17 feb 2017

Depiction of God the Father (detail), Pieter de Grebber, 1654.

IL "MAGIS" CRISTIANO FONDAMENTO DI TUTTO - OMELIA VII DOMENICA T.O. A


IL "MAGIS" CRISTIANO FONDAMENTO DI TUTTO - OMELIA VII DOMENICA T.O. A

padre Gian Franco Scarpitta  

VII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/02/2017)

"Non sono venuto ad abrogare la Legge, ma a darvi compimento". Questo è il proposito che Gesù manifesta e sul quale abbiamo abbondantemente riflettuto la scorsa settimana: non abolire la legge di Mosè, della quale non verrà asportato il benché minimo segno, ma darle il vero fondamento, la giusta interpretazione di fondo. Non emendare canoni, codici e legiferazioni vigenti in ogni epoca, ma consolidarli di motivazioni fondamentali. Come interpretare una legge scritta, una norma? Con quale ottica avvicinarsi ad essa per avere lo sprone adeguato per osservarla? In parole povere qual è il "compimento" con il quale Gesù da' valore alla legge di Mosè e ad ogni sistema giuridico?
Già la volta scorsa lo si era evinto dagli stessi insegnamenti del Signore, ma adesso ulteriori moniti gesuani ci suggeriscono che esso sia semplicemente l'amore. E per ciò stesso anche la conquista della perfezione e della santità. Solo amando Dio e il prossimo e instaurando criteri di vera giustizia e armonia è possibile liberarci da tutti i vincoli che dischiudono la possibilità di elevarci perché ci rendono occlusi e sottomessi. Amando si è liberi e padroni del mondo e questo senza alcuna egemonia o dittatura. L'amore è infatti la pienezza della Legge, sia in riferimento ai dettami scritti della Toràh di Mosè, sia in relazione a qualsiasi altra disposizione giuridica. L'amore per Dio e per il prossimo esige che non ci si debba limitare a non uccidere, a non percuotere a non sopprimere la vita, ma che occorra anche tutelare la dignità altrui, rispettare l'altrui onorabilità e rivendicare i diritti fondamentali di ciascuno; che si estingua ogni astio, rancore e perversione nei confronti dei nostri avversari. E soprattutto che si contraccambi con il perdono ad ogni atto di ingiustizia e di cattiveria che dovessimo subire. Proprio così, la vera legge di Dio ci sospinge a combattere in noi la mediocrità e il sano accomodamento alla mentalità di questo secolo per assumere eroismo e "temerarietà", al punto da essere capaci di aprirci senza riserve ai nostri nemici, di fare del bene a coloro che ci perseguitano, perdonare offese e torti ricevuti e addirittura a "porgere l'altra guancia". A dire il vero quest'ultima espressione, oggetto di diatribe esegetiche, assume significati metaforici suscettibili di interpretazione. Giavini osserva che Gesù, di fronte al Sommo Sacerdote Anna, "non ha lanciato fulmini, ma nemmeno offrì l'altra guancia al servo che lo aveva percosso"; ha chiesto solo con dignità e bontà il motivo dello schiaffo"(Gv 18, 23); il che ci illustra che l'espressione (porgi l'altra guancia) vuole indicare semplicemente prontezza e generosità nel perdono delle offese, disinvoltura nell'amore verso i nemici, apertura di cuore anche nei confronti di chi ci ha fatto del male, anche se ciò non pregiudica la legittima difesa. Ciò non toglie tuttavia che l'amore verso i nemici è appannaggio del vero cristiano, condizione per essere veramente tali e distinguersi dai pagani e dagli infedeli. Anche presso pagani e farisei o non credenti si parla di giustizia e di amore, ma non nei termini eloquenti di radicalità e di eroismo quali Gesù li impone al cristiano. Come tutte le altre virtù, la carità comporta sacrifici e difficoltà, non ultima la possibilità di essere contrassegnati come stupidi e insensati, di ricevere le altrui derisioni ed esecrazioni e di essere anche invisi da più parti, ma l'amore concreto comporta per l'appunto quella difficoltà che comunemente viene definita irrazionalità e stoltezza, per la quale ci distinguiamo ineluttabilmente da tutti gli altri. L'amore certamente è intriso di speranza e consegue sempre la gloria presente e futura, tuttavia non deve mai essere interessato o finalizzato, non deve prevedere l'utile o mirare al proprio tornaconto. Non è veramente amore quando non è animato da fede, trasparenza e sincerità e prodigalità assoluta e per ciò stesso prevede che quale banco di prova debba affrontare inevitabilmente nemici e avversari che a loro volta da esso vengano disarmati.
Superare la mediocrità, disporsi a fare più di quanto ci viene chiesto, usare maggiore dedizione e abnegazione nell'adempimento dei doveri è alla radice di ogni successo anche professionale; ma il "di più" dell'amore in ogni caso è proprio del vero cristiano. Questi percorre "un miglio in più", cioè non si contenta di fare il necessario, ma va ben oltre cercando la qualità e la profondità in ogni impegno, lavoro o missione che gli venga chiesta e questo "di più" (magis) si giustifica nient'altro che con l'amore spontaneo e gratuito, con il quale si è certi di rendere testimonianza e di essere di orientamento agli altri. Dice l'apostolo Pietro: "La vostra condotta tra i pagani sia irreprensibile, perché mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio... Perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all'ignoranza degli stolti. "(1Pt 2, 12; 15). La santità di vita è il fondamento che qualifica l'uomo e lo rende in grado di adempiere veramente la legge e il suo modello è lo stesso Cristo, "Perfetto come il Padre" che è nei cieli. Essere santi è la chiave di volta per l'assunzione della condotta appropriata in ogni situazione e in ogni circostanza, appunto perché essa implica la capacità di amare in ogni occasione: "Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo.
Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. " (Lv 19, 1 - 2 prima Lettura)
Nelle parole di Gesù vi è quindi la conciliazione, di fatto impossibile altrove, fra la struttura e l'amore, fra l'istituzione e il bene, fra la legge e la carità, perché nell'amore si trova il senso di una legge qualsiasi. Il fondamento per cui viviamo il "magis", il di più.

15 feb 2017

San Paolo apostolo

BRANO BIBLICO SCELTO - 1 TESSALONICESI 5,16-24


BRANO BIBLICO SCELTO - 1 TESSALONICESI 5,16-24

Fratelli, 16 state sempre lieti, 17 pregate incessantemente, 18 in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.
19 Non spegnete lo Spirito, 20 non disprezzate le profezie; 21 esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male.
25 Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 26 Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo! 

COMMENTO - 1 Tessalonicesi 5,16-24 
Preghiera e servizio nello Spirito  
La lettera ai cristiani di Tessalonica è stata scritta da Paolo, durante il suo secondo viaggio missionario, poco dopo aver raggiunto Corinto (verso il 52). Essa si apre con un breve prescritto (1,1) a cui fa seguito un lungo ringraziamento (1,2-3,13); vengono poi alcune direttive su temi specifici di vita cristiana (4,1-5,24), seguite dal postscritto (5,25-28). Il testo liturgico fa parte delle esortazioni che concludono le direttive su temi specifici (5,12-24). Dopo aver raccomandato ai tessalonicesi di avere rispetto per i responsabili della comunità, di correggere gli indisciplinati e incoraggiare i deboli, di non rendere male per bene (cfr. vv. 12-15), Paolo fa prima tre esortazioni generali (vv. 16-18), poi mette in guardia i destinatari da errori circa l’uso dei carismi (vv. 19-22) e infine li esorta alla perfezione (vv. 23-24).
e tre esortazioni generali riguardano rispettivamente la gioia, la preghiera e il ringraziamento Anzitutto Paolo invita i tessalonicesi alla gioia (chairete) (v. 16). Già precedentemente aveva motivato il suo ringraziamento iniziale appellandosi alla gioia con cui essi, benché pressati da ostilità e avversità, avevano accolto l’annunzio evangelico (cfr. 1,6). Ora li esorta a far sì che questa gioia non venga mai meno, neppure in futuro. Con la gioia deve andare di pari passo una preghiera continua (adialeiptôs) (v. 17). Infine raccomanda loro il ringraziamento «in ogni cosa» (en panti) (v. 18). Lo sguardo rivolto a Dio nella preghiera per impetrare i suoi doni è lo stesso con cui i tessalonicesi devono saper riconoscere con gratitudine la sua presenza benefica in tutti i risvolti della loro vita.
In secondo luogo l’apostolo focalizza la sua attenzione sulle manifestazioni carismatiche della chiesa. Egli si esprime con due imperativi: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate i doni della profezia» (vv 19-20). Dal suo modo di esprimersi sembra che Paolo non si limiti a mettere in guardia circa un pericolo possibile, ma esorti a interrompere un comportamento deviante già in atto. È probabile che nella comunità di Tessalonica si fosse già verificata una non meglio precisata diffidenza e repressione nei confronti dello slancio profetico suscitato dallo Spirito. La parola viva del profeta, che individua i segni dei tempi e sollecita i credenti a una fedeltà concreta e attuale (cfr. 1Cor 14,3), non deve essere soppressa neppure quando può non fare comodo agli ascoltatori. 
D’altra parte però l’apostolo, sapendo che in questo campo si possono commettere errori o prendere abbagli, esorta: «Esaminate (dokimazete) ogni cosa, tenete ciò che è buono, astenetevi da ogni specie di male» (vv. 21-22). Nessuna preclusione aprioristica dunque, ma neppure indiscriminata accettazione di ciò che viene proposto, bensì una saggia verifica per fare ciò che è bene e astenersi da ogni male. Anche il profeta deve sapersi mettere in questione e dimostrare la bontà dei suoi interventi (cfr. 1Cor 14,32-33).
Infine Paolo pronunzia una preghiera di supplica (vv 23-24) con la quale conclude la seconda parte della lettera così come aveva già terminato la prima (cfr. 3,11-13). Egli si rivolge al Dio della pace perché porti a compimento nei destinatari la sua opera santificatrice, e questo in vista del giorno ultimo della venuta di Cristo. Bisogna che essi possano presentarsi al suo tribunale con le carte in regola, puri da ogni compromesso con il male. Per esprimere la totalità della persona il testo parla di «spirito, anima e corpo». Questa espressione fa pensare alla visione filosofica greca secondo la quale l’uomo è composto di tre principi, la vita superiore (lo spirito), la vita inferiore (anima), la dimensione materiale (il corpo). Sembra però che si tratti solo di un’imitazione del modo di dire greco, che nulla toglie alla concezione biblica, che punta sempre sulla totalità dell’essere umano. La preghiera termina con un riferimento alla fedeltà di Dio: «Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!» (v. 24). La fiducia dei credenti non ha nulla da spartire con la spavalda sicurezza di chi confida nelle proprie risorse, ma si basa unicamente sulla affidabilità del Padre. 

Linee interpretative
La gioia rappresenta una dimensione importante della vita cristiana. Essa non consiste in una vana esaltazione, ma nella sensazione profonda di pace che accompagna la scoperta del senso della propria vita. Questa gioia trova la sua fonte nella preghiera, perché solo nel rapporto con Dio si capisce a fondo se stessi e gli altri. Il fatto che l’apostolo insista su una preghiera incessante fa comprendere che essa non consiste nella recita di formule, ma in uno stare davanti a Dio, con la percezione costante del suo progetto e delle sue manifestazioni nella storia. La preghiera serve soprattutto a cogliere il senso del Mistero e a orientare le scelte fondamentali della vita. Perciò essa deve essere continua.
Accanto alla preghiera Paolo raccomanda una grande apertura ai doni dello Spirito, che agisce soprattutto mediante l’esercizio della profezia. Sono proprio i profeti che tengono desti nella comunità i valori evangelici e stimolano i fratelli a vivere in piena sintonia con essi. Dai profeti viene anche la possibilità di incarnare il messaggio nella vita quotidiana. La mancanza di una dimensione profetica rischia di appiattire la comunità e di trasformarla in un club di amici senza alcun impatto sul mondo circostante. Certo non manca mai il rischio che sorgano falsi profeti, i quali possono portare la comunità su strade sbagliate. La vigilanza è dunque necessaria. Tutta la comunità deve reagire attivamente alle stimolazioni dei profeti, senza mai dare per scontata l’attendibilità evangelica dei loro messaggi. Nulla è più lontano dalla mentalità di Paolo di una comunità che si lascia trascinare inconsciamente da pochi scalmanati. Ma allo stesso modo egli rifugge dall’idea di un gruppo talmente istituzionalizzato da non saper più cogliere le sfide di un mondo che cambia 

13 feb 2017

Romani 8,38


LA SALVEZZA ATTRAVERSO IL SACRIFICIO


LA SALVEZZA ATTRAVERSO IL SACRIFICIO 

Cristo salva tutti gli uomini attraverso il dono di se stesso, attraverso il sacrificio di sé sulla croce. Ciò è attestato numerose volte nel Nuovo Testamento. Leggiamo alcune pericopi: "Cristo ha dato se stesso per tutti" (2 Cor 5, 15; cfr. Eb 2, 9); Cristo ha dato se stesso "in riscatto per tutti" (1 Tm 2, 6; cfr. 2 Pt 2, 1); Cristo ha annullato il peccato con il sacrificio di se stesso (Eb 9, 26) ed è "vittima di espiazione per i nostri peccati" (1 Gv 2, 2; cfr. 1 Gv 4, 10); il sangue di Cristo "è versato per noi" (Lc 22, 20), ci giustifica (Rm 5, 9), ci libera (1 Pt 1, 18), ci libera dai peccati (Ap 1, 15), ci purifica da ogni peccato (1 Gv 1, 7); dalle piaghe di Cristo siamo stati guariti (1 Pt 2, 25; cfr. Is 53, 5). La nostra salvezza è dunque legata al sacrificio di Cristo, alla sua sofferenza.
Ma vi sono altri luoghi biblici in cui la salvezza viene collegata alle nostre sofferenze, al nostro sacrificio. Leggiamo negli Atti degli Apostoli che "è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio" (At 14, 22). Nella Lettera ai Romani san Paolo afferma che dobbiamo offrire i nostri corpi come sacrificio vivente (Rm 12, 1); e nella seconda Lettera ai Corinzi, che siamo tribolati per la salvezza (2 Cor 1, 6; cfr. 2 Cor 4, 17). La Lettera di Giacomo ci dice che quelli che sopportano sono beati (Gc 5, 11). E la prima Lettera di Pietro che sopportare la sofferenza è gradito a Dio (1 Pt 2, 20).
In altri passi ancora viene fatto un collegamento tra il nostro sacrificio e il sacrificio di Cristo, tra le nostre sofferenze e le sofferenze di Cristo. Vi sono intanto quei passi in cui si afferma che occorre seguire Cristo e che per farlo occorre "prendere la croce" (Mt 10, 38; 16, 24; Mc 8, 34; Lc 9, 23) e rinnegare se stessi (Mt 16, 24; Mc 8, 34; Lc 9, 23). Vi è poi un passo della prima Lettera di Pietro che ci invita a rallegrarci di partecipare alle sofferenze di Cristo (1 Pt 4, 13). Ma è nel corpus paolino che si trovano i due passi, di importanza centrale, che collegano le nostre sofferenze alle sofferenze di Cristo, in vista della salvezza. Nella Lettera ai Romani san Paolo afferma che siamo "coeredi di Cristo, dal momento che soffriamo insieme con lui, per essere con lui glorificati" (Rm 8, 17). È attestato che soffriamo "insieme con lui", per essere nella gloria "con lui"; cioè, che siamo salvati con Cristo perché soffriamo con Cristo. Nella Lettera ai Filippesi san Paolo sostiene che la conoscenza di Cristo significa per lui "partecipazione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, con la speranza di giungere, in qualche modo, alla risurrezione dai morti" (Fil 3, 10-11). La "partecipazione" alle sofferenze di Cristo ci rende "conformi alla sua morte", facendoci sperare nella risurrezione. Ci viene attestato, cioè, che, come Cristo ha sofferto ed è risorto, anche noi, soffrendo, risorgeremo.
Che la salvezza sia legata alla sofferenza e al sacrificio di Cristo, ma anche degli uomini, è attestato anche dal Magistero cattolico, il cui insegnamento in proposito si può riassumere in alcuni passi della Lettera apostolica di Giovanni Paolo II Salvifici Doloris (1984): "Cristo dà la risposta all’interrogativo sulla sofferenza e sul senso della sofferenza […] prima di tutto con la propria sofferenza" (n. 18); Cristo compie l’opera della salvezza "per mezzo della sua Croce" (n. 16); "ognuno […] è chiamato a partecipare a quella sofferenza, per mezzo della quale ogni umana sofferenza è stata anche redenta" (n. 19); "quanti partecipano alle sofferenze di Cristo diventano degni [del Regno di Dio]" (n. 21). La Salvifici Doloris, inoltre, pone una spiegazione del perché vi è un legame salvifico tra la sofferenza degli uomini e la sofferenza di Cristo: "ogni umana sofferenza, in forza dell’unione nell’amore con Cristo, completa la sofferenza di Cristo" (n. 26); "nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia" (n. 26). Mi sembra chiaro, tra l’altro, come questa "particolare grazia" non possa essere riservata solo ai cristiani, dato che tutti gli uomini, di ogni tempo, luogo, cultura e religione, sperimentano nella loro vita la sofferenza. La Lettera apostolica sottolinea, infine, e la ritengo una attestazione fondamentale e centrale del Magistero cattolico, che Cristo ha legato la sofferenza all’amore, che dalla sofferenza nasce l’amore che ci salva e non c’è amore senza sofferenza e sacrificio: con la passione di Cristo l’umana sofferenza "è entrata in una dimensione completamente nuova e in un nuovo ordine: è stata legata all’amore" (n. 18); "la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore, per far nascere opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà umana nella "civiltà dell’amore". In questo amore il significato salvifico della sofferenza si realizza fino in fondo e raggiunge la sua dimensione definitiva" (n. 30).
Sulla base di questi dati biblici e magisteriali, credo si possa fare una riflessione sulla salvezza attraverso il sacrificio, che arrivi a mostrare una convergenza della posizione cattolica con quella delle altre confessioni cristiane e delle altre religioni.
Nella passione e morte di Cristo non è l’uomo che sacrifica una vittima a Dio, ma è Dio che, fattosi uomo, sacrifica se stesso (cfr. Gv 1, 29; Rm 8, 32). Questo autosacrificio di Dio ci dice che Dio non vuole il sangue della vittima sacrificale offerta dall’uomo, ma vuole salvare l’uomo attraverso l’amore. Poiché l’amore passa attraverso il sacrificio di sé, e non può esserci amore senza sacrificio di sé, e poiché Dio è amore (1 Gv 4, 8), non poteva non sacrificare se stesso. Quando anche l’uomo sacrifica se stesso, anche l’uomo diventa amore, e partecipa alla vita di Dio, entra in Dio: "chi sta nell’amore dimora in Dio" (1 Gv 4, 16); cioè, si salva. Il testo che conferma questa convinzione è Rm 3, 25-26: "Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia". La fede che giustifica è quella in Cristo "strumento di espiazione"; è la fede nella salvezza che passa attraverso il sacrificio. Ed è il sacrificio di Cristo che giustifica; quindi l’amore. Quindi anche l’amore degli uomini e le loro opere; perché l’amore degli uomini viene da Dio, è lo stesso amore di Dio: "l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rm 5, 5). L’uomo che agisce guidato da questo amore agisce come Dio; cioè, sacrifica se stesso. E perciò si salva. La salvezza, allora, avviene per l’amore di Dio divenuto amore degli uomini; avviene attraverso il sacrificio di Dio divenuto sacrificio degli uomini.
Credo sia questo anche il senso di un’affermazione della costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II Gaudium et Spes (1965): l’uomo non può "ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé" (n. 24). E credo sia proprio questo dono di sé che manca dove manca l’uomo ritrovato, cioè nelle troppe occasioni e nei troppi luoghi della storia in cui non manca qualcuna delle cose di cui egli è capace.
Ma anche l’uomo incapace di sacrificare se stesso può salvarsi. Perché può riconoscerlo, può riconoscersi debole e peccatore. Allora interviene per lui il sacrificio di Cristo a salvarlo (2 Cor 12, 9). È la dinamica del perdono e della misericordia divina. La salvezza viene sempre da Dio; l’uomo la accoglie. Nel caso in cui l’uomo sia capace di sacrificare se stesso, questa capacità, che lo salva, gli viene dallo Spirito Santo donatogli da Dio. Nel caso in cui l’uomo riconosca la sua incapacità al sacrificio e il suo peccato, egli di fatto riconosce che la sua vita è un sacrificio, che è stato sacrificato nella debolezza umana. E questo riconoscimento lo unisce al sacrificio di Cristo; e perciò lo salva. Perché il sacrificio che lui riconosce è quello compiuto da Cristo, Dio-uomo che non ha risparmiato se stesso. Il peccatore pentito, cioè, di fatto riconosce Cristo, anche se non crede in Cristo, o lo nega, o non ne ha mai sentito parlare. Quindi ha fede. Non solo, ma chi crede, in ogni religione e in ogni tempo, riconosce la sua debolezza; si riconosce, cioè, come incapace di salvarsi da sé e bisognoso di una salvezza che non viene da lui. Poiché tale salvezza viene da Cristo, chi crede di fatto riconosce Cristo, anche se non crede in Cristo, o lo nega, o non ne ha mai ascoltato il messaggio. Ecco perché "l’uomo è giustificato per la fede" (Rm 3, 28). E perché la salvezza non è opera dell’uomo, ma di Dio.
Ed ecco perché il Magistero cattolico afferma che con l’eucaristia ci uniamo a Cristo "mediante l’atto redentore del suo sacrificio" (RH n. 80) e nella Dichiarazione congiunta fra cattolici e luterani tedeschi stilata nel 1984 1 si dice che l’eucaristia offre a Dio solo il sacrificio di Cristo avvenuto una volta per sempre sulla croce.
Del resto, il sacrificio di sé, il riconoscimento della propria debolezza e il pentimento hanno una dinamica simile e conducono a un risultato simile. Il sacrificio di sé significa sacrificio del proprio orgoglio e della propria pretesa di forza e di potenza, che è poi il peccato originale: "Sarete simili a Dio" (Gn 3, 5). Così anche il riconoscimento della propria debolezza significa sacrificio della propria pretesa di forza e potenza. Ecco perché agli occhi di Dio il peccatore pentito è gradito come il giusto, ed entrambi sono salvati. Questa salvezza passa attraverso il sacrificio di sé ed è opera di Dio. Ritengo che questa concezione non crei nessuna contraddizione tra la visione cattolica e quella protestante della salvezza.
Il senso profondo della croce è allora la salvezza di chi pecca e si riconosce peccatore e di chi crede, di ogni tempo, luogo, cultura e religione. Tale senso nasce anche da una lettura integrata della passione nei Sinottici. Cristo sulla croce ha sperimentato veramente l’abbandono del Padre (Mt 27, 46; Mc 15, 34). Poiché ha sacrificato la propria onnipotenza, il suo sacrificio è stato vero e reale; non è stata una finta o una messa in scena. Ma pur avendo sperimentato tale abbandono, non ha perso la fiducia nel Padre, al quale consegna lo Spirito (Lc 23, 46) e che salverà il peccatore che si è riconosciuto tale (Lc 23, 40-43). Il sacrificio di Cristo è stato necessario perché gli uomini non sono perfetti e non sono capaci del sacrificio di sé. Cristo si è sacrificato per tutti quelli che riconoscono la propria debolezza e la propria incapacità di sacrificarsi, e tra questi vi sono uomini di ogni tempo, luogo e religione.
A questa si può aggiungere un’altra riflessione. Se la salvezza ci è data da Dio solo per il sacrificio e i meriti di Cristo, perché non è data a tutti indistintamente gli uomini? Perché qualcuno non si salva? Perché c’è l’Inferno? Occorre ritenere che la salvezza ci è data non solo "per" Cristo, ma anche "in" Cristo (cfr. At 4, 2; Rm 6, 23; 1 Cor 15, 22; 2 Tm 1, 9; 2, 10; 1 Gv 5, 11). Egli ci ha detto: "Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16, 24; cfr. Mc 8, 34; Lc 9, 23). E ancora: "Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio la troverà" (Mt 16, 25; cfr. Mc 8, 35; Lc 9, 24). La salvezza passa anche attraverso il proprio sacrificio, perché se uno non rinnega se stesso di fatto non aderisce pienamente alla volontà di Dio, cioè alla realtà come ci è stata data, che è diversa da quella che vorremmo, da quella che il nostro io desidererebbe. E quando aderisce alla volontà di Dio pienamente, uno prende la sua croce, perché accetta il proprio corpo con i suoi limiti, la propria debolezza umana, la propria sofferenza.
La salvezza passa anche attraverso il proprio sacrificio per un altro motivo, collegato al precedente: la necessità della propria conformità a Cristo. Si salvano quelli che sono conformi a Cristo (cfr. Gv 13, 15; Rm 8, 29; Fil 3, 10-11), quelli che seguono la via seguita da Cristo: debolezza, sofferenza, morte, risurrezione.
Per questa conformità a Cristo non è necessaria una fede esplicita. Quelli che si salvano senza credere in Cristo, seguendo la voce della loro coscienza e compiendo il bene attraverso un sacrificio, aderiscono alla volontà di Dio, che è quella che tutti siano salvati per Cristo e "in Cristo". Del resto, lo stesso Gesù ha detto: "Non chiunque mi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio" (Mt 7, 21). E l’enciclica Redemptor Hominis di Giovanni Paolo II afferma che "Cristo si è unito in certo modo ad ogni uomo" (n. 13). Dio non pretende che gli uomini si salvino aderendo esplicitamente alla Chiesa fondata da Cristo, ma seguendo la via seguita da Cristo e compiendo la sua volontà.
Chi afferma che la religione cristiana è superiore alle altre religioni, che è via ordinaria di salvezza (mentre le altre religioni sono vie straordinarie), perché in essa risuona la parola di Dio, rivelata dallo stesso Figlio di Dio, dovrebbe ricordarsi che proprio il Figlio di Dio ha detto la parola di Mt 7, 21, che non sembra dare la priorità, nel progetto di salvezza divino, alla religione o al culto, ma alla vita conforme alla volontà di Dio.
Da quanto fin qui detto nasce un’ultima riflessione, che mi sembra possa portare a conciliare e ad avvicinare diverse posizioni di diverse religioni.
Uno dei punti centrali rivelati dalla vita e dal messaggio di Gesù è questo: per entrare nel Regno di Dio non bisogna porre davanti a Dio i propri meriti aspettando la ricompensa; ma bisogna porre la propria vita, se stessi; bisogna donarsi, sacrificarsi, annullarsi, "entrare" totalmente in Dio, e pertanto "uscire" da se stessi: andare verso Dio, gli altri, il cosmo. Il sacrificio e la croce, che agli occhi dell’uomo possono sembrare un male, diventano così costitutivi del bene. E la grazia, l’intervento gratuito di Dio, che agli occhi dell’uomo può sembrare donata per la realizzazione di sé, appare donata per questo ingresso totale in Dio, per la realizzazione della gloria di Dio. E in questa dinamica, il divino è al contempo impersonale, poiché entrando nel divino la persona non è più separata dagli altri e dal resto del cosmo, e personale, in quanto la coscienza di questo dono di sé ne è elemento costitutivo.
Non si può, in conclusione, non notare che tutto ciò sembra poter conciliare diversi elementi centrali di diverse dottrine: il sacrificio personale cattolico, la divinizzazione ortodossa, la salvezza "sola gratia" protestante, il valore del sacrificio induista (in particolare nella religione vedica), il divino impersonale e l’estinzione del desiderio buddista, 

NOTE
Comunione ecclesiale nella parola e nel sacramento, Documento comune di cattolici e luterani, 37, 1984, in EO 2/1359.