30 set 2016

Parable of mustard seed

OMELIA XXVII DOMENIC DEL T.O.


OMELIA XXVII DOMENIC DEL T.O.

mons. Vincenzo Paglia

Commento su Abacuc 1,2-3;2,2-4; Salmo 94; Seconda Timoteo 1,6-8.13-14; Luca 17,5-10

Introduzione
È un male molto diffuso tra i credenti quello di considerare la fede come un atteggiamento puramente intellettuale, come la semplice accettazione di alcune verità. Cioè una fede che si traduce in una presa di posizione teorica, senza una vera incidenza sulla vita. Questo squilibrio ha come conseguenza lo scandalo della croce: l'esitazione davanti alle difficoltà che incontriamo ogni giorno e che sono sovente insormontabili se noi non siamo abbastanza radicati in Dio. Allora ci rivoltiamo con la stessa reazione insolente e insultante che scopriamo nelle parole del libro di Abacuc.
Le due brevi parabole del testo evangelico ricordano due proprietà della fede: l'intensità e la gratuità. Per mettere in rilievo il valore di una fede minima, ma solida, Cristo insiste sugli effetti che può produrre: cambiare di posto anche all'albero più profondamente radicato. Per insistere sulla fede come dono di Dio, porta l'esempio del servitore che pone il servizio del suo amore prima di provvedere ai suoi propri bisogni. È l'esigenza del servizio del Vangelo che ci ricorda san Paolo (1Tm 1,1), ma questo stesso apostolo ci avverte che "i lavori penosi" trovano sempre l'appoggio della grazia di Dio.

Omelia
Il Vangelo di oggi si apre con gli apostoli che chiedono a Gesù: "Aumenta la nostra fede!". Anziché soddisfare il loro desiderio, Gesù sembra volerlo acuire. Dice: "Se aveste fede quanto un granellino di senapa...". La fede è senza dubbio il tema dominante di questa domenica. Nella prima lettura si ascolta la celebre affermazione di Abacuc, ripresa da san Paolo nella Lettera ai Romani: "Il giusto vivrà per la sua fede". Anche l'acclamazione al Vangelo è sintonizzata su questo tema: "Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede" (1 Gv 5,4).
La fede ha diverse sfumature di significato. Questa volta vorrei riflettere sulla fede nella sua accezione più comune e più elementare: se credere o meno in Dio. Non la fede, in base alla quale si decide se uno è cattolico o protestante, cristiano o musulmano, ma la fede, in base alla quale si decide se uno è credente, o non-credente, credente o ateo. Un testo della Scrittura dice: "Chi si accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano" (Eb 11, 6). Questo è il primo gradino della fede, senza il quale non se ne danno altri.
Per parlare della fede a un livello così universale non possiamo basarci soltanto sulla Bibbia, perché questa avrebbe valore solo per noi cristiani e, in parte, per gli ebrei, non per gli altri. Per nostra fortuna, Dio ha scritto due "libri": uno è la Bibbia, l'altro è il creato. Uno è composto di lettere e parole, l'altro di cose. Non tutti conoscono, o possono leggere, il libro della Scrittura; ma tutti, da qualsiasi latitudine e cultura, possono leggere il libro che è il creato. Di notte ancor meglio, forse, che di giorno. "I cieli narrano la gloria di Dio e l'opera delle sue mani annunzia il firmamento...Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola" (Sal 19, 5). Paolo afferma: "Dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute" (Rom 1, 20).
E' urgente dissipare l'equivoco assai diffuso secondo cui la scienza ha ormai liquidato il problema e spiegato esaurientemente il mondo, senza bisogno di ricorrere all'idea di un essere al di fuori di esso, chiamato Dio. In un certo senso, la scienza ci porta oggi più vicino alla fede in un creatore, che non nel passato. Prendiamo la famosa teoria che spiega l'origine dell'universo con il Big Bang, o la grande esplosione iniziale. In un miliardesimo di miliardesimo di secondo, si passa da una situazione in cui non c'è ancora nulla, né spazio né tempo, a una situazione in cui è cominciato il tempo, esiste lo spazio, e, in una particella infinitesimale di materia, c'è già, in potenza, tutto il successivo universo di miliardi di galassie, come lo conosciamo noi oggi.
Qualcuno dice: "Non ha senso porsi la domanda cosa c'era prima di quell'istante, perché non esiste un 'prima', quando ancora non esiste il tempo". Ma io dico: come si fa a non porsi quella domanda! "Risalire indietro nella storia del cosmo, si afferma ancora, è come sfogliare le pagine di un libro immenso, partendo dalla fine. Giunti all'inizio, ci si accorge che è come se mancasse la prima pagina". Io credo che è proprio su questa prima pagina mancante che la rivelazione biblica ha qualcosa da dire. Non si può chiedere alla scienza che si pronunci su questo "prima" che è fuori dal tempo, ma essa non dovrebbe neppure chiudere il cerchio, dando a credere che tutto è risolto.
Non si pretende di "dimostrare" l'esistenza di Dio, nel senso che diamo comunemente a questa parola. Quaggiù vediamo come in uno specchio e in un enigma, dice san Paolo. Quando un raggio di sole entra in una stanza, ciò che si vede non è la luce stessa, ma è la danza della polvere che riceve e rivela la luce. Così è di Dio: non lo vediamo direttamente, ma come di riflesso, nella danza delle cose. Questo spiega perché Dio non si raggiunge, se non con facendo il "salto" della fede.


29 set 2016

The three Arcangels

GIOVANNI PAOLO II (SULLO SPIRITO SANTO, IL PENSIERO DI PAOLO)


GIOVANNI PAOLO II (SULLO SPIRITO SANTO, IL PENSIERO DI PAOLO)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 aprile 1991 

1. San Paolo ci ha parlato, nella catechesi precedente, della “legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù” (Rm 8, 2): una legge secondo la quale bisogna vivere, se si vuole “camminare secondo lo Spirito” (Gal 5, 25), compiendo le opere dello Spirito, non quelle della “carne”.
L’Apostolo dà rilievo all’opposizione tra “carne” e “Spirito”, e tra i due generi di opere, di pensieri e di vita che ne dipendono: “Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, pensano alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace” (Rm 8, 5-6).
Lo spettacolo delle “opere della carne” e delle condizioni di decadenza spirituale e culturale a cui giunge l’“homo animalis” è desolante. Esso tuttavia non deve far dimenticare la ben diversa realtà della vita “secondo lo Spirito”, che pure è presente nel mondo e s’oppone al dilagare delle forze del male. San Paolo ne parla nella Lettera ai Galati rilevando, in opposizione alle “opere della carne” che escludono dal “regno di Dio”, il “frutto dello Spirito” che è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (cf. Gal 5, 19-22). Queste cose, sempre secondo San Paolo, sono dettate al credente dall’interno, cioè dalla “legge dello Spirito” (Rm 8, 2), che è in lui e che lo guida nella vita interiore (cf. Gal 5, 18.25).
2. Si tratta dunque di un principio della vita spirituale e della condotta cristiana, che è interiore e nello stesso tempo trascendente, come già si deduce dalle parole di Gesù ai discepoli: “Lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce . . . sarà in voi” (Gv 14, 17). Lo Spirito Santo viene dall’alto, ma penetra e risiede in noi per animare la nostra vita interiore. Gesù non dice solo: “Egli dimora presso di voi” (Gv 14, 17), il che può suggerire l’idea di una presenza che è soltanto vicina, ma aggiunge che si tratta di una presenza dentro di noi. San Paolo, a sua volta, augura agli Efesini che il Padre conceda loro “di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore” (Ef 3, 16): nell’uomo cioè che non si accontenta di una vita esterna, spesso superficiale, ma intende vivere nelle “profondità di Dio”, scrutate dallo Spirito Santo (cf. 1 Cor 2, 10).
La distinzione fatta da Paolo circa l’uomo “psichico” e l’uomo “spirituale” (cf. 1 Cor 2, 13-14) ci aiuta a capire la differenza e la distanza tra la maturazione connaturale alle capacità dell’anima umana e la maturità propriamente cristiana, che implica lo sviluppo della vita dello Spirito, la maturazione della fede, della speranza, della carità. La coscienza di questa Radice divina della vita spirituale, che dall’intimo dell’anima si espande in tutti i settori dell’esistenza, anche esterni e sociali, è un aspetto fondamentale e sublime dell’antropologia cristiana. Fondamento di tale coscienza è la verità di fede per cui credo che lo Spirito Santo abita in me (1 Cor 3, 16), prega in me (Rm 8, 26; Gal 4, 6), mi guida (Rm 8, 14) e fa sì che Cristo viva in me (Gal 2, 20).
3. Anche la similitudine, usata da Gesù nel colloquio con la Samaritana al “pozzo di Giacobbe”, circa l’“acqua viva” che egli darà a chi crede, acqua che “diventerà in lui sorgente che zampilla per la vita eterna” (Gv 4, 14), significa la scaturigine interiore della vita spirituale. È quanto chiarisce Gesù stesso in occasione della “festa delle Capanne” (cf. Gv 7, 2), quando, “levatosi in piedi, esclamò ad alta voce: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me” come dice la Scrittura (cf. Is 55, 1): fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. E l’evangelista Giovanni commenta: “Questo egli disse riferendosi allo Spirito Santo che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7, 37-39).
Nel credente lo Spirito Santo sviluppa tutto il dinamismo della grazia che dà la vita nuova, e delle virtù che traducono questa vitalità in frutti di bontà. Dal “seno” del credente lo Spirito Santo opera anche come fuoco, secondo l’altra similitudine usata dal Battista a proposito del battesimo: “Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Mt 3, 11); e da Gesù stesso circa la sua missione messianica: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra” (Lc 12, 49). Lo Spirito suscita perciò una vita animata da quel fervore che San Paolo raccomandava nella lettera ai Romani: “Siate ferventi nello Spirito” (Rm 12, 11). È la “fiamma viva di amore” che purifica, illumina, brucia e consuma, come ha spiegato così bene San Giovanni della Croce.
4. Nel credente si sviluppa così, sotto l’azione dello Spirito Santo, una santità originale, che assume, eleva e porta a perfezionamento, senza distruggerla, la personalità di ciascuno. Così ogni santo ha la sua fisionomia propria. Stella differt a stella, si può dire con San Paolo: “Ogni stella differisce dall’altra nello splendore” (1 Cor 15, 41): non solo nella “futura risurrezione”, a cui si riferisce l’Apostolo, ma anche nella presente condizione dell’uomo, che non è più solo psichico (dotato di vita naturale), ma spirituale (animato dallo Spirito Santo) (cf. 1 Cor 15, 44ss.).
La santità sta nella perfezione dell’amore. Essa tuttavia varia secondo la molteplicità di aspetti che l’amore prende nelle diverse condizioni della vita personale. Sotto l’azione dello Spirito Santo ognuno vince nell’amore l’istinto dell’egoismo, e sviluppa le forze migliori nel suo modo originale di donarsi. Quando la forza espressiva ed espansiva dell’originalità è particolarmente potente, lo Spirito Santo fa sì che intorno a tali persone (anche se a volte rimangono nascoste) si formino gruppi di discepoli e seguaci. Nascono così correnti di vita spirituale, scuole di spiritualità, istituti religiosi, la cui varietà nell’unità è dunque effetto di quel divino intervento. È lo Spirito Santo che valorizza, nelle persone e nei gruppi, nelle comunità e nelle istituzioni, tra i sacerdoti e tra i laici, le capacità di tutti.
5. Dalla interiore sorgente dello Spirito deriva anche il nuovo valore di libertà, che caratterizza la vita cristiana. Come dice San Paolo: “Dov’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2 Cor 3, 17). Direttamente, l’Apostolo si riferisce alla libertà acquisita dai seguaci di Cristo nei confronti della legge giudaica, in sintonia con l’insegnamento e l’atteggiamento dello stesso Gesù. Ma il principio che egli enuncia ha un valore generale. Egli, infatti, parla più volte della libertà come vocazione del cristiano: “Voi . . ., fratelli, siete stati chiamati alla libertà” (Gal 5, 13). E spiega bene di che si tratta. Secondo l’Apostolo, chi “cammina secondo lo Spirito” (Gal 5, 13), vive nella libertà, perché non si trova più sotto il giogo opprimente della carne: “Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne” (Gal 5, 16). “I desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace” (Rm 8, 6).
Le “opere della carne”, da cui è liberato il cristiano fedele allo Spirito, sono quelle dell’egoismo e delle passioni, che impediscono l’accesso al regno di Dio. Le opere dello Spirito, invece, sono quelle dell’amore: “Contro queste cose, osserva San Paolo, non c’è legge” (Gal 5, 23).
Ne risulta, secondo l’Apostolo, che “se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge” (Gal 5, 18). Scrivendo a Timoteo, egli non esita a dire: “La legge non è fatta per il giusto” (1 Tm 1, 9). E San Tommaso spiega: “Sui giusti la legge non ha forza coattiva, come sui cattivi” (San Tommaso, Summa theologiae, I-II, q. 96, a. 5, ad 1), poiché i giusti non fanno niente che sia contrario alla legge. Anzi, guidati dallo Spirito Santo, fanno liberamente più di quanto richiede la legge (cf. Rm 8, 4; Gal 5, 13-16).
6. Questa è la mirabile conciliazione della libertà e della legge, frutto dello Spirito Santo operante nel giusto, come avevano predetto Geremia ed Ezechiele annunciando l’interiorizzazione della legge nella Nuova Alleanza (cf. Ger 31, 31-343; Gal 5, 13-16).
“Porrò il mio Spirito dentro di voi” (Ez 36, 27). Questa profezia si è verificata e continua ad attuarsi sempre nei fedeli di Cristo e nell’insieme della Chiesa. È lo Spirito Santo che dà la possibilità di essere non dei semplici osservanti della Legge, ma dei liberi, ferventi e fedeli realizzatori del disegno di Dio. Si attua allora quanto dice l’Apostolo: “Tutti quelli . . . che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!” (Rm 8, 14-15). È la libertà da figli che era stata annunciata da Gesù come la vera libertà (cf. Gv 8, 36). È una libertà interiore, fondamentale, ma sempre orientata verso l’amore, che rende possibile o quasi spontaneo l’accesso al Padre nell’unico Spirito (cf. Ef 2, 18). È la libertà guidata che splende nella vita dei Santi.

24 set 2016

IL SITO NICODEMO - BRANO BIBLICO SCELTO: 1 TIMOTEO 6,11-16


IL SITO NICODEMO - BRANO BIBLICO SCELTO

1 TIMOTEO 6,11-16

Carissimo, 11 tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. 12 Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni.
13 Al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, 14 ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, 15 che al tempo stabilito sarà a noi rivelata dal beato e unico sovrano, il re dei regnanti e signore dei signori, 16 il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile, che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere. A lui onore e potenza per sempre. Amen.
Al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi rivelata dal beato e unico sovrano, il re dei regnanti e signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile, che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere. A lui onore e potenza per sempre. Amen.

COMMENTO
1 Timoteo 6,11-16

La bella testimonianza di Gesù e dei cristiani
In questo brano, che si situa al termine della lettera, viene ripreso anzitutto il tema della corretta trasmissione del vangelo. Sul piano letterario esso si lega al precedente in modo puramente artificiale mediante un'introduzione generica: «Ma tu, uomo di Dio, evita queste cose». Lo sviluppo tematico procede su tutt'altro tono. Si tratta di una calda parenesi appoggiata a motivazioni che si servono di frammenti di catechesi e di professioni di fede. La dossologia innica finale (vv. 15-16), può essere un indizio del contesto liturgico originario di questa esortazione, che può essere quello del battesimo oppure quello dell’entrata in carica («ordinazione») di un responsabile della comunità. Le due possibilità non si escludono a vicenda. Il brano si divide in due parti: esortazioni (vv. 11-13); dossologia (vv. 15-16).

Esortazioni (vv. 11-13)
Il brano inizia con una duplice esortazione seguita da una terza sotto forma di scongiuro. La prima esortazione richiama la dialettica battesimale della rinuncia e dell'impegno: «Ma tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza» (v. 11). La rinunzia ha per oggetto «queste cose», cioè la ricerca del denaro di cui si era parlato nel versetto precedente (v. 10). La parte positiva è illustrata da un elenco o lista di sei virtù contrapposte ai vizi dei falsi maestri menzionati nel bravo precedente (cfr. 6,4-5). È un programma di vita formulato secondo le idee etico-religiose delle lettere pastorali. La prima coppia «giustizia-pietà» indica i rapporti corretti rispettivamente con Dio e con gli uomini. Seguono tre virtù strettamente collegate tra loro, la fede (pistis), la carità (agapê, amore) e la perseveranza (hypomonê): la terza di esse indica la capacità di resistere alle prove, la pazienza che, nelle pastorali, corrisponde alla speranza. Si tratta dunque della triade di virtù cristiane (cfr. 1Ts 1,3; Rm 5,2-5), che però hanno perso un po’ dell’originale carattere escatologico per diventare normali regole di buon comportamento.
Con l'immagine sportiva della lotta si entra nella parte centrale e più originale della predica: «Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni» (v. 12). L’«uomo di Dio», che può essere il responsabile della comunità, ma anche il semplice cristiano, deve affrontare con decisione totale la gara o la lotta, come un autentico campione, anzitutto per raggiungere la meta alla quale è stato chiamato, cioè la vita eterna. In secondo luogo deve essere coerente con gli impegni presi quando ha fatto la sua professione di fede (homologia), che diventa anche impegno di vita. Questa professione può essere quella del battesimo o quella che ha accompagnato l’assunzione di una responsabilità comunitaria. In entrambi i casi i testimoni sono i membri della comunità stessa che hanno ratificato la sua decisione. 
L’esortazione termina con una specie di scongiuro: «Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo» (vv. 13-14). In questo scongiuro è interessante il confronto istituito tra la professione di fede cristiana davanti a molti testimoni e la testimonianza di Gesù Cristo. L'autore ha abilmente inserito un frammento del credo primitivo dentro la cornice dell'esortazione. Ciò gli permette di esortare il lettore «davanti» (enôpion) al Dio che dà la vita e a Gesù Cristo. Di lui dice che ha reso la sua  «bella (kalen) testimonianza (homologia) davanti a (epi) Ponzio Pilato». Il termine homologia, «professione di fede», fa parte del rito battesimale, durante il quale si proclama Gesù Signore (cfr. Rm 10,9). La preposizione epi può significare  «sotto» oppure «davanti/di fronte a». La testimonianza pubblica di Gesù Cristo sembra riferirsi alla scena del processo romano, dove Gesù, di fronte a Ponzio Pilato che lo interroga se è lui il re dei giudei, risponde: «Tu lo dici» (Mc 15,2). Se però il testo riproduce, come si ammette comunemente, una formula di fede, allora bisognerebbe tradurre «sotto Ponzio Pilato» e la testimonianza di Gesù consisterebbe nella sua morte salvifica in croce. Perciò la testimonianza/professione di fede del cristiano dovrebbe prendere come esempio il comportamento di Gesù Cristo non solo durante il processo, ma nell'impegno radicale fino a dare la propria vita. Il cristiano è dunque invitato a seguire l’esempio di Cristo mediante un impegno che abbraccia l'intera esistenza fino alla rivelazione (epiphaneia) del Signore nostro Gesù Cristo Questo impegno è definito come osservanza «senza macchia e irreprensibile» del «comandamento». Nell'ottica peculiare delle lettere pastorali, il comandamento non indica un precetto particolare, ma l'ideale di vita cristiana che, altrove, è designato come «deposito» (cfr. 1Tm 6,20), «sana dottrina» o «tradizione». Quello che si pone in primo piano con questa terminologia è l'impegno di fedeltà che abbraccia sia la dottrina che la prassi cristiana. Questo vale per tutta la comunità, ma in modo speciale per colui che ne è il responsabile.

Dossologia (vv. 15-16)
L’accenno alla manifestazione del Signore Gesù Cristo offre l’occasione per inserire un frammento innico di carattere dossologico in suo onore: 

«…la quale al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio,
il beato e unico Sovrano,
il Re dei re e Signore dei signori,
il solo che possiede l’immortalità
e abita una luce inaccessibile:
nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo.
A lui onore e potenza per sempre. Amen. (vv. 15-16)

In questo inno, che potrebbe essere la ripresa cristiana di un inno sinagogale ellenistico, è contenuto un esempio di «bella professione di fede». La manifestazione di Cristo, che avverrà alla fine dei tempi, è stata voluta e preparata da Dio stesso, il quale viene definito come il beato sovrano, il re dei re e il Signore dei signori, al quale compete l’immortalità. Egli abita in una luce inaccessibile e non può essere visto da nessuno. Con queste espressioni, ricavate dal linguaggio di corte dell’epoca, si vuole sottolineare la trascendenza di Dio, che nessun essere umano può raggiungere. A lui solo viene riservata la lode del credente.

Linee interpretative
Le esortazioni contenute in questo brano mettono in luce i tratti caratteristici della vita cristiana, modellata sulle tre grandi virtù teologali su cui ha tanto insistito la parenesi paolina. La sostituzione della speranza con la perseveranza mette però in luce come ormai non sia più in primo piano l’attesa del ritorno imminente del Signore, ma l’impegno di una vita cristiana improntata alla saggezza e alla buona volontà. In primo piano emerge il comandamento, cioè l’insieme delle disposizioni ecclesiastiche che regolano la vita dei credenti. Proprio seguendo le direttive tradizionali costoro faranno onore alla loro professione di fede fatta davanti a tutta la comunità. Così facendo essi imiteranno la testimonianza data da Gesù in tutta la sua vita fino alla morte.
In questa prospettiva viene sottolineata la trascendenza di Dio, il quale viene immaginato come un grande re che governa il suo impero nascosto nel suo palazzo. Più che un impegno per la trasformazione del mondo, la vita cristiana diventa un ossequio a una divinità lontana e nascosta. Il brano mostra come, con l’allontanarsi nel tempo da Gesù, la comunità cristiana abbia creato le sue strutture, in modo da garantire una vita basata sulla pietas verso di Dio e una giustizia che consiste principalmente nell’essere in pace con tutti. In questo contesto l’esempio di Gesù, che ha dato la sua testimonianza fino alla morte, resta un po’ teorico e distaccato dalla vita. Più che la sequela ha preso il primo posto il culto di Cristo, associato nella gloria al Padre. La tendenza che emerge in questo brano diventerà preponderante nello sviluppo successivo del cristianesimo. Questa prospettiva non deve impedire di risalire al Paolo autentico per ritrovare la sua dottrina sulla giustificazione mediante la fede il suo impulso all’attesa operosa di un mondo nuovo


The rich man and Lazarus