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20 ott 2017

Matteo 22, 15-20


XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (22/10/2017)


Ciascuno il suo e a ciascuno il suo

padre Gian Franco Scarpitta  

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (22/10/2017)

Isaia preconizza l'esistenza di un solo Dio e Signore universale, accanto al quale non si ammettono altre divinità e al quale ciascun uomo deve mostrare riverenza e sottomissione. E se Dio è Uno e unico, occorre che tutti ci si predisponga a fare la sua volontà, a vivere secondo i suoi dettami anche quando queste contrastino con determinate posizioni sociali. L'atteggiamento dell'uomo è quello apofatico, del nulla in cui si trova ad essere lui di fronte al tutto in cui Dio mostra di essere nei suoi confronti. Ma se occorre sottomettersi in tutto alla volontà di Dio, come atteggiarsi di fronte alle disposizioni umane? Come adoperarci quando ci si pongono davanti degli obblighi inesorabili verso il governo e le istituzioni? La domanda apre un serio dibattito sui rapporti fra religione e politica e tante volte alla questione si è voluto rispondere per mezzo di un'accurata esegesi del brano evangelico di oggi. A Gesù infatti si avvicinano persone smaliziate e lestofanti, che, dopo che alcuni avevano messo in dubbio la sua autorità messianica, tendono a porgli un tranello con la domanda: “E' lecito o no pagare il tributo a Cesare? E' necessario che ci soffermiamo attentamente sul senso reale delle parole contenute nella frase. Infatti ci si trova in tempo di dominio romano, sotto l'imperatore Tiberio e vi è la prescrizione che tutti i cittadini (quindi anche quelli d'Israele e dintorni) dai 14 ai 65 anni debbano pagare il “testatico”, cioè la tassa annuale di un denaro pro capite. Pagare questo gabello indirettamente equivale a riconoscere nell'imperatore il Divino, l'augusto al quale restare sottomessi e forse era anche per questo motivo che la tassa veniva imposta: con essa si intendeva costringere tutti alla sottomissione all'erario di Roma e così riconoscere l'unicità dell'impero romano e restarvi sottomessi. Ma questo non piaceva a determinati gruppi nazionalisti quali si presentavano al tempo di Gesù. In nome dell'unico Dio d'Israele, al quale, unico, tutti devono obbedienza e rispetto, parecchi movimenti auspicavano la liberazione dal dominio di Roma. Fra questi possiamo menzionare gli Zeloti, ma un certo sentire di emancipazione e di libertà albergava un po' in tutto Israele.
Il tranello che con il quesito viene posto a Gesù (E' lecito o no pagare il tributo a Cesare?) è quindi molto intricato e delicato. Se infatti lui rispondesse: “Si, è lecito pagarlo” scatenerebbe su di sé l'ira di tanti suoi connazionali che lo accuserebbero di rinnegare l'autorità dell'unico Dio d'Israele; se invece rispondesse “No, non è lecito pagare il tributo” allora dimostrerebbe di essere un ribelle e un insubordinato alle leggi dell'Impero, un probabile sovversivo. Da una parte la coerenza e la linearità dell'accettazione globale dell'unica Autorità divina che Israele fedelmente coltiva, dall'altra la subordinazione doverosa al sistema legalistico vigente.
Si vuole che Gesù, rispondendo alla domanda, offra anche la soluzione al problema predetto della conciliabilità fra religione e politica, separando l'una dall'altra. In realtà non affronta direttamente la questione, ma nella soluzione del problema scioglie ogni enigma sui rapporti che debbano esserci fra il mondo politico e quello della fede e della religione. La moneta che ostenta alla visione dei suoi interlocutori mostra la figura dell'Imperatore Tiberio (Cesare Tiberio Augusto), che i Giudei detestano raffigurata sul disco monetario; esclamando poi “A Cesare quel che è di Cesare e Dio quel che è di Dio”, Gesù osserva che la sottomissione al potere terreno è doverosa, in quanto dall'autorità terrena dipende anche la nostra vita e la nostra convivenza. Riflettiamo un istante: non è contradditorio, e per certi versi anche lesivo, che si deprezzi la moneta con cui ogni giorno spendiamo per vivere? Se dall'Impero derivano tasse e tributi, sempre dall'Impero ci provengono anche le monete che adoperiamo per sopravvivere ogni giorno, non importa se con un conio biasimevole. Rispettare l'autorità è quindi necessario anche per la nostra stessa convivenza, poiché comunque essa è garante dell'amministrazione del paese in cui viviamo. D'altra parte l'obbedienza alle istituzioni è sinonimo di ottemperanza al potere, che a sua volta ha in ogni caso origine divina. Ogni autorità deriva da Dio e va rispettata.
Pagare le tasse equivale a contribuire al progresso e allo sviluppo del paese, fare la propria parte perché si creino condizioni agevoli e strutture di ausilio per un retto equilibrio sociale. Restare sottomessi all'autorità comporta creare l'oceano a partire da una goccia: una sola goccia non fa' l'oceano, ma se non ci fosse quella, l'oceano ne resterebbe senza. Anche per questo è importante che l'onere stesso dei tributi non gravi su pochi cittadini, costretti tante volte a colmare le lacune di altri inadempienti, ma che tutti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alle proprie possibilità, spronino se stessi alla responsabilità nell'adempiere tale obbligo. E se tutti fossimo puntuali nel rispetto delle leggi e dei doveri certamente si instaurerebbe un regime di pacifica convivenza a vantaggio di tutti. In Gesù vi è quindi il sentimento di riconoscere nel regime politico umano la presenza ispiratrice di Dio e pertanto concede all'imperatore ciò che gli è dovuto. Non però che Gesù voglia mostrarsi acritico e neutrale intorno ai problemi e alle tensioni che un sistema di governo può ingenerare sul popolo: in un altro brano di Matteo (17, 24 - 27) si mostra solerte nell'adempiere all'obbligo di pagamento della tassa del tempio, eppure osserva che “i re di questo mondo (di Roma) riscuotono i tributi non dai loro sudditi (i figli) ma dagli altri popoli loro sottomessi. Sono cioè ingiusti e imparziali. Proprio di Gesù è insomma essere ben disposto verso le autorità legittime, ma anche chiedere ad esse una giusta amministrazione e un adeguato perseguimento della giustizia, dell'equità e del bene comune. Come osserva qualche esegeta, se infatti l'immagine coniata sulla moneta è dell'imperatore, l'immagine di Dio è quella dell'uomo e di conseguenza occorre che a Dio venga dato “ciò che gli è di pertinenza”, ossia l'uomo con la sua dignità, i suoi valori e i suoi diritti. Spetta insomma all'uomo rispettare il regime politico al quale appartiene e ad attenersi a tutte le sue prescrizioni, ma compete a qualsiasi istituzione difendere e promuovere la centralità dell'uomo e questo non ostacolando l'obiettività degli imperativi etici.
Politica e religione certamente viaggiano ciascuno sul suo campo di pertinenza, ma nulla oppone che esse possano conciliarsi e vivere in stratta simbiosi, perché del resto l'obbedienza al re può configurarsi come servizio disinteressato a Dio. Scrive infatti Pietro: State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re.”(1Pt 2, 14. 16 - 17). Le condizioni che si pongono sono quelle della reciproca intesa fra i doveri del cittadino verso le Istituzioni e gli obblighi di queste nei suoi confronti e pertanto sulla promozione della buona e retta convivenza.

18 ott 2017

Gesù nostra speranza


LA SPERANZA CRISTIANA. SPERARE CONTRO OGNI SPERANZA (anche Paolo)


LA SPERANZA CRISTIANA. SPERARE CONTRO OGNI SPERANZA (ANCHE PAOLO)

Don Marino Qualizza

Prima di qualsiasi definizione o descrizione della speranza cristiana, è necessario presentare delle figure concrete, dei personaggi che incarnano in qualche modo questa speranza.
E’ così facile risalire ad Abramo. Egli è sì l’uomo della fede, ma anche e forse di più,della speranza, perché la sua prospettiva è un futuro che si fonda nel presente. Ciò che leggiamo allora in Gen 12, 1-3 soprattutto, ci dà una indicazione precisa di che cosa sia credere e sperare contemporaneamente. Ed ancora, appare che questa speranza si concretizza nell’attesa, nella promessa di un figlio, la cosa più ‘naturale’ e spesso la più irraggiungibile per i desideri umani. Ma nel figlio della promessa è aperta la prospettiva non di una vita, ma di una storia intera. Al paradosso della speranza di Abramo si collega direttamente san Paolo, quando, presentando come oramai definitivamente sfumato il desiderio della paternità, lo vede inaspettatamente realizzato. «Egli credette, al di là di ogni speranza, di divenire padre di molte nazioni…Fondato sulla promessa di Dio, non esitò nella incredulità, ma si rafforzò nella fede» (Rom 4, 18.20).
Una storia aperta al futuro
Nel segno di questa speranza si svolge la storia d’Israele, protesa ad un futuro di vita e di gioia. In questa luce viene proiettata anche la speranza di una vittoria futura, definitiva sul male, come leggiamo in Gen 3, 15. E’ il primo annuncio evangelico, la prima buona notizia in una esistenza segnata dal male, sotto ogni profilo. Per questo motivo, l’espressione ‘sperare contro ogni speranza’ è il paradigma stesso della prospettiva cristiana. Essa non si fonda su una facile successione di avvenimenti lieti. È piuttosto la fatica di avere una prospettiva, perché le cose vanno male, perché la situazione è compromessa. La speranza cristiana è una questione molto seria, perché guarda in faccia alla realtà, se ne spaventa per quel che basta, ma alza gli occhi verso il cielo, da dove viene la salvezza (cfr Salmo 121).
E’ dono di Dio
La speranza cristiana non è lo sforzo umano di vedere il bene dove c’è il male, ma la fiducia di superare il male, perché Dio ci viene in aiuto. Altrimenti si tratterebbe di una tensione psicologica, di uno sforzo sovrumano di volontà o di una prospettiva socio-politica, di cui la storia recentissima ci ha dato esempi fin troppo evidenti. E poiché si tratta di storia, il riferimento all’epopea dell’Esodo è quanto mai necessaria, perché in essa la speranza di Abramo ci concretizza in un popolo, che è chiamato a fidarsi di Dio ed a fondare su di lui il suo futuro. Del resto, fra le diverse interpretazioni del nome di Dio, legate alla rivelazione del roveto ardente: Io sono colui che sono; c’è anche l’indicazione al futuro: sarò ciò che sarò, intendendo in questo, sempre un ‘per voi’.
Tutto questo si compie in Gesù Cristo, perché in lui le promesse di Dio si sono realizzate (Cfr 2Cor 1, 20). Il Cristo è dunque il compimento dell’attesa e della speranza d’Israele ed il fondamento della speranza dei cristiani. Ma anche qui le cose procedono in modo paradossale, perché la vita di Gesù e la sua conclusione drammatica, sembrano mettere in discussione proprio la verità di questa promessa e la consistenza della speranza. Come dire, che la speranza cristiana non è mai un pacifico possesso. I motivi di questa complessa e paradossale situazione sono dati dalla conclusione drammatica della vita di Gesù, da una parte, e poi dal mistero stesso di Dio.
Le condizioni della speranza
Verità difficile e aspra, dunque, la speranza cristiana, perché la vita si svolge e si sviluppa in mezzo a difficoltà, contraddizioni, e fallimenti garantiti. Come sperare in queste condizioni? Certamente non ricorrendo a qualche sortilegio, ma leggendo nella storia di Cristo la linea del superamento del male e della disperazione. Se è vero che Abramo credette al di là di ogni speranza, questo è ancora più vero nel Cristo Signore, perché ha operato nella sua vita di Verbo incarnato, il passaggio dalla morte alla vita. Egli è la speranza concreta, perché rivela come Dio affronta il male del mondo, reso evidente dalla morte. Essa non è l’ultima parola di questa storia, ma la penultima. E’ la vita che viene da Dio la svolta ultima e definitiva. Così, nella morte di Gesù si rivela la vittoria di Dio sulla morte.
L’esperienza dell’azione di Dio
Qualcuno potrebbe obiettare che tutto questo è solo teorico, perché in realtà nulla è cambiato e tutto è restato come prima. Ma proprio qui si pone l’esigenza di andare oltre le parole e le rievocazioni. La speranza cristiana è il risultato del dono della grazia e quindi della presenza di Dio, di cui si fa esperienza. Se non ci fosse questa esperienza di Dio, tutto si perderebbe nelle nostre parole. Ma la speranza, come la fede, si fonda su una esperienza dell’azione di Dio, di lui stesso, che riempie la vita. Dio non è un’idea, ma una presenza viva che fa vivere e crea e suscita la fiducia. Infatti si può dire che la speranza è la dimensione fiduciale della fede. Dato allora, che la nostra vita è segnata dalla croce, che non aiuta a credere, ma a disperare, ciò che è decisivo è l’azione della grazia di Dio che si fa sentire presente nelle nostre difficoltà. Egli non è il Dio assente, ma colui che si china su di noi e ci porta nella vita. La vicenda di Gesù diventa così paradigmatica anche per noi. Viviamo la stessa sua esperienza, tenendo conto delle differenze fra noi e Gesù.
La speranza come attesa fiduciosa di Dio
Il secondo motivo della speranza è data dal mistero di Dio. Anche se le cose nel mondo andassero al meglio, non per questo verrebbe meno la speranza, perché essa è connaturale al nostro rapporto con Dio, mistero inaccessibile, se egli non si avvicina a noi. Dio non è oggetto di conquista, perché altrimenti sarebbe un idolo. Egli è mistero nel senso che ci trascende, ci supera da ogni parte e può essere raggiunto da noi, solo se si dona a noi per sua iniziativa. E’ questo il fondamento specifico della speranza. Che si identifica con l’accoglienza del dono e con il senso di gratitudine. Il nostro atteggiamento con Dio è quello dell’attesa fiduciosa, disponibile. E questo vale per sempre, ora e per l’eternità.
Speranza come novità di vita in ordine a Dio
Il senso del mistero di Dio rende la vita aperta al futuro e mai ripetitiva. La speranza manifesta, fra l’altro, anche la novità inesauribile di Dio, che è la dimensione della vita eterna. Gli spazi sconfinati del mistero di Dio entrano così nella esperienza del credente, che è proteso al futuro. In questo senso, un altro aspetto della speranza è il desiderio che orienta la nostra vita. Esso non è dato solo dall’assenza di un bene, che perciò si desidera, ma piuttosto dall’aver già inizialmente trovato quel bene che è di per sé inesauribile e che quindi viene desiderato all’infinito e per se stesso.
Dono per un desiderio senza fine
Tentando una facile sintesi, possiamo dire che la speranza è la forza che Dio ci dà per affrontare e superare le difficoltà, le sorprese amare della vita. La croce non manca mai; ma non è più segno di maledizione, perché il credente la vive nello spirito e nell’atteggiamento di Gesù. Non è virtù facile la speranza, anche se è dono di Dio. Poiché deve essere accolto da noi, richiede che superiamo le gravi prove della vita, nelle quali si può trave proprio il Dio che cerchiamo.
Nel segno più positivo, la speranza è il segno della divinità di Dio, che ci chiama a partecipare del suo mistero. Chi ha fatto esperienza del Dio di Gesù Cristo, sa che Dio è mistero insondabile, nel quale però è dolce immergersi. Dalla speranza cristiana discendono anche la contemplazione ammirata del mistero di Dio ed il desiderio della comunione definitiva con lui. 


17 ott 2017

San Luca dipinge la Vergine Maria


18 OTTOBRE: SAN LUCA, APOSTOLO ED EVANGELISTA


18 OTTOBRE: SAN LUCA, APOSTOLO ED EVANGELISTA

L'evangelista Luca in un manoscritto bizantino del X secolo

San Luca Evangelista, autore del terzo Vangelo e degli Atti degli Apostoli, è chiamato "lo scrittore della mansuetudine del Cristo". Paolo lo chiama "caro medico", compagno dei suoi viaggi missionari, confortatore della sua prigionia. Il suo Vangelo, che pone in luce l'universalità della salvezza e la predilezione di Cristo verso i poveri, offre testimonianze originali come il vangelo dell'infanzia, le parabole della misericordia e annotazioni che ne riflettono la sensibilità verso i malati e i sofferenti. Nel libro degli Atti delinea la figura ideale della Chiesa, perseverante nell'insegnamento degli Apostoli, nella comunione di carità, nella frazione del pane e nelle preghiere. Secondo la tradizione Luca nacque ad Antiochia da famiglia pagana e fu medico di professione, poi si convertì alla fede in Cristo. Divenuto compagno carissimo di san Paolo Apostolo, sistemò con cura nel Vangelo tutte le opere e gli insegnamenti di Gesù, divenendo scriba della mansuetudine di Cristo, e narrando negli Atti degli Apostoli gli inizi della vita della Chiesa fino al primo soggiorno di Paolo a Roma. Ma che c’entra Teofilo? E chi lo conosce? Da sempre ci pare un po’ abusivo questo personaggio ignoto, che vediamo riverito e lodato all’inizio del Vangelo di Luca e dei suoi Atti degli Apostoli. La risposta si trova nella formazione ellenistica dell’autore. Con la dedica fatta a Teofilo, che doveva essere un cristiano eminente, egli segue l’uso degli scrittori classici, che appunto erano soliti dedicare le loro opere a personaggi insigni. Luca, infatti, ha studiato, è medico e tra gli evangelisti è l’unico non ebreo. Forse viene da Antiochia di Siria (oggi Antakya, in Turchia). Un convertito, un ex pagano, cui Paolo di Tarso si associa nell’apostolato, chiamandolo "compagno di lavoro" (Filemone 24) e indicandolo nella Lettera ai Colossesi come "caro medico" (4,14). Il medico segue Paolo dappertutto, anche in prigionia: due volte. E durante la seconda, mentre in un duro carcere attende il supplizio, Paolo scrive a Timoteo che ormai tutti lo hanno abbandonato. Meno uno. "Solo Luca è con me" (2 Timoteo 4,11). E questa è l’ultima notizia certa dell’evangelista.
Luca scrive il suo vangelo per i cristiani venuti dal paganesimo. Non ha mai visto Gesù e si basa sui testimoni diretti, tra cui probabilmente alcune donne, che furono le prime a rispondere all'annuncio. C’è un’ampia presenza femminile nel suo vangelo, cominciando naturalmente dalla Madre di Gesù: Luca è attento alle sue parole, ai suoi gesti, ai suoi silenzi. Di Gesù egli sottolinea l’invitta misericordia e quella forza che uscendo da lui "sanava tutti": Gesù medico universale, chino su tutte le sofferenze, Gesù onnipotente e “mansueto” come lo credeva Dante nelle parole di Luca.Gli Atti degli Apostoli raccontano il primo espandersi della Chiesa cristiana fuori di Palestina, con i problemi e i traumi di questa universalizzazione. Nella seconda parte è dominante l’attività apostolica di Paolo, dall’Asia all’Europa; qui Luca si mostra attraente narratore quando descrive il viaggio, la tempesta, il naufragio, le buone accoglienze e le persecuzioni, i tumulti e le dispute, gli arresti dal porto di Cesarea Marittima fino a Roma e alle sue carceri. Secondo un’antica leggenda, Luca sarebbe stato anche pittore e, in particolare, autore di numerosi ritratti della Madonna. Altre leggende dicono che, dopo la morte di Paolo, egli sarebbe andato a predicare fuori Roma e si parla di molti luoghi. Di troppi. In realtà, nulla sappiamo di lui dopo le parole di Paolo a Timoteo dal carcere. Ma il Vangelo di Luca continua a essere annunciato insieme a quelli di Matteo, Marco e Giovanni in tutto il mondo. E con esso anche gli Atti degli Apostoli.