascuno secondo i suoi bisogni! A ciascuno secondo il dono che è in lui, che dispieghi allegramente tutta la sua potenza! La tenerezza è grazia: non forza niente, non si indurisce per dovere e volontà, non si impone, non invade la vita degli altri, non piagnucola, non disserta, non spiega. Essa semplicemente c’è, ferma e attiva, un bello spazio libero in cui respirare, primo nutrimento per il cuore dei viventi[10].
Ma riconoscere che gli altri ci sono non basta. Bisogna che il pensiero non lasci cadere nel vuoto ciò che gli occhi hanno accolto e, in qualche modo, riscattato. La cura, infatti, si nutre anche di memoria, di ricordo. Non tanto il ricordo nostalgico di un incontro passato, ma il costante ravvivare la presenza dei volti allo sguardo interiore[11]. Mantenere vivi i tratti del volto, lo sguardo, il tono di voce, le necessità, la sensibilità, i gusti, il profumo, i traguardi, le debolezze, i passaggi... perché chi è ricordato sia avvolto in quella tenerezza che è «non-rassegnazione, non-scandalo, non-giudizio»[12], viscere di madre e bontà ferma e premurosa di padre.
Le Scritture raccontano di Dio che mantiene vivo il ricordo degli uomini non dimenticando la sua alleanza con loro (cf. Gen 9,15). Quando Dio si ricorda di Israele è per salvargli la vita e garantirgli l’esistenza, per ristabilire e rinsaldare l’alleanza, la comunione (cf. Lv 26,42.45). Nel racconto della crocifissione, il ladrone pentito chiede di essere ricordato da Gesù il quale, esaudendo il suo desiderio, risponde: «In verità ti dico: oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,42-43). Essere ricordati da Dio, dunque, significa essere vivi.
«Essere ricordati» dal Signore è lo stesso che «essere in paradiso» e ciò significa essere nella memoria eterna e di conseguenza avere esistenza eterna e quindi ricordo eterno in Dio. Se non ricordiamo Dio, moriamo, ma lo stesso nostro ricordo di Dio è possibile solo perché Dio si ricorda di noi[13].
Ora, «essere in paradiso» altro non vuol dire che essere nella pienezza della comunione, quando Dio sarà «tutto in tutti» (1Cor 15,28). E colui che opera la comunione è lo Spirito santo, che ha anche il compito di ricordare ai discepoli tutto ciò che il Maestro ha detto (cf. Gv 14,26). È, questo, il senso della liturgia della chiesa: la premura dell’intero corpo che ricorda al Padre tutte le membra, nella comunione che supera tempo e spazio operata dallo Spirito:
Ricordati, o Padre, della tua chiesa diffusa su tutta la terra […]. Ricordati dei nostri fratelli che si sono addormentati nella speranza della risurrezione […]. Di noi tuti abbi misericordia: donaci di aver parte alla vita eterna[14].
La memoria, dunque, è riconoscimento e ospitalità dell’altro che tengo in vita dentro di me, così che perfino la riflessione su me stesso coinvolge e avviene attraverso l’altro, il suo volto, le sue parole, la sua storia. Al punto che «sarei meno me stesso se lo trascurassi, se umiliassi o dimenticassi i suoi bisogni»[15]; siamo, appunto, «membra gli uni degli altri» (Rm 12,5).
Possiamo esprimere questo atteggiamento così: ricordati che qualcuno ha avuto per te gesti di premura; non svendere, non tradire questi doni di giustizia; raccontali ancora e incarnali nella tua vita. Tu stesso abbi cura dei tuoi fratelli. Diventa loro alleato nel bisogno, anche se non sai dove ti porterà questa promessa di fedeltà[16].
Di questa alleanza facciamo memoria, un continuo rinnovare la consapevolezza del ricevere-e-dare che struttura la nostra verità. Sulla base di questa radicale accoglienza – che suppone un lungo, continuo e accurato lavorio di purificazione del cuore – si sviluppa l’incontro e la relazione.

3. L’immaginazione
Così intesa, la relazione genera un’esperienza di rivelazione. È data, cioè, la terribile possibilità di accedere alle profondità dell’altro e intuire e vedere, per grazia di Dio, chi si nasconde sotto la superficie. Credo sia questo il segreto dell’esperienza di Francesco di Assisi quando raccontava che la compassione verso i lebbrosi gli trasformò l’amaro in dolcezza[17].
È la dinamica analoga all’innamoramento: s’intuisce, attraverso l’amore, una bellezza non visibile a tutti. E sono quell’amore e quella bellezza a non lasciare spazio alla rassegnazione e a far attraversare con speranza la fatica, l’incomprensione, l’attesa.
Certamente la cura e la premura non sono «esplosive» come un innamoramento ma si nutrono, allo stesso modo, di una profonda immaginazione.
Inventare, questa è la legge della suprema tenerezza. Inventare, questo è il suo combattimento. Dato che la tenerezza non ha le armi di morte della crudeltà, non ha forse bisogno di essere più abile, più intelligente, creativa, inventiva, traboccante d’immaginazione, forte e sottile? Sì, le è necessario! Altrimenti la tenerezza non è altro che l’eterna buona volontà del cuore, il balsamo impotente sulle ferite atroci della disperazione[18].
A immagine dello sguardo trasfigurante di Dio che lo porta a vedere «in stranieri e pagani degli uomini e delle donne con una dignità personale piena, dei figli di Dio destinati al regno»[19], così il premuroso è capace di inventare e utilizzare ogni «trucco» pur di conquistare alla vita chi gli sta di fronte. Così, infatti, diceva Annalena Tonelli: «Inventiamo! Non aspettiamo di esser istruiti. Dobbiamo inventare. L’amore è una questione di immaginazione»[20].
Il premuroso, infatti, ama «anticipatamente», a fondo perduto, prima ancora di vedere o, addirittura, cercare i risultati della sua premura. Trasfigura ciò che vede, intende e tocca, senza cessare di percepire l’altro in tutta la sua letterale concretezza. Ma sempre confidando in un oltre, nella speranza di non limitarlo alla sua sola, mera letteralità[21]. Perciò non si arrende ad alcuna bruttezza, rifiuto o cinismo, ma lotta instancabile contro ciò che deturpa e avvilisce l’uomo. E sempre tramite mezzi reali, concreti e personalizzati, con intelligenza e umiltà. Così, infatti, insegnava Isacco di Ninive:
L’amore costringe a compartecipare; la conoscenza, invece, forza a resistere anche a questo. Insieme alla diversità di elezioni vi sono anche varie forme di amore sapiente adatte a coloro che ne sono i destinatari. Non cercare da un amante sapiente un amore insipido. Chi uccide suo figlio nutrendolo di miele, non è diverso da chi lo uccide con il coltello. Alla sapienza di Dio non sembra infatti bene nutrire il suo amato allo stesso modo, nei tempi di salute come in quelli di malattia[22].
Se con l’intelligenza probabilmente si conosce l’uomo, con l’immaginazione è invece possibile partecipare con meraviglia al cammino di crescita e maturazione dell’altro, accompagnandolo nelle sue più profonde traversate; è la meraviglia che presiede alla gioia mite dell’agricoltore, alla dedizione di un artigiano per la sua opera[23].
In questo processo una delle mediazioni fondamentali è certamente la parola, autentica e apportatrice di vita, che evoca, promuove e custodisce. Capace di rendere giustizia senza giudicare. Una «parola profetica», suggerisce Luciano Manicardi, che interviene disarmata nella storia e nelle relazioni con mitezza e profondità, dando voce a desideri e speranze, sanando la disillusione e il cinismo[24]. Una parola capace di avvolgere la miseria, la colpa e perfino l’angoscia, per dare riconoscimento e giustificazione all’esistenza e far cadere ogni condanna.
Quando una parola mi dice ciò che sono, la riconosco perché sgorga in me la gioia: mi chiama (kaleo) ed è bello (kalos) esser chiamati per nome[25].

4. Conclusione
Il percorso proposto si è sviluppato attorno a due poli strettamente interconnessi. Da un lato l’accoglienza radicale che rivela la natura «concava» dell’uomo, soprattutto nel riconoscimento e nella memoria dell’altro. Dall’altro l’immaginazione, lo sguardo gratuito e purificato che non inchioda l’altro alla sua mera evidenza letterale, ma ne promuove pazientemente l’autentica rivelazione accompagnando e custodendone i processi. Entrambi i poli trovano la loro ragion d’essere nel duplice comandamento «ama Dio, ama il prossimo», via preferenziale per accedere all’eredità dei figli: la piena comunione con il Padre e fra gli uomini.
Essendo, pertanto, in gioco il personale e personalizzato lavorio artigianale sulla qualità delle relazioni, s’impone necessariamente una conclusione aperta che chiamerei invito alla disponibilità. Ossia a quell’apertura radicale nello Spirito che è promotrice di comunione. Invito alla larghezza e spaziosità dell’umano rinnovato in Cristo, per cui l’altro si possa sentire «a casa» senza il timore di vedersi «presentare il conto» (cf. Mc 9,5). La cura e l’attenzione all’altro, infatti, sono parte di quel «ministero della riconciliazione» di cui parla san Paolo (2Cor 5,8): la fedele e paziente dedizione nel rimettere ciò che ostacola la comunione sotto lo sguardo amorevole di Dio (cf. Mc 10,21), nel rifluire abbondante dell’amore fedele e sempre nuovo della Trinità (cf. Ap 22). Un invito che sorge da una parola solennemente proclamata dal Padre: «Tu in me non morirai»[26], e affidata in Cristo a tutti i figli adottivi. È questo – commenterebbe Bellet – che contrapponiamo all’indifferenza, alla dimenticanza, all’angoscia e, in fin dei conti, alla morte (cf. 1Gv 3,11-16)[27].