02 dic 2016

Mat-03,01-John the baptist, Berlin, Staatliche Museen

IL PREAMBOLO DELLA FEDE - II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (04/12/2016)


IL PREAMBOLO DELLA FEDE - II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (04/12/2016)

padre Gian Franco Scarpitta  

La personalità che maggiormente emerge in questa liturgia di Avvento è senz'altro quella del Battista, la cui comparsa e la cui opera costituiscono quello che viene definito "l'inizio terreno di Gesù Messia" (Bordoni). E' infatti grazie a Giovanni che noi possiamo concepire la figura di Cristo e la centralità del suo messaggio e nella misura in cui consideriamo la sua attività possiamo immedesimarci nella vera identità del Salvatore.
Giovanni ci viene presentato come un personaggio tipico dei leaders dei movimenti penitenziali del tardo giudaismo e stando all'abbigliamento lo possiamo paragonare a Elia o a qualcuno degli antichi profeti dell'ambiente giudaico o anche essenico. Il vitto e il vestiario ci ricordano l'autodisciplina di quelli che saranno in futuro i primi anacoreti, o Padri del deserto quali Sant'Atanasio o Sant'Antonio Abate e le mortificazioni corporali che adotta si associano anche al suo messaggio: "Convertitevi perché il Regno dei Cieli è vicino". E richiama immediatamente il profeta Isaia che a sua volta diceva (Is 40, 3 - 4): "Nel deserto, preparate la strada del Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata." Il profeta invitava a raddrizzare le proprie vedute e a modificare ciascuno la propria vita, cioè a convertirsi considerando se stesso immerso " nel deserto", ossia nell'aridità spirituale e nell'abbandono, nella privazione di se stessi e nell'asperità peccaminosa della propria vita. Insomma considerandosi peccatore. Giovanni dice di se stesso: "Io sono voce di uno che grida nel deserto", presentandosi cioè egli stesso come il monito divino della conversione. Giovanni è il profeta del cambiamento e della novità in vista dell'avvento del Regno dei cieli, il preludio del Cristo che ne sarà l'apportatore. Nel suo messaggio vi è anzi una nota molto importante: non servono i soli sforzi umani a realizzare la conversione, non serve la sua autodisciplina, seppure essa si rivela tante volte necessaria e illuminante, ma la conversione avviene per opera di Dio. E' lo stesso Signore che opera per primo con l'intento di trasformarci radicalmente, operando in noi una radicale trasformazione mente - cuore-spirito e Giovanni di questo annuncio se ne fa portatore. Rivolto a farisei e sadducei esclama infatti: "Non credete di poter dire "Abbiamo Abramo per padre perché Dio da queste pietre può far sorgere figli di Abramo.", il che equivale a dire che solo Dio opera la radicale metamorfosi dell'uomo e qualsiasi giustificazione propriamente umana per non avvalersi della sua opera decade già sul nascere. Occorre lasciar fare a Dio e concedergli lo spazio che gli spetta per quanto riguarda noi. Fare in modo cioè che la sua opera si realizzi in noi senza opporgli resistenza. E anche il battesimo che Giovanni amministra, in acqua, è indice di questa conversione dei peccati. Tale rito si distingue dalle abluzioni già esistenti in ambiente ellenico e pagano perché non è semplicemente un atto di consacrazione ossia di separazione dal profano di ciò che è divenuto sacro, ma significa l'avvenuta conversione, cioè l'accoglienza del lavoro che Dio ha svolto nella persona che viene battezzata. E c'è di più. Il rimprovero rivolto ai succitati farisei e sadducei impone che il battesimo non resti un atto amorfo e vacuo in se stesso, ma occorre che sia accompagnato da opere concrete che manifestino che ci siamo convertiti: "Fate frutti degni di penitenza".
La vera conversione è delineata pertanto già nella figura e nell'opera del Battista: essa riguarda l'ascolto fiducioso del monito di Dio al cambiamento, la fede nella sua misericordia e la corrispondenza alla sua chiamata. Chi si converte comprende cioè l'invito del Signore a vita nuova, lo assimila e vi aderisce attraverso una radicale trasformazione di sé la cui espressione è la parola "metanoia" (ebraico shub) cioè trasformazione radicale, cambiamento di aspettativa, di vedute, di concezioni personali che si orientino secondo Dio. La conseguenza di tutto ciò è data dall'evidenza dei fatti, cioè dalla concretezza di opere concrete che ne manifestano la realizzazione.
Come si diceva all'inizio, l'opera di Giovanni Battista è propedeutica a quella di Gesù e anche il suo Battesimo è una preparazione a quello del Cristo, che avverrà in Spirito Santo e fuoco. In effetti, la conversione predicata da questo umilissimo penitente che vaga nel deserto geografico per incidere nel nostro deserto spirituale, è quanto di più necessario a predisporci all'accoglienza del Messia Salvatore, ci illumina e ci introduce nel mistero dell'incarnazione del Verbo che noi siamo chiamati ad accogliere con fede. E non si parla di fede fintanto che, per l'appunto, non vi è conversione reale e pertinace. Il Battista ci invita alla conversione ai fini della fede nel Signore che viene, la quale non ammette tentennamenti o ritrosie, ma esige stabilità e fermezza e di conseguenza non possiamo non cogliere anche la profonda attualità del messaggio di Giovanni, visto che al giorno d'oggi si interpreta la fede quasi in senso soggettivistico e secondo tendenze preferenziali e di comodo e non di rado si è facili a trascurare questa virtù teologale ogni qual volta la sua messa in atto esiga eroismo, sopportazione o rinuncia. La fede, se è coerente e identica, vuole stabilità e radicalità e soprattutto le circostanze spiacevoli o sacrificate ne sono il banco di prova. Per questo motivo occorre che essa sia preceduta dalla conversione, sia nella sua dimensione globale e generica sia nelle circostanze episodiche della vita, perché in fin dei conti ogni volta che si "perde la fede" in realtà non ci si era convertiti, perché si erano omesse le basi della sua persistenza. E appunto il battista ci invita alla conversione sotto tutti aspetti e soprattutto a non considerare quest'ottica come un fatto compiuto o un evento circoscritto. Il suo processo impegna tutta la vita e richiede un lavoro costante di revisione di noi stessi e delle nostre vedute, un cambiamento di presa di mira quanto agli ideali, questi ultimi incentrati tutti sul Dio che viene. Il tempo di Avvento è un privilegiato itinerario per comprendere che la conversione è indispensabile nello stesso modo in cui irrinunciabile è stata l'opera del Battista in relazione a Gesù.
Certo il nostro personaggio, anche a detta di tutti i biblisti, assume un linguaggio perentorio e apocalittico, che lascia supporre delle minacce nell'imminenza del giudizio di Dio. Non per niente Giovanni è stato definito anche il profeta del giudizio. Ciò nonostante, la conversione e la novità intrapresa della fede conducono a traguardi quali il profeta Isaia li descrive nel suo passo di cui alla prima Lettura di oggi: "Il lupo dimorerà insieme con l'agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà.
La mucca e l'orsa pascoleranno insieme." E le strade saranno tutte spianate e percorribili. Si tratta certo di una serie di allusioni metaforiche e fantasiose con le quali tuttavia si tratteggia l'ideale di un nuovo sistema nel quale anche gli opposti più avversi e contrastanti si uniranno in armoniosa simbiosi l'uno in relazione all'altro. Che inizia dal cuore convertito dell'uomo.

01 dic 2016

SECONDA LETTERA A TIMOTEO - Testo e commento


 SECONDA LETTERA A TIMOTEO   

Testo e commento  - Capitolo   1   2   3   4   

La situazione di Paolo 
La Pontificia Commissione Biblica, in data 12 giugno 1903 ha dichiarato: "Dalle Pastorali risulta con certezza che l'Apostolo fu prigioniero a Roma due volte".
Paolo, reso libero, dopo due anni (ca. 61 - 62), dalla prigionia-soggiorno (At 28,30) poiché i suoi accusatori non si resero presenti a Roma (At 28,21), era nella condizione di potere attuare tra il 62 e il 63 un viaggio in Spagna secondo il progetto già espresso nella lettera ai Romani (15,24). "Spero di vedervi, di passaggio, quando andrò in Spagna, e di essere da voi aiutato a recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra presenza". Con molta probabilità lo effettuò. 
La Prima lettera di papa Clemente parla di un viaggio di Paolo "al limite dell'Occidente", vale a dire in Spagna. 
Anche gli Atti di Pietro, apocrifi, e il Canone di Muratori suggeriscono e anche affermano che Paolo andò in Spagna. 
Eusebio di Cesarea (265 - 340) "Storia ecclesiastica" (2,22), presenta esplicitamente il viaggio di Paolo in Spagna. 
Se il viaggio venne effettivamente fatto, Paolo dovette approdare a Tarrago (Tarragona), che era il porto principale di collegamento con Roma. 
A Tarragona nel 256, data del martirio di Fruttuoso, vescovo di Tarragona, e dei suoi due diaconi Augurio ed Eulogio, era già presente una fiorente e consolidata comunità cristiana, e questo depone a favore di una evangelizzazione di Paolo. 
L'apostolo ritornò da Roma in Oriente via mare. Era presente con Paolo Tito, che lasciò a Cipro (Tt 1,5). Anche Timoteo probabilmente era a Roma, comunque una volta giunto ad Efeso Paolo gli raccomandò di restarvi (1Tm 1,3), mentre lui si sarebbe recato in Macedonia. 
Il secondo arresto di Paolo avvenne, con tutta probabilità, a Troade, città della Misia, durante il viaggio di ritorno dalla Macedonia; ne è indizio il fatto (4,13) che Paolo non poté prendere con sé il mantello e le pergamene. Quelli che potevano sostenerlo lo abbandonarono a se stesso, impressionati da un arresto che qualificava l'apostolo come un malfattore. 
Dopo l'arresto ci fu un'udienza preliminare in un tribunale, con tutta probabilità a Troade; non avrebbe altrimenti risalto il fatto che quelli dell'Asia lo abbandonarono (2Tm 1,15; 4,16). Non si può pensare per la prima udienza  la città di Efeso poiché c'era Timoteo, e ora ne viene informato. Paolo però riuscì a difendersi e ad essere inviato di nuovo a Cesare e non consegnato ai Giudei. Difficile sapere il capo di accusa, ma probabilmente era quella stessa fatta dai Giudei prima, che sarebbe risultata aggravata dal fatto che egli avrebbe lasciato Roma senza autorizzazione. Paolo però lecitamente lasciò Roma perché scaduti i termini processuali per l'assenza degli accusatori, il che voleva dire che veniva a mancare il capo di accusa. In quel frangente, venne abbandonato da quelli dell'Asia che si ritirarono probabilmente presi dal pensiero che si fosse sottratto al tribunale di Cesare, diventando un delinquente comune; in concreto si vergognarono delle sue catene (1,16). 
La seconda lettera a Timoteo Paolo la scrisse da Roma (1,17) a breve distanza dal tempo dall'arresto, con tutta probabilità prima del luglio del 64, quando Nerone incolpò i cristiani dell'incendio che investì molti quartieri di Roma, e li perseguitò crudelmente. La persecuzione di Nerone (imperatore dal 54 al 68; morì suicidandosi) rimase circoscritta alla sola città di Roma, ma vi durò fino alla morte dell'imperatore; fuori di Roma si ebbero solo episodi sporadici. 
Paolo al momento della lettera dovette pensare di avere dinanzi a sé ancora uno spazio apostolico possibile, dal momento che invitò a Roma, prima che giungesse l'inverno (probabilmente il tempo della sua comparsa davanti al tribunale di Nerone), Timoteo e Marco; e quest'ultimo perché gli sarebbe stato utile nell'evangelizzazione. La custodia militaris di Paolo doveva certo essere rigorosa, ma non assoluta, se poteva sperare ancora in un'azione evangelizzatrice.
L'incendio di Roma fu di tali proporzioni che divorò anche la reggia di Nerone, causando problemi logistici, confusione. Difficile pensare che Nerone avesse in quel frangente il tempo per giudicare uno che si era appellato a lui per questioni strane. Poi nel 65 venne ordita una congiura per sopprimerlo, e anche qui aveva da pensare ad altro; tra i congiurati anche Seneca. Nel 66 ci fu un'altra congiura. Poi nel 66 o 67 Nerone fece un viaggio propagandistico in Grecia. 
In tutto ciò non è impossibile pensare che Paolo, pur in custodia militaris, e mentre c'era la persecuzione a Roma, avesse capacità di movimento clandestino grazie alla complicità di qualche soldato romano, perché le crudeltà di Nerone contro i cristiani erano ormai viste come crudeltà senza senso. 
La testimonianza cristiana Paolo la diede nel tribunale di Nerone nel 66/67/68, data del suo martirio: prima o dopo il viaggio dell'imperatore in Grecia. (Tertulliano, "Scorpiace, 15, 2-5"; Lattanzio, "De mortibus persecutorum, 2, 4-6"; Orosio, "Historiarum, VII, 7-10"; Sulpicio Severo, "Chronicorum, 3, 29"). 
Nerone lo condannò alla decapitazione in quanto cristiano: non alla crocifissione come già Pietro, poiché cittadino romano. (Atti di Paolo, scritti verso la fine del II). L'esecuzione avvenne nel luogo detto ad "Aquas Salvias" (Atti di Pietro e Paolo dello Pseudo Marcello, del secolo V), fuori dalle Mura Aureliane, sulla via Ostiense. 
Eusebio di Cesarea, "Storia ecclesiastica, 2,25,6-7", riporta la dichiarazione di un presbitero romano di nome Gaio, degli inizi del secolo II: "Io ti posso mostrare i trofei degli apostoli: se andrai al Vaticano o sulla Via Ostiense, vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa". 
Il corpo dell'apostolo venne sepolto a due miglia dal luogo del martirio, nell'area sepolcrale che la cristiana Lucina (Passione di Paolo dello Pseudo Abdia, del secolo VI) possedeva sulla via Ostiense, facente parte del sepolcreto ivi esistente. Gli scavi hanno confermato la presenza di un cimitero sotto la Basilica di san Paolo ed intorno ad essa (loculi e fosse) per i poveri e gli schiavi affrancati. Un'analisi scientifica (2009) di grande rilevanza del contenuto del sarcofago della tomba dell'apostolo Paolo ha evidenziato, oltre le ossa, un prezioso tessuto di lino colorato di porpora con lamine d'oro, un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino, e anche grani di incenso rosso. 
L'esame al carbonio 14 di alcuni frammenti ossei, da parte di tecnici ignari della loro provenienza, ha indicato come la persona di appartenenza sia vissuta tra il I e il II secolo. Ciò è in linea con la tradizione unanime e incontrastata circa i resti mortali dell'apostolo Paolo. 
A 1,37 m., sotto l'Altare Papale della Basilica di san Paolo, si trova una lastra di marmo (2,12 m. x 1,27 m.) con l'iscrizione PAULO APOSTOLO MART(YRI) "Paolo apostolo e martire". La lastra è in diversi pezzi. Quello che porta il nome PAULO è munito di tre fori, uno rotondo e due quadrati. Il foro rotondo è contemporaneo alla sepoltura ed è connesso a una piccola conduttura che secondo l'uso romano, in seguito cristiano, serviva per versare dei profumi nelle tombe. 

La seconda lettera a Timoteo: scopo
La seconda lettera a Timoteo fa parte delle tre lettere Pastorali, chiamate tali a partire dal XVII secolo perché indirizzate a capi di chiese locali, e trattano del loro ministero. In ordine di tempo vengono: prima lettera a Timoteo, lettera a Tito, seconda lettera a Timoteo. Le tre lettere hanno un'estrema rassomiglianza di stile, specie la prima Timoteo e la lettera a Tito. Le tre lettere vennero scritte a brevi distanze di tempo. 
Lo scopo della seconda lettera a Timoteo è quello di fortificare Timoteo. Dopo l'arresto di Paolo, i falsi dottori giudaizzanti avevano sfruttato l'arresto per presentare l'apostolo non solo come un traditore della religione dei suoi padri, ma anche come un malfattore comune. Timoteo ne fu investito, da qui la preoccupazione della seconda lettera. L'apostolo Paolo dovette avere informazioni sulla situazione a Efeso da Onesìfero (1,15), che si recò da lui a Roma. Paolo aveva provveduto in breve a inviare Tìchico a Efeso (Tichico era un collaboratore di Paolo di origine asiatica, già presente presso Paolo nella prima prigionia a Cesarea (At 20,4) prima di essere trasferito al tribunale di Cesare, e latore delle lettere agli Efesini e ai Colossesi), quale valido collaboratore presso Timoteo per superare le difficoltà presenti nell'area Efesina, prima che Timoteo potesse partire per Roma, dove Paolo lo chiamava. 

Autenticità
Vedi prima lettera a Timoteo 
Indirizzo e ringraziamento
1 1 Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio e secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù, 2 a Timoteo, figlio carissimo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro. 
3 Rendo grazie a Dio che io servo, come i miei antenati, con coscienza pura, ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno. 4 Mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. 5 Mi ricordo infatti della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Lòide e tua madre Eunìce, e che ora, ne sono certo, è anche in te. 
“Apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio e secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù”. Paolo, diffamato dai falsi dottori, afferma che la sua missione di apostolo procede dalla volontà di Dio e non da lui. Gesù ha detto (Gv 15,16): "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi", e così è accaduto per Paolo (Rm 1,1; 1Cor 1,1; 2Cor 1,1; Gal 1,1; Ef 1,1; Col 1,1; 1Tm 1,1; Tt 1,1). 
"Secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù". Apostolo (inviato), ma apostolo costituito e inviato secondo la promessa di vita che è in Cristo Gesù, che si ottiene accogliendo il dono della fede e facendolo diventare midolla di esistenza. Paolo è apostolo di Cristo nella vita data da lui mediante la fede (Rm 1,17; Gal 3,11): "Il giusto per fede vivrà". Ed è apostolo per annunciare la vita "che è in Gesù Cristo". 
"Grazia, misericordia e pace". Grazia come aiuto a vivere in Cristo, misericordia come perdono delle mancanze, pace come accettazione virile della croce.
"Come i miei antenati". I falsi dottori giudaizzanti rimproveravano a Paolo, ebreo, di avere tradito la religione dei suoi antenati (At 24,14s), ma Paolo rivendica con fermezza "con coscienza pura" la continuità con loro nel suo servire Dio. Egli non adorava un altro Dio, ma quello stesso dei suoi padri (2Cor 11,22; Fil 3,5), e viveva delle promesse fatte a loro, che si sono attuate in Cristo Gesù, e che si hanno credendo in lui. 
"Ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno". Paolo ha per Timoteo una paternità fedele che lo porta a pregare per lui giorno e notte. Paolo non ha mai abbandonato nessuno di quelli che il Signore gli ha dato nel suo apostolato (1Tes 2,7; 1Cor 4,14; 2Cor 6,13; Gal 4,19 Fm 10). 
"Mi tornano alla mente le tue lacrime". Quelle versate da Timoteo quando Paolo lo lasciò a Efeso per partire verso la Macedonia con un viaggio che prevedeva la partenza in nave da Efeso con tappa a Mileto, per la sopraggiunta malattia di Tròfimo (4,20) per raggiungere Corinto dove rimase Erasto (4,20), e poi arrivare in Macedonia, con il progetto di ritornare via terra a Troade (4,13), per poi riprendere una nave verso Efeso. 
"Sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. Mi ricordo infatti della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Lòide e tua madre Eunìce, e che ora, ne sono certo, è anche in te". Il legame di affetto che Paolo ha con Timoteo è in Cristo, in una "schietta fede", che non conosce compromessi con ciò che è mondano. Paolo è sicuro che tale "schietta fede" sia ancora in Timoteo, nonostante i disagi dell'essere esposto a mille insidie come capo della comunità di Efeso. E l'esempio di una schietta fede era indimenticabile nell'esempio della nonna Lòide e della madre Eunice. 
Esortazioni a Timoteo
6 Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l'imposizione delle mie mani. 7 Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. 8 Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. 9 Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall'eternità, 10 ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l'incorruttibilità per mezzo del Vangelo, 11 per il quale io sono stato costituito messaggero, apostolo e maestro. 
12 È questa la causa dei mali che soffro, ma non me ne vergogno: so infatti in chi ho posto la mia fede e sono convinto che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato. 13 Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l'amore, che sono in Cristo Gesù. 14 Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato. 
15 Tu sai che tutti quelli dell'Asia, tra i quali Fìgelo ed Ermògene, mi hanno abbandonato. 16 Il Signore conceda misericordia alla famiglia di Onesìforo, perché egli mi ha più volte confortato e non si è vergognato delle mie catene; 17 anzi, venuto a Roma, mi ha cercato con premura, finché non mi ha trovato. 18 Gli conceda il Signore di trovare misericordia presso Dio in quel giorno. E quanti servizi egli abbia reso a Èfeso, tu lo sai meglio di me. 
"Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l'imposizione delle mie mani". Fu Paolo stesso a ordinare Timoteo secondo la pienezza sacerdotale di quello che nel secondo secolo verrà chiamato episcopato. Il "motivo" procede dal cuore di Paolo, che evita di far sapere a Timoteo che ha informazioni sulle difficoltà che stanno premendo su di lui. 
"Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza". Gli attacchi che Timoteo sta subendo a causa del suo arresto non lo devono rendere esitante, timoroso, insicuro nell'esporre gli negli argomenti, quasi vergognosamente alla ricerca di una terza via tra l'abbandonare Paolo e l'essergli fedele. Quello che è in gioco non è in primis il loro rapporto, ma la fedeltà a Cristo, poiché la causa dei mali che Paolo sta soffrendo è la testimonianza che ha reso e rende a Cristo. E Timoteo questo lo sa. 
"Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui". La ragione della carcerazione di Paolo è la sua fede in Cristo. Timoteo non deve vergognarsi di dare testimonianza a Cristo, indebolendo la sua "schietta fede" come travolto dalle insidie. Non deve neppure vergognarsi di lui, poiché è in carcere in quanto testimone di Cristo. "Con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo". Chi annuncia il Vangelo non può sottrarsi alla sofferenza, ma ben la può sostenere con "la forza di Dio". Paolo chiede che Timoteo sia in comunione profonda con lui nel soffrire per il Vangelo. 
"Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia". L'iniziativa della chiamata è di Dio. La giustificazione è dono di Dio e non può essere carpita a Dio con le opere, come pensavano i farisei, poiché è dono. Ma il dono è carico della responsabilità di operare il bene (Cf Rm 8,28s). Il grande errore di Lutero è di non aver considerato il contesto storico delle lettere di Paolo, che aveva presente la mentalità giudaica di avere la giustificazione in base alle opere, e non mediante la fede, la quale è rigorosamente dono di Dio, ma che può essere accolta o rifiutata, con la responsabilità di differente esito (Mc 16,16; Col 1,23), e che richiede sempre le opere della carità (Mt 28,19; Gal 5,6; Rm 14,19; Gc 2,14s; 1 Tm 1,14; 2Tm 1,13), senza le quali non c'è salvezza, poiché la fede senza le opere risulta morta in se stessa. Va detto che un buon teologo è anche un buon storico. 
"Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall'eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù". La "vocazione santa" a figli adottivi di Dio in Cristo è stata predisposta da Dio da tutta l'eternità (Cf. Rm 26,25), ma solo dopo l'avvenuta incarnazione del Figlio di Dio e la sua passione e risurrezione il disegno si è reso manifesto e operante pienamente. Prima già lo era, ma ora esso si manifesta con la pienezza del dono dello Spirito. 
"Ha fatto risplendere la vita e l'incorruttibilità per mezzo del Vangelo, per il quale io sono stato costituito messaggero, apostolo e maestro". La vita è quella in Cristo e segna la partecipazione nella fede, nella speranza e nella carità alla vita trinitaria, in attesa che ciò lo si abbia nella gloria della visione beatifica. L'"incorruttibilità" è già in germe in coloro che credono, perché sono predestinati alla gloria. La predestinazione alla grazia è universale, la predestinazione alla gloria è di coloro che hanno accolto la grazia della fede in Cristo e la vivono con perseveranza. 
"È questa la causa dei mali che soffro, ma non me ne vergogno: so infatti in chi ho posto la mia fede e sono convinto che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato". La ragione della prigionia di Paolo è dovuta alla testimonianza da lui resa al Vangelo. Paolo è stato umiliato, minacciato, investito della vergona che si dà a un traditore, ma la vergogna non può avere accesso a lui, e anzi egli sa che il Signore gli consentirà di potere adempiere la sua missione nonostante il peso delle diffamazioni. 
"Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l'amore". Questo passo indica che Paolo ha esercitato il suo magistero con Timoteo dandogli "un deposito"; di verità. Non tutto è scritto, dunque, nelle lettere, c'è una trasmissione orale di verità oggettive E' quella che si chiama Tradizione apostolica. Negarla è contraddire frontalmente quanto dice Paolo (Ts 2,1s; 1Cor 11,2.23; 15,1-3; 1Tim 6,3.14.20; 2Tm 1,12.14; Tt 1,9; Eb 2,1-3; Gd 3). La trasmissione della dottrina Paolo l'ha fatta nella fede e nella carità, e quindi nell'azione dello Spirito Santo che è Spirito di verità (Gv 14,17; 15,26; 2Cor 14,13). Paolo non ha trasmesso dottrine farisaiche prive della forza e luce della fede e prive del fuoco della carità. 
"Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato". La Tradizione apostolica deve essere custodita nella luce dello Spirito Santo, che ne garantisce l'inalterabilità e la fruizione della sua ricchezza nonché del suo approfondimento teologico (Cf. Mt 13,52; Gv 16,13; 1Gv 2,20-21; 5,6). Lo Spirito Santo "abita in noi". (Gal 4,6): "Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio". 
"Tu sai che tutti quelli dell'Asia, tra i quali Fìgelo ed Ermògene, mi hanno abbandonato". dopo l'arresto a Troade tutti lo lasciarono solo e questo Timoteo lo seppe. La conseguenza fu che nella sua prima difesa in tribunale nessuno era presente (4,16). Paolo menziona due nomi in modo che Timoteo se ne guardi in modo particolare, a questi due nomi aggiungerà quello di Alessandro il fabbro (4,14), causa di molti mali a Paolo, e con tutta probabilità suo traditore nel procurarne l'arresto. 
"Il Signore conceda misericordia alla famiglia di Onesìforo, perché egli mi ha più volte confortato e non si è vergognato delle mie catene; anzi, venuto a Roma, mi ha cercato con premura, finché non mi ha trovato". Onesìforo ha fatto ben oltre che assisterlo in Asia, lo ha raggiunto a Roma, riuscendo a trovarlo dopo lunga e tenace ricerca. Onesìfero fu indubbiamente colui che informò Paolo sulla situazione creatasi a Efeso dopo il suo arresto. Onesifero, al contrario di tutti quelli che l'hanno abbandonato, "non si è vergognato delle sue catene", ma le ha viste come catene di Cristo. Ha visto Paolo come "prigioniero del Signore" superando tutta la disinformazione dei falsi dottori (Cf. Ef 3,1; 4,1; Fm 1.9). 
Le sofferenze del milite di Cristo
2 1 E tu, figlio mio, attingi forza dalla grazia che è in Cristo Gesù: 2 le cose che hai udito da me davanti a molti testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali a loro volta siano in grado di insegnare agli altri. 
3 Come un buon soldato di Gesù Cristo, soffri insieme con me. 4 Nessuno, quando presta servizio militare, si lascia prendere dalle faccende della vita comune, se vuol piacere a colui che lo ha arruolato. 5 Anche l'atleta non riceve il premio se non ha lottato secondo le regole. 6 Il contadino, che lavora duramente, dev'essere il primo a raccogliere i frutti della terra. 7 Cerca di capire quello che dico, e il Signore ti aiuterà a comprendere ogni cosa. 
8 Ricòrdati di Gesù Cristo,
risorto dai morti, 
discendente di Davide, 
come io annuncio nel mio Vangelo, 
9 per il quale soffro 
fino a portare le catene come un malfattore. 
Ma la parola di Dio non è incatenata! 10 Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch'essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. 
11 Questa parola è degna di fede: 
Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; 
12 se perseveriamo, con lui anche regneremo; 
se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; 
13 se siamo infedeli, lui rimane fedele, 
perché non può rinnegare se stesso. 
"Le cose che hai udito da me davanti a molti testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali a loro volta siano in grado di insegnare agli altri". Al momento della ordinazione, Paolo aveva fatto un discorso di illustrazione del ministero presbiterale ed episcopale. Tali parole, che sono Tradizione, Timoteo le deve trasmettere agli ordinandi presbiteri e diaconi, i quali hanno il compito di insegnare la vera dottrina ai fedeli conquistati a Cristo nel primo annuncio. 
"Nessuno, quando presta servizio militare, si lascia prendere dalle faccende della vita comune, se vuol piacere a colui che lo ha arruolato". Paolo, con un esempio efficace, invita Timoteo a non cadere in divagazioni, ma di attendere al ministero che Dio gli ha dato, affinché porti frutto. La disciplina di un militare deve essere piena se vuole godere della stima di colui che l'ha arruolato e che si aspetta dedizione e coraggio in tutto. 
"Anche l'atleta non riceve il premio se non ha lottato secondo le regole". L'atleta che non ha osservato le regole della gara viene squalificato. Così il servo di Dio si autosqualifica se non vive secondo Cristo, e non ottiene il premio che spetta a chi ha osservato la Parola mettendola in pratica. 
"Il contadino, che lavora duramente, dev'essere il primo a raccogliere i frutti della terra". Così il contadino che lavora non può che essere il primo a raccogliere i frutti della terra, Il che vuol dire che innanzi tutto è lui a godere del premio della sua fatica. A Timoteo Dio non farà mancare le consolazioni del duro lavoro apostolico, anche in mezzo alle difficoltà e alle sofferenze, anzi la messe biondeggerà grazie a queste. Potrà sembrare che tutto sia fallito del suo lavoro apostolico, ma non è così, e lo vedrà quando sarà nella gloria del cielo. 
"Fino a portare le catene come un malfattore". Paolo, apostolo di Cristo, porta frutti per il Signore, passando attraverso l'umiliazione di essere in catene come un malfattore. Ciò è conforme a Cristo che venne messo in croce come un malfattore, ma per mezzo della croce è diventato il capo di una moltitudine che non si può contare. 
"Ma la parola di Dio non è incatenata!". Pur in catene, Paolo non cessa di essere annunciatore della Parola. La parola di Dio è vivente in lui, poiché quelle catene lo conformano al Cristo. E quelle catene non le sopporta con rabbia, con spirito di frustrazione, con la depressione del fallimento, e l'amarezza di sapere che tanti godono che sia incatenato come un malfattore. Le sopporta come un'opportunità. Le sopporta con animo intrepido, affinché Cristo vivente in lui faccia brillare la libertà portata dal Vangelo, libertà dall'egoismo, che le catene non possono sopprimere.
"Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto". Dio ha scelto, cioè elevato a Cristo mediante il dono della fede, coloro che non erano corrotti. Ha chiamato a sé tutti gli uomini, ma i corrotti hanno rifiutato per l'effimero della terra la chiamata. (Mt 22,11-14): "Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti", dove i molti sono le moltitudini chiamate al banchetto nunziale del grande Re. Chi accoglie l'invito viene scelto, cioè giustificato, poiché la giustificazione è dono di Dio che non può essere meritato, ma solo accolto. 
"Se moriamo con lui, con lui anche vivremo". Nessuna paura di fallimento, nessuna sensazione di perdere la propria vita (Mt 10,39; 16,25; Mc 8,35; Lc 9,24; 17,33; Gv 12,25) nel seguire Cristo povero, umile e crocifisso, perché è invece garanzia di vittoria eterna, di vita eterna nella partecipazione del suo trionfo. 
"Se perseveriamo, con lui anche regneremo". Non bisogna seguire Cristo povero umile e crocifisso, per un breve tratto di strada, ma fin tanto che Dio lo vorrà. E la perseveranza è messa alla prova dalla lentezza dello scorrere del tempo, ma se con l'amore si è uniti a Dio non si misura il tempo, ma si vive il presente che è carico di incontro con Dio. 
"Se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà". Se si cede al mondo, scegliendo il mondo e i suoi idoli, allora saremo sfigurati e Gesù non potrà riconoscerci per suoi e ci rinnegherà (Lc 13,22s). 
"Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso". Cristo non rinnegherà se stesso, rimarrà fedele a se stesso, non muterà la sua parola per adattarsi a coloro che gli sono infedeli. (Eb 13,8) "Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre". (Lc 21,33: "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno". 
La lotta contro gli errori 
14 Richiama alla memoria queste cose, scongiurando davanti a Dio che si evitino le vane discussioni, le quali non giovano a nulla se non alla rovina di chi le ascolta. 15 Sforzati di presentarti a Dio come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della verità. 16 Evita le chiacchiere vuote e perverse, perché spingono sempre più all'empietà quelli che le fanno; 17 la parola di costoro infatti si propagherà come una cancrena. Fra questi vi sono Imeneo e Fileto, 18 i quali hanno deviato dalla verità, sostenendo che la risurrezione è già avvenuta e così sconvolgono la fede di alcuni. 19 Tuttavia le solide fondamenta gettate da Dio resistono e portano questo sigillo: Il Signore conosce quelli che sono suoi, e ancora: Si allontani dall'iniquità chiunque invoca il nome del Signore. 20 In una casa grande però non vi sono soltanto vasi d'oro e d'argento, ma anche di legno e di argilla; alcuni per usi nobili, altri per usi spregevoli. 21 Chi si manterrà puro da queste cose, sarà come un vaso nobile, santificato, utile al padrone di casa, pronto per ogni opera buona.  
22 Sta' lontano dalle passioni della gioventù; cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace, insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro. 23 Evita inoltre le discussioni sciocche e da ignoranti, sapendo che provocano litigi. 24 Un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, capace di insegnare, paziente, 25 dolce nel rimproverare quelli che gli si mettono contro, nella speranza che Dio conceda loro di convertirsi, perché riconoscano la verità 26 e rientrino in se stessi, liberandosi dal laccio del diavolo, che li tiene prigionieri perché facciano la sua volontà. 
"Sforzati di presentarti a Dio come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della verità". Paolo procede nelle sue esortazioni. Un conto è l'evangelizzazione missionaria, un conto è il contatto stabile con una comunità dove emergono problemi, trappole, false questioni, intraprendenze fuori luogo, insidie di eresie portate avanti dall'interno. Paolo conosce bene questo, e conosce bene come bisogna guardarsi dall'inseguire coloro che vogliono fare sfoggio di erudizione disquisendo continuamente di cose inutili. 
"Evita le chiacchiere vuote e perverse, perché spingono sempre più all'empietà quelli che le fanno; la parola di costoro infatti si propagherà come una cancrena". Le chiacchiere vuote e perverse conducono a illazioni dottrinali, a pensieri astrusi, e a eresie. 
"Sostenendo che la risurrezione è già avvenuta e così sconvolgono la fede di alcuni". Le chiacchiere conducono a eresie. La posizione di Imeneo (forse lo stesso di 1Tm 1,20) e Fileto, non stava né in cielo, né in terra e derivava dagli gnostici, che affermavano che c'era solo la risurrezione spirituale del Battesimo, e non anche quella della carne. Con ciò vanificavano la stessa risurrezione di Cristo riducendo le apparizioni del Risorto a semplici immagini (Cf. 1Cor 15,12s). 
"In una casa grande però non vi sono soltanto vasi d'oro e d'argento, ma anche di legno e di argilla; alcuni per usi nobili, altri per usi spregevoli". I vasi di uso spregevole erano quelli usati come latrine. Timoteo non deve meravigliarsi di trovarsi di fronte a vasi pieni di fetore, e deve cercare di renderli puliti. 
"Chi si manterrà puro da queste cose, sarà come un vaso nobile, santificato, utile al padrone di casa, pronto per ogni opera buona". Chi non si perde ad ascoltare le chiacchiere di taluni che alle chiacchiere accattivanti mescolano eresie devastanti, è un vaso nobile, per uso nobile. 
"Evita inoltre le discussioni sciocche e da ignoranti, sapendo che provocano litigi". Ma ci sono anche le chiacchiere intessute di sciocchezze, che alla fine creano litigi di pareri. Paolo vuole premunire Timoteo da un voler socializzare coi fratelli in modo populista. 
"Nella speranza che Dio conceda loro di convertirsi, perché riconoscano la verità e rientrino in se stessi, liberandosi dal laccio del diavolo, che li tiene prigionieri perché facciano la sua volontà". Timoteo deve mirare alla conversione di quelli che si sono lasciati prendere dalla dissipazione e che la vogliono fare passare per socievolezza e amore fraterno. In realtà in essi prevale l'umano sul divino e perciò sono presi dai lacci del diavolo, poiché la vera fraternità, quella che si ha nella carità idissolubilmente unità alla verità. 
Prepararsi contro gli errori futuri
3 1 Sappi che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. 2 Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, empi, 3 senza amore, sleali, calunniatori, intemperanti, intrattabili, disumani, 4 traditori, sfrontati, accecati dall'orgoglio, amanti del piacere più che di Dio, 5 gente che ha una religiosità solo apparente, ma ne disprezza la forza interiore. Guardati bene da costoro! 6 Fra questi vi sono alcuni che entrano nelle case e circuiscono certe donnette cariche di peccati, in balìa di passioni di ogni genere, 7 sempre pronte a imparare, ma che non riescono mai a giungere alla conoscenza della verità. 8 Sull'esempio di Iannes e di Iambrès che si opposero a Mosè, anche costoro si oppongono alla verità: gente dalla mente corrotta e che non ha dato buona prova nella fede. 9 Ma non andranno molto lontano, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come lo fu la stoltezza di quei due.
10 Tu invece mi hai seguito da vicino nell'insegnamento, nel modo di vivere, nei progetti, nella fede, nella magnanimità, nella carità, nella pazienza, 11 nelle persecuzioni, nelle sofferenze. Quali cose mi accaddero ad Antiochia, a Iconio e a Listra! Quali persecuzioni ho sofferto! Ma da tutte mi ha liberato il Signore! 12 E tutti quelli che vogliono rettamente vivere in Cristo Gesù saranno perseguitati. 13 Ma i malvagi e gli impostori andranno sempre di male in peggio, ingannando gli altri e ingannati essi stessi. 
14 Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso 15 e conosci le sacre Scritture fin dall'infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù. 16 Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, 17 perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. 
"Sappi che negli ultimi tempi verranno momenti difficili". Gli ultimi tempi sono quelli iniziati con Cristo e che termineranno con il suo ritorno. Non ci sarà nuova economia religiosa che sia vera. I perversi cercheranno di presentarla: "Gente che ha una religiosità solo apparente, ma ne disprezza la forza interiore". Paolo parla al futuro: "Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro…", tuttavia la semente che produrrà i perversi del futuro è già presente. E' il mistero dell'iniquità che già agisce, e che alla fine dei tempi si manifesterà violentemente (2Ts 2,7s; 1Gv 2,18). 
Le inadempienze pastorali del presente non saranno senza conseguenze e Paolo esorta Timoteo a non lasciarsi ingannare dalla loro falsa religiosità, come di qualcosa che possa preludere a del bene. 
"Sull'esempio di Iannes e di Iambrès che si opposero a Mosè, anche costoro si oppongono alla verità: gente dalla mente corrotta e che non ha dato buona prova nella fede". Iannes e Iambrès, sono due personaggi tratti dalla letteratura giudaica, che li faceva egiziani e figli o discepoli di Balaam (Nm 22,22), e che coi loro incantesimi cercarono di ostacolare Mosè davanti al Faraone. Paolo rassicura Timoteo che come Iannes e Iambres fallirono, così i perversi "non andranno molto lontano, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come lo fu la stoltezza di quei due". 
"Tu invece mi hai seguito da vicino nell'insegnamento, nel modo di vivere, nei progetti, nella fede, nella magnanimità, nella carità, nella pazienza, nelle persecuzioni, nelle sofferenze". Timoteo non deve avere paura delle persecuzioni, sapendo quanto Paolo ha sofferto e come da ogni cosa lo abbia liberato il Signore. 
"E tutti quelli che vogliono rettamente vivere in Cristo Gesù saranno perseguitati". Timoteo come tutti coloro che seguono rettamente Cristo saranno perseguitati. Ma l'azione dei persecutori si ritorcerà contro di loro: "Ma i malvagi e gli impostori andranno sempre di male in peggio, ingannando gli altri e ingannati essi stessi". 
Timoteo troverà sostegno nelle Scritture, che conosce "fin dall'infanzia", grazie alla nonna Lòide e sua madre Eunìce. Le Scritture affermano che la salvezza si ha "mediante la fede in Cristo Gesù", per cui le dottrine che vogliono oscurare Gesù Cristo e demolire la fede in lui, non portano a salvezza. 
"Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona". Timoteo ha nelle Scritture tutto quanto gli serve nella sua azione pastorale: "insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia". 
Il cuore dell'esortazione
4 1 Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: 2 annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. 3 Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, 4 rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. 5 Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero. 
6 Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. 7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.  8 Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. 
"Annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento". Timoteo è esortato ad annunciare la Parola quale evangelizzatore, ma anche deve istruire i fedeli in profondità. Deve insistere nell'insegnamento, sia quando la situazione si presenta favorevole, sia quando sia sfavorevole per la contestazione di coloro che vogliono la mediocrità. Deve ammonire e anche rimproverare, mentre sempre deve procedere con magnanimità, cioè con grande cuore. 
"Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole". Timoteo col suo insegnamento deve formare i fedeli ad essere preparati per i tempi difficili che si stavano profilando. Non deve nascondere ai fedeli i tempi difficili che verranno, perché vorrebbe dire trascurare di fortificarli. 
"Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita". Paolo non resterà ancora molto in vita e perciò Timoteo dovrà succedergli nel coraggio e nell'autorità. Paolo vede profilarsi il martirio, come conseguenza della comparsa davanti a Nerone, di fronte al quale testimonierà Cristo e la sua impossibilità di adorare l'imperatore che si dava tutti i titoli immaginabili, tra i quali quello di "Salvatore del mondo". 
"Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede". Il cristiano è un milite di Cristo che lotta contro la carne, il mondo e il Demonio. Paolo ha combattuto questa buona battaglia che ha come condottiero Cristo, ed è pronto a sostenerne l'epilogo del martirio. Ha terminato la corsa, il che vuol dire che non ha ceduto a stanchezza, a pigrizia, ad avvilimenti, benché questi lo abbiano pressato. Ha conservato la fede vincolo di salvezza. 
"Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione". La prospettiva che ha davanti a sé non è quella di un altro viaggio missionario, poiché è al termine della corsa. Davanti a sé ha l'incontro con Dio, con la consegna della "corona di giustizia", che secondo le promesse fatte da Cristo a chi lo segue fino all'ultimo gli verrà data, quale premio eterno. Il combattimento supremo del martirio è desiderato, confidando nella forza che gli verrà da Cristo. 
Invito di Paolo
9 Cerca di venire presto da me, 10 perché Dema mi ha abbandonato, avendo preferito le cose di questo mondo, ed è partito per Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. 11 Solo Luca è con me. Prendi con te Marco e portalo, perché mi sarà utile per il ministero. 12 Ho inviato Tìchico a Efeso. 13 Venendo, portami il mantello, che ho lasciato a Tròade in casa di Carpo, e i libri, soprattutto le pergamene. 14 Alessandro, il fabbro, mi ha procurato molti danni: il Signore gli renderà secondo le sue opere. 15 Anche tu guardati da lui, perché si è accanito contro la nostra predicazione. 
16 Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. 17 Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l'annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. 18 Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen. 

"Cerca di venire presto da me". Tutta la lettera sembra fatta per sostenere Timoteo nella sua azione ad Efeso, e questo lo è, ma Paolo desidera che Timoteo, fortificato e dopo aver ben consolidato la Chiesa di Efeso, vada da lui, a Roma. Accanto a Paolo c'è solo Luca, e l'Apostolo desidera anche la presenza amica e fedele di Timoteo e quella utilissima di Marco. Paolo non può rinunciare ad evangelizzare fino all'ultimo. I suoi lo hanno lasciato credendolo un "finito", ma Paolo sente che non è così, che non può essere così. 
"Venendo, portami il mantello, che ho lasciato a Tròade in casa di Carpo, e i libri, soprattutto le pergamene". L'arresto era stato repentino, tanto da non permettergli di portare con sé niente. Soprattutto Paolo ha necessità delle pergamene, cioè delle Sacre Scritture. 
"Alessandro, il fabbro, mi ha procurato molti danni: il Signore gli renderà secondo le sue opere. Anche tu guardati da lui, perché si è accanito contro la nostra predicazione". Alessandro doveva essere un subdolo, che dietro le quinte fomentava il dissenso. Paolo lo segnala a Timoteo perché non rimanga ingannato dai suoi ossequi bugiardi. 
"Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato". La prima difesa in tribunale dovette avvenire nella stessa Troade, e non a Efeso, perché certamente Timoteo vi sarebbe stato presente. E' l'esperienza dell'abbandono dei discepoli che Cristo ha fatto. Di fronte all'arresto e all'accusa di essere un malfattore quelli che prima gli dichiaravano stima e fedeltà lo lasciarono solo. 
"Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l'annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero e così fui liberato dalla bocca del leone". Paolo venne sostenuto da Cristo e così sfuggì alla consegna ad un tribunale giudaico, "bocca del leone". Questo perché portasse a compimento la sua missione tra i gentili, che aveva come meta finale Roma, centro del mondo pagano. 
"Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen". Paolo è al termine della sua corsa apostolica, poiché si trova a Roma, ma sa che dovrà sostenere altre prove, che, nella fede, è certo che supererà rimanendo fermo in Cristo, sua speranza e sua forza. 

Saluto e augurio finale
19 Saluta Prisca e Aquila e la famiglia di Onesìforo. 20 Erasto è rimasto a Corinto; Tròfimo l'ho lasciato ammalato a Mileto. 21 Affréttati a venire prima dell'inverno. Ti salutano Eubùlo, Pudènte, Lino, Claudia e tutti i fratelli. 
22 Il Signore sia con il tuo spirito. La grazia sia con voi! 

"Erasto è rimasto a Corinto". Il viaggio verso la Macedonia venne fatto in nave con arrivo a Corinto, dove rimase Erasto, partito con lui. A Mileto si ammalò Tròfimo."Tròfimo l'ho lasciato ammalato a Mileto". La nave era partita dal porto di Mileto e a Mileto rimase Tròfimo, caduto ammalato.

30 nov 2016

St. Andrew is the apostle of the cross.

SERMONE DI DOMENICA 18 SETTEMBRE 2016 (ROMANI 10,9-17)


SERMONE DI DOMENICA 18 SETTEMBRE 2016 (ROMANI 10,9-17) 

Prima Lettura per la Solennità di Sant'Andrea Apostolo

Scritto da Pastore Giuseppe Ficara

(Chiesa Valdese)

Se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. Difatti la Scrittura dice:
«Chiunque crede in lui, non sarà deluso». Poiché non c'è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c'è chi lo annunci? E come annunceranno se non sono mandati? Com'è scritto: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunciano buone notizie!» Ma non tutti hanno ubbidito alla buona notizia; Isaia infatti dice: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?» Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

Sermone
Cari fratelli e care sorelle, la storia nei confronti del popolo ebraico è stata molto crudele: penso a tutte alle persecuzioni subite nel corso dei secoli, penso all'olocausto nazista perpetrato con l’accusa di deicidio: gli ebrei avevano ucciso Gesù, il Cristo, il figlio di Dio e per questo dovevano essere puniti: inutile dirlo che tale giustizia era considerata la volontà di Dio che si attuava attraverso il regime: "Gott mit uns" diceva il motto nazista "Dio con noi".
Spesso anche noi ci domandiamo come mai proprio gli ebrei non hanno creduto alla parola di Cristo, loro che lo hanno udito predicare, ebreo tra ebrei, loro che lo hanno visto compiere miracoli, annunciare il Regno di Dio ai poveri e, infine, morire sulla croce perdonandoli. Spesso si avvera alla lettera il proverbio che dice: “Nessuno è profeta in patria”.
E’ vero che nel Nuovo Testamento vi è quasi una sottile accusa contro gli ebrei non convertiti, a loro viene detto: "Voi l'avete ucciso", è Pietro che lo dice nella sua predicazione pubblica, è Stefano che lo annuncia prima della sua morte. Non si tratta di un'accusa, ma di una constatazione "…e continua a rimanere morto per chi non crede". D'altra parte come si può negare che anche i discepoli non fossero responsabili della morte di Gesù? Essi lo abbandonarono nel Getsemani e Pietro lo rinnegò tre volte. E poi, non siamo anche tutti noi, che viviamo nella nostra epoca, responsabili della morte del Signore a causa del nostro peccato?
Anche l'apostolo Paolo tratta il problema della conversione di Israele. Lo fa nei capitoli 9-10-11 della lettera ai Romani, lettera che anche oggi per noi è posta al centro dell'attenzione. L'apostolo ripercorre le strade dell'Antico Testamento rievocando l'accorato appello dei profeti che tante volte richiamavano il popolo alla conversione e Isaia doveva dire con costernazione: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?». La storia si ripete.
L'apostolo Paolo parte sostenendo che nella via della salvezza non ci sono dei meriti per i quali ci si può vantare di essere a posto con Dio e con se stessi. E dichiara Dio agisce attraverso la nostra fede, una fede offerta a tutti perché Dio è generoso. Dunque tutti sono invitati a percorrere la via della fede che inizia dall’amore e dalla grazia di Dio.
Tuttavia, questa strada della fede, e non dei meriti, bisogna conoscerla, nessuno deve restare escluso, dunque l'apostolo invita ad annunciare la Parola della grazia, del perdono e della riconciliazione di Dio.
Per questo l’apostolo può dire: «Chiunque invoca il nome del Signore sarà salvo». La salvezza passa attraverso la fede che di permette di invocare Dio, e invocare Dio significa riconoscere Gesù Cristo come Signore e Salvatore.
Da qui sorgono alcuni interrogativi: «Come invocheranno Colui nel quale non hanno creduto? Ma come crederanno in Colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare se non c'è chi lo annunzi? E come annunzieranno se non sono mandati?».
Sono delle domande retoriche per incoraggiare i credenti alla testimonianza, vogliono spronare a mettere da parte la timidezza di fronte a tanto amore di Dio che cambia il deserto in un manto di vigne. «La loro voce è andata per tutta la terra e le loro parole fino agli estremi confini del mondo» dice l’apostolo citando il profeta Isaia, per incoraggiare a portare anche lontano la testimonianza della propria fede.
Ma, in un mondo che si definisce “cristiano” a chi dobbiamo annunciare la nostra fede in Cristo? L’apostolo, in realtà, mette in discussione alcune posizioni chiare e costituite dei credenti.
Innanzitutto invita all’ascolto. Soprattutto a noi, gente del XXI secolo che ha smesso di ascoltare: crediamo che non sia più necessario, ed è così che i nostri rapporti umani sono carenti nell’ascolto: sovente non riusciamo ad ascoltare chi ci parla, lo guardiamo in faccia, ma pensiamo ad altro, pensiamo a quello che dobbiamo dire noi. O addirittura parliamo durante il discorso di un altro, come accade nei Talk show televisivi, detti infatti Talk show pollaio. Non è sempre segno di vivacità parlare tutti insieme, e d'altra parte se non c'è chi ascolta a che serve parlare?
Ascoltare non è facile, è difficile, parlare è più facile, dire la propria, imporsi, perché l’ascolto implica umiltà, pazienza, porsi sullo stesso piano dell’altro/a: l’ascolto è condivisione, partecipazione alla storia dell’altro/a, alle gioie, ai drammi, alle difficoltà. Tutto ciò implica anche tutta la nostra disponibilità a comprometterci con l’altro, la nostra collaborazione e disponibilità. Farsi i fatti propri, isolarsi, invece, è più facile.
Ma si perde qualcosa, anzi, si perde molto.
L'ascolto della Parola di Dio ci fa scoprire la preghiera e l’invocazione a Dio, dunque chi ascolta riceve qualcosa, un dono, che permette uno splendido mutamento. Quando ascoltiamo la Parola di Dio siamo convinti, da essa, del nostro bisogno di Dio, che non siamo autosufficienti, che ci è data la possibilità di invocare Dio e di accogliere il suo aiuto e il suo sostegno.
L'ascolto produce sempre i suoi frutti, chi non ascolta si perde molto. Chi ascolta si dispone anche al cambiamento perché la Parola dell’altro entra nella sua mente e nel suo cuore, quella viene elaborata, e produce convinzione. Per questo diciamo che l’ascolto della Parola di Dio ci trasforma, ci trasfigura da creature a figli di Dio. Chi ascolta può capire di avere bisogno degli altri, di porsi in relazione con Dio e con il prossimo; chi ascolta sa di non poter fare tutto da solo, di non essere autosufficiente. Chi ascolta riesce a vedere la mano che gli viene tesa, diversamente sarà sempre ripiegato su se stesso, chiuso in sé lamentandosi che nessuno lo aiuta, che nessuno gli vuole bene.
Non possiamo fare a meno di ascoltare, prima fra tutte, la Parola di Dio. Alla donna cananea, di cui abbiamo ascoltato il racconto, era negato l’accesso all’ascolto e a usufruire dei benefici che la parola del Signore produce, Gesù glielo riferisce, ma nella sua grande disponibilità e fede, la donna Cananea sovverte le regole e permette di essere raggiunta dalla Parola del Signore che produce i suoi frutti.
Si tratta, innanzitutto di gratitudine, quella gratitudine di chi sa che dipende dal Dio che gli rivolge la sua Parola. Il credente parla della Parola che ha ascoltato e lo ha trasformato, lo dice a tutti, perché tutti devono sapere che non occorre salire in cielo per meritare la grazia del Signore, basta semplicemente porsi all'ascolto.
A nessuno di noi sono richieste imprese eccezionali per poter ricevere alla salvezza: Dio si è fatto vicino con la sua Parola.
Questo sappiamo, questo riempie di senso la nostra vita di oggi. Riguardo al salire in cielo per conoscere la giustizia di Dio vi racconto una storiella ebraica: Si narra che un rabbino, ogni mattina, prima della preghiera salisse al cielo. Uno scettico di­ceva che era tutta una burla e una mattina, pri­ma dell'alba, si mise a spiare. Ed ecco il rabbi­no uscire dalla propria abitazione travestito da taglialegna e recarsi nel bosco. Lo scettico lo seguì e vide il rabbino raccogliere della legna, caricarsela sulle spalle e portarla ad una pove­ra vecchia malata che viveva solitaria. Lo scet­tico guardò dalla finestra: il rabbino era ingi­nocchiato per terra e accendeva il fuoco nella cucina. Quando la gente chiese allo scettico che cosa avesse scoperto a proposito della quotidia­na ascensione in cielo del rabbino, egli rispose: «Sale molto più in alto che in cielo».
L’ascolto ci chiama alla concretezza della fede, che è apertura e un andare incontro all’altro/a vivendo della sola grazia del Signore nella riconoscenza. Così, l’amore di Dio si compirà sulla terra.

Amen.

28 nov 2016

Jesus with the father

L'AVVENTO PER RIVESTIRCI DEL SIGNORE GESÙ


L'AVVENTO PER RIVESTIRCI DEL SIGNORE GESÙ

I Domenica di Avvento - Anno A - 2016

La parola di Dio della prima domenica di Avvento dà da pensare. Entri in chiesa tranquillo come tutte le altre domeniche, perché fuori dalla chiesa tutto scorre come sempre, poi, ascoltando le letture, non puoi rimanere in pace.
La prima lettura annuncia: "Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s'innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti". La fine dei giorni! Con queste scosse di terremoto, che non smettono e che stanno girovagando in tutti i continenti, come fai a non pensare che questa fine dei giorni potrebbe essere arrivata? Tanto più che il salmo parla della gioia di andare a Gerusalemme, non intendendo sicuramente quella contesa da ebrei, arabi e cristiani, ma quella del cielo. Non è più rasserenante san Paolo che invita a svegliarci dal sonno "perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti". Così ti viene di nuovo da pensare: "Saremo arrivati"? E anche se non siamo arrivati, c'è poco da stare tranquilli, perché Gesù ammonisce: "Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo».
Come accogliere questa Parola che sembra voler gettare benzina sulle nostre insicurezze, già così pesanti e fastidiose? La dobbiamo lasciare nel libro, oppure dobbiamo prenderla sul serio? Cosa c'entrano questi allarmi con l'Avvento e la preparazione al Natale? L'Avvento non è l'avvio ai preparativi della festa – vedi la pubblicità su tutti i canali televisivi - con tutte le sue straordinarie e rasserenanti tradizioni: presepi, alberi, luminarie, doni, canzoncine, cene, Messa di Mezzanotte?
La Parola di Dio ci è data non per rimanere nel libro, ma per arrivare al cuore, ed è sempre "buona notizia".
"E quale sarebbe la buona notizia in tutti questi annunci da fine del mondo?".
Che la nostra vita non è una parabola: si viene al mondo, ci si sta un po' e poi si scompare, ma una traiettoria: si nasce, si vive, si va verso l'eternità. Questo ci ricorda l'Avvento. Che perciò non è fare finta di aspettare che Gesù nasca di nuovo a Betlemme, né prepararsi a celebrare il suo compleanno, ma ricordare la nascita di Gesù a Betlemme per vivere ogni giorno nell'attesa del suo ritorno, come Signore della storia e del tempo.
Cosa vuol dire questo in concreto?

San Paolo ci dà una indicazione fenomenale: "Rivestitevi del Signore Gesù Cristo". Gesù è venuto a nascere tra noi non per essere festeggiato, ma perché quotidianamente, umilmente, coraggiosamente "gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce", per vivere come lui è vissuto, in modo da poter arrivare a vivere per sempre con lui.
Questo non significa rinunciare alla festa del Natale e a tutti i segni e le tradizioni che la rendono bellissima e unica, anche perché non sono pochi quelli che vorrebbero eliminarla, ma ci impegna a prepararla e a viverla in modo tale che ogni gesto esteriore sia un segno della vita interiore. 
Prepariamo i doni? Benissimo, se ci aiuta a fare della nostra vita un dono. 
Prepariamo le luminarie? Benissimo, se ci ricorda che dobbiamo "comportarci onestamente" e vivere sempre "come in pieno giorno". 
Prepariamo la cena? Benissimo, se ci serve per rendere la nostra famiglia sempre più aperta. 
Prepariamo il presepe? Benissimo, se ci ricorda che dobbiamo rivestirci del Signore Gesù.