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23 ago 2017

Cesarea marittima (il porto antico)


PAPA FRANCESCO LA PENTECOSTE DI EFESO


PAPA FRANCESCO LA PENTECOSTE DI EFESO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 29 maggio 2017 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.123, 30/05/2017)

Cuori «irrequieti» perché «mossi dallo Spirito Santo», o «elettrocardiogrammi spirituali» piatti, lineari, «senza emozioni»? In quale categoria ci si ritrova? È la domanda di fondo posta a ogni cristiano da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta lunedì 29 maggio. All’inizio della settimana in cui «la Chiesa ci prepara per ricevere lo Spirito Santo e ci fa riflettere sullo Spirito Santo e ci chiede di pregare perché lo Spirito Santo venga nella Chiesa, nel mio cuore, nella mia parrocchia, nella mia comunità», Papa Francesco ha invitato i cristiani a mettersi «in attesa di questo dono del Padre che Gesù ci ha promesso».
La meditazione del Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura del giorno dedicata alla predicazione di san Paolo a Efeso (Atti degli apostoli, 19, 1-8). Subito si nota, ha rilevato Francesco, «come questa comunità che aveva ricevuto la fede non sapeva dello Spirito Santo». Tant’è che, ha detto, questa lettura si potrebbe chiamare «La Pentecoste di Efeso», perché «succede lo stesso che era accaduto a Gerusalemme».
Eppure, ha fatto notare il Papa, «questa gente era credente». Ma quando Paolo domandò loro: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?», questi risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito che esiste uno Spirito Santo». In questo racconto, cioè, ci si trova di fronte alla «realtà di una Chiesa, gente buona, gente di fede, gente che credeva nel Signore Gesù», ma che «era lì senza neppure conoscere questo dono del Padre: lo Spirito Santo». Perciò «Paolo Impose le mani e incominciarono: “Discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue”».
Il Pontefice ha spiegato che, con la discesa dello Spirito Santo, per i discepoli di Efeso «è incominciato il moto del cuore perché quello che muove il nostro cuore, quello che ci ispira, che ci insegna» è lui: è lo Spirito «che muove il cuore», che alimenta «le emozioni nel cuore». Del resto, ha aggiunto, lo aveva detto lo stesso Gesù: lo Spirito «insegnerà» e farà ricordare «tutto quello che io vi ho insegnato».
Ciò che è accaduto ai discepoli di Efeso è un’esperienza ricorrente nei racconti del Nuovo testamento, in cui si incontrano tanti personaggi che «hanno sentito questo messaggio e hanno cambiato vita». Per esempio, ha approfondito il Pontefice, «possiamo domandarci: chi mosse Nicodemo ad andare di notte a parlare con Gesù?». Fu proprio «quella inquietudine». E «chi mosse la samaritana dopo aver dato l’acqua a Gesù a intrattenersi a parlare con lui?». La risposta è che lei sentiva che «il cuore cambiava». Ancora: «chi mosse la peccatrice ad andare e bagnare i piedi di Gesù con le sue lacrime? E chi mosse tanta gente ad avvicinarsi a Gesù? Pensiamo a quella signora, ammalata di perdite di sangue: chi è stato a muoverla e a metterle quel sentimento, quell’idea: “Se io tocco l’orlo del mantello sarò guarita”?». La risposta è sempre la stessa: «lo Spirito Santo», colui che «muove il cuore».
A questo punto Papa Francesco ha, come sua consuetudine, attualizzato la meditazione applicandola alla vita di ogni cristiano. Ha posto quindi una serie di domande: «Io sono come quelli di Efeso che nemmeno sapevano che esistesse lo Spirito Santo? Quale è il posto che lo Spirito Santo ha nella mia vita, nel mio cuore? Io sono capace di ascoltarlo? Io sono capace di chiedere ispirazione prima di prendere una decisione o dire una parola o fare qualcosa? O il mio cuore è tranquillo, senza emozioni, un cuore fisso?». Il problema infatti, ha aggiunto, è che per «certi cuori, se noi facessimo un elettrocardiogramma spirituale, il risultato sarebbe lineare, senza emozioni».
Una realtà spirituale che si ritrova descritta anche nei vangeli, ha ricordato il Pontefice, se si pensa, ad esempio, ai dottori della legge: «erano credenti in Dio, sapevano tutti i comandamenti, ma il cuore era chiuso, fermo, non si lasciavano interpellare».
Ecco, allora, il punto di volta della riflessione: occorre «lasciarsi interpellare dallo Spirito Santo». Qualcuno, ha detto il Papa, potrebbe obiettare: «“Eh, ho sentito questo… Ma, padre, quello è sentimentalismo?” — “No, può essere, ma no. Se tu vai sulla strada giusta non è sentimentalismo”». Così come può capitare di sentir dire: «Ho sentito la voglia di fare questo, di andare a visitare quell’ammalato o cambiare vita o lasciare questo...». L’importante, ha spiegato Francesco, è «sentire e discernere: discernere quello che sente il mio cuore», perché «lo Spirito Santo è il maestro del discernimento».
Certi slanci sono infatti positivi: «una persona che non ha questi movimenti nel cuore, che non discerne cosa succede, è una persona che ha una fede fredda, una fede ideologica. La sua fede è un’ideologia, tutto qui». È proprio quello che viene descritto nel Vangelo: «il dramma di quei dottori della legge che se la prendevano con Gesù».
Perciò, ha detto il Papa, bisogna chiedersi: «Quale è il mio rapporto con lo Spirito Santo? Io prego lo Spirito Santo? Chiedo luce allo Spirito Santo? Chiedo che mi guidi per il cammino che devo scegliere nella mia vita e anche tutti i giorni? Chiedo che mi dia la grazia di distinguere il buono dal meno buono? Perché il buono dal male subito si distingue. Ma c’è quel male nascosto che è il meno buono, ma ha nascosto il male. Chiedo quella grazia?».
In fin dei conti, la domanda che il Papa ha voluto oggi «seminare» nel cuore di ognuno è: «Come è il mio rapporto con lo Spirito Santo?». Ogni cristiano dovrebbe cioè chiedersi: «Io ho un cuore irrequieto perché mosso dallo Spirito Santo?»; e ancora: «Chiedo questa grazia di capire cosa succede nel mio cuore?»; e infine: «Quando mi viene la voglia di fare qualcosa, mi fermo e chiedo allo Spirito Santo che mi ispiri, che mi dica di sì o di no o faccio soltanto i calcoli con la mente: “Questo sì perché se no...?”».
L’impegno è quello di mettersi in ascolto: «Cosa mi dice lo Spirito?». Non a caso, ha ricordato il Pontefice, l’apostolo Giovanni nell’Apocalisse, rivolgendosi «a ognuna delle sette chiese di quel tempo, incomincia così: “Ascoltate quello che lo Spirito dice alle chiese”». Perciò, ha concluso, «oggi chiediamo questa grazia di ascoltare quello che lo Spirito dice alla nostra Chiesa, alla nostra comunità, alla nostra parrocchia, alla nostra famiglia e a me, a ognuno di noi: la grazia di imparare questo linguaggio di ascoltare lo Spirito Santo».

18 ago 2017

La donna cananea


XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (20/08/2017)


Misericordia e salvezza sono universali

padre Gian Franco Scarpitta  

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (20/08/2017)

Assieme a Corazin e a Betzaida, Tiro e Sidone erano state citate fa Gesù come città modello di peccato e ostinata infedeltà a Dio, perché avevano rifiutato la salvezza. A loro Gesù aveva promesso una severa condanna (Mt 11, 21 - 22) e probabilmente per questo motivo adesso egli si mostra refrattario e reticente alle richieste di questa povera donna che inizia ad impetrare la grazia della liberazione della figlioletta. Si tratta di una donna pagana, di nazionalità Cananea, del tutto avulsa dal comune sentire della fede nell'unico Dio d'Israele. Avendo notato come i suoi connazionali avessero opposto rifiuto al dono di universale salvezza offerto da Dio adesso, mentre interagisce con questa donna supplichevole e implorante, prende atto di tale ostentata ripulsa, concepisce come impossibile che i Cananei possano meritare un favore divino dopo aver ostentato personale sufficienza e sicumera di fronte alla rivelazione di Dio. E di conseguenza mostra riluttanza verso questa povera donna, la cui figlia è tormentata dal demonio.
Quando finalmente la sventurata Cananea ha occasione di prostrarglisi ai piedi, Gesù come tutta risposta esclama: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini.” Un'espressione di deprezzamento e di distacco affermato verso coloro che si erano mostrati riluttati a qualsiasi riferimento di fede, simile ad un'altra parimenti perentoria: “Non date cose sante ai cani e non gettate le perle ai porci.”( Mt 7, 6). Non vale la pena cioè perdere il proprio tempo e sprecare le proprie risorse spirituali con coloro che si negano ad ascoltare o che mostrano indifferenza e affermata ostinazione contraria. I “cani” sono espressamente identificati con i pagani e i presunti sapienti, che rifiutano qualsiasi discorso sacrale e trascedente, in parole povere che si oppongono alla religione e al mistero del Dio rivelato. Poiché essi si autoescludono dalla salvezza, non resta che abbandonarli al loro stesso destino di impenitenti miscredenti, evitando di disperdere le cose sante con loro.
Questa donna però ha qualcosa di singolare che non è paragonabile alla comune mentalità del suo tempo. Nella sua risposta “anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla mensa dei loro padroni” dimostra una fede unica e incondizionata in un Salvatore universale, la cui Parola di salvezza, purché accolta e recepita, è capace comunque di incidere anche nella vita di ostinati non credenti. Gesù comprende che questa donna, sebbene pagana, crede e ripone la sua speranza in Colui che provvede anche ai “cani” loro malgrado, perché la sua misericordia non conosce limiti o confini etnici. Diceva San Francesco di Paola: “Chi non ha fede non può aver grazia” e a meritare a questa donna di essere ascoltata ed esaudita è appunto la fede che in lei alberga senza riserve.
Ai pagani basta infatti anche un decimo di quello che il Messia fa solitamente ai padroni Giudei per essere salvati. Certo, l'annuncio di salvezza è rivolto prima di tutto ai Giudei e all'Israele popolo prediletto di Dio con il quale abbiamo in comune una radice santa, ma ciò non esclude che anche i pagani e gli esponenti di ogni altra razza e cultura possano essere salvati e che Dio voglia estendere anche a loro il disegno di redenzione e di figliolanza. Sarà anzi una delle lezioni di Paolo a dimostrare che Dio non fa affatto discriminazioni fra popolo e popolo anche se chiamerà in causa in primo luogo gli Israeliti: l'apostolo paragonerà (Rm 11) infatti Israele ad un albero di ulivo a cui sono stati recisi alcuni rami per esserne innestati altri: sono stati cioè estromessi dalla salvezza i Giudei non convertiti, che hanno rifiutato l'annuncio, non vi hanno aderito. Tale rifiuto è stato tuttavia occasione per rivolgere l'azione missionaria di salvezza ai pagani e alle genti non Israelite, che non di rado hanno accolto la salvezza più degli stessi Israeliti. Alla fine si tornerà a parlare nuovamente ai Giudei e quando questi avranno ottenuto la vera fede ci prepareremo all'epilogo finale della nostra storia. La salvezza è destinata a tutti gli uomini di ogni provenienza e cultura etnica e Dio aspira da sempre che tutti gli uomini siano raggiunti dalla redenzione. Unica condizione è aderire consapevolmente e con fiducia e non è raro il caso che ad orientarci con l'esempio in tutto questo siano proprio le persone che definiamo “avulse”, “distaccate” e “non credenti”. Alla pari di questa donna pagana e Cananea, parecchie volte mostrano di vivere la vera fede coloro che non professano la nostra religione o che addirittura siano atei e non credenti. Il che non può che invitarci ad un serio esame di coscienza, a una revisione della nostra vita che si orienti secondo io monito di Isaia (I Lettura) a non deviare dalla retta condotta e a praticare la giustizia nel Signore,
. L'annuncio evangelico è rivolto a tutti anche se interpella per primi i pagani e approdano alla salvezza solamente coloro che vi aderiscono a cuore aperto, riponendo ogni speranza nelle parole del Signore e perseverando in esse per mezzo della fede, cioè dell'accoglienza libera e incondizionata. Che crede e agisce da credente, sarà salvato. Chi rifiuta deliberatamente la salvezza ha scavato da se stesso la propria fossa. Di queste e altre argomentazioni è stata capace una povera donna avente la figlia tormentata da un demonio, la cui saggezza e semplicità di cuore hanno dischiuso la mente di tanta gente alla verità sulla grazia di Dio. L'accoglienza della rivelazione del vero Dio e la fede nell'annuncio del Salvatore Gesù Cristo trasformano i "cani" in prediletti del Signore come nel caso di questa donna che è solamente un esempio di come Dio mostri misericordia verso tutti coloro che a lui si affidano. Lo stesso profeta Isaia ci ragguaglia del fatto che anche gli "stranieri" sono destinatari della salvezza mostrando l'universalità dell'amore di Dio nei confronti di chiunque sia disposto a credere e ad amare

14 ago 2017

Assunzione di Maria


SOLENNITÀ DELL’ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - GIOVANNI PAOLO II


SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Mercoledì, 15 agosto 2001 

1. "L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte" (1 Cor 15,27)

Le parole di Paolo, risuonate poc'anzi nella seconda lettura, ci aiutano a comprendere il significato della solennità che quest'oggi celebriamo. In Maria, assunta in cielo al termine della sua vita terrena, risplende la vittoria definitiva di Cristo sulla morte, entrata nel mondo a causa del peccato di Adamo. È stato Cristo, il "nuovo" Adamo, a sconfiggere la morte, offrendosi in sacrificio sul Calvario, in atteggiamento di amore obbediente al Padre. Egli ci ha così riscattati dalla schiavitù del peccato e del male. Nel trionfo della Vergine, la Chiesa contempla Colei che il Padre ha scelto come vera Madre del suo Figlio unigenito, associandola intimamente al disegno salvifico della Redenzione.
È per questo che Maria, come ben evidenzia la liturgia, è segno consolante della nostra speranza. Guardando a Lei, rapita nell'esultanza delle schiere degli angeli, l'intera vicenda umana, frammista di luci e di ombre, si apre alla prospettiva dell'eterna beatitudine. Se l'esperienza quotidiana ci fa toccare con mano quanto il pellegrinaggio terreno sia sotto il segno della incertezza e della lotta, la Vergine assunta nella gloria del Paradiso ci assicura che mai ci verrà meno il soccorso divino.
2. "Nel cielo apparve per noi un segno grandioso: una donna vestita di sole" (Ap 12,1). Guardiamo a Maria, carissimi Fratelli e Sorelle, qui convenuti in un giorno tanto caro alla devozione del popolo cristiano. Vi saluto con grande affetto. Saluto in modo particolare il Signor Cardinale Angelo Sodano, mio primo collaboratore, e il Vescovo di Albano con il suo Ausiliare, ringraziandoli per la loro cortese presenza. Saluto inoltre il parroco con i sacerdoti che lo coadiuvano, i religiosi e le religiose e tutti i fedeli presenti, in speciale modo i consacrati salesiani, la Comunità di Castel Gandolfo e quella delle Ville Pontificie. Estendo il mio pensiero ai pellegrini di lingue diverse che hanno voluto unirsi alla nostra celebrazione. A ciascuno auguro di vivere con gioia l'odierna solennità, ricca di spunti di meditazione.
Un grande segno appare per noi nel cielo quest'oggi: la Vergine Madre! Ce ne parla con linguaggio profetico l'autore sacro del libro dell'Apocalisse nella prima lettura. Quale straordinario prodigio è dinanzi ai nostri occhi attoniti! Abituati a fissare le realtà della terra, siamo invitati a volgere lo sguardo verso l'Alto: verso il cielo, che è la nostra Patria definitiva, dove la Vergine Santissima ci attende.
L'uomo moderno, forse più che nel passato, è preso da interessi e preoccupazioni materiali. Cerca sicurezza e non di rado sperimenta solitudine e angoscia. E che dire poi dell'enigma della morte? L'Assunzione di Maria è un evento che ci interessa da vicino proprio perché ogni uomo è destinato a morire. Ma la morte non è l'ultima parola. Essa - ci assicura il mistero dell'Assunzione della Vergine - è transito verso la vita incontro all'Amore. È passaggio verso la beatitudine celeste riservata a quanti operano per la verità e la giustizia e si sforzano di seguire Cristo.
3. "D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata" (Lc 1,48). Così esclama la Madre di Cristo nell'incontro con l'anziana parente Elisabetta. Il Vangelo poco fa ci ha riproposto il Magnificat, che la Chiesa canta ogni giorno. È la risposta della Madonna alle parole profetiche di sant'Elisabetta: "Beata Colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore" (Lc 1,45).
In Maria la promessa si fa realtà: Beata è la Madre e beati saremo noi suoi figli se, come Lei, ascolteremo e metteremo in pratica la parola del Signore.
Possa l'odierna solennità aprire il nostro cuore a questa superiore prospettiva dell'esistenza. Possa la Vergine, che oggi contempliamo risplendente alla destra del Figlio, aiutare l'uomo di oggi a vivere, credendo "nel compimento della Parola del Signore".
4. "Oggi i figli della Chiesa sulla terra celebrano con giubilo il transito della Vergine alla città superna, la Gerusalemme celeste" (Laudes et hymni, VI). Così canta la liturgia armena quest'oggi. Faccio mie queste parole, pensando al pellegrinaggio apostolico in Kazakhstan ed Armenia, che tra poco più di un mese, a Dio piacendo, compirò. Affido a Te, Maria, l'esito di questa nuova tappa del mio servizio alla Chiesa e al mondo. A Te chiedo di aiutare i credenti ad essere sentinelle della speranza che non delude, e a proclamare senza sosta che Cristo è il vincitore del male e della morte. Illumina Tu, Donna fedele, l'umanità del nostro tempo, perché comprenda che la vita di ogni uomo non si estingue in un pugno di polvere, ma è chiamata a un destino di eterna felicità.
Maria, "che sei la gioia del cielo e della terra", vigila e prega per noi e per il mondo intero, ora e sempre. Amen!