ciao!

15 dic 2017

Giovanni Battista


III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) - GAUDETE (17/12/2017)


Convincerci del vero Dio con il Battista

padre Gian Franco Scarpitta  

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) - GAUDETE (17/12/2017)

Ancora una volta due personaggi ci si pongono alla nostra attenzione, ciascuno con i suoi appropriati riferimenti: l'autore anonimo del cap 61 del libro di Isaia, definito Isaia (Non il profeta originale) e Giovanni Battista. Il primo dei due parla quando il popolo d'Israele è stato affrancato dall'asservimento subito a Babilonia, proclamandosi proclamatore della giustizia, della pace, della liberazione definitiva e soprattutto preannunciando un tempo di misericordia del Signore. La prospettiva futura delineata dal profeta è esaltante e rincuora gli animi di tutti, raggiunge il vasto popolo degli Israeliti e lo supera, poiché la salvezza è comunque rivolta a tutte le nazioni. A tutti è promesso un Salvatore e un Re universale, Unto per apportare la giustizia e la pace a tutti i popoli, nel quale tutti si riconosceranno. Il Messia è il corrispondente ebraico del Cristo, il cui termine significa appunto Unto: Gesù Cristo sarà il Salvatore Unto da Dio. Egli è la verità assoluta che entra nella storia, la Parola di Dio che era sin dal principio e viene a vivere in mezzo a noi. Letteralmente “a porre la tenda in mezzo a noi” (Gv 1, 14). Tuttavia il Messia non precipita improvvisamente dall'alto, ma vuole predisporre gli animi di tutti al suo arrivo. Ecco che allora, nella scena evangelica del prologo del quarto Vangelo, emerge improvvisamente un uomo, un soggetto avente un'identità e un nome: Giovanni. In Luca la sua nascita viene preannunciata con la visita dell'angelo Gabriele a Maria e lo si intravede esultare nel grembo di Elisabetta all'arrivo della Vergine a casa di questa (Lc 1, 48 - 50); nel quarto evangelo la sua figura si impone invece immediatamente dopo la proclamazione dell'eternità del Verbo, della sua consustanzialità con Dio Padre e dell'incarnazione: “E venne un uomo mandato da Dio il cui nome era Giovanni”. Etimologicamente il nome vuol dire: “Dio ha avuto misericordia”, anche per aver dato ad Elisabetta questo figlio in tarda età, ma soprattutto perché in lui si rivela la misericordia divina definitiva di cui parlava il succitato libro del profeta Isaia: Dio infatti ama gli uomini e attraverso di lui li predispone al messaggio della lieta novella del Messia. Giovanni infatti parlando di se stesso preferisce esprimersi nella forma negativa affermando ciò che non è: non è lui il Messia, non è lui la Luce e nemmeno uno dei profeti redivivi. Solo quando viene messo alle strette decide di qualificarsi come “testimone” che brilla di luce riflessa, dovendo lui attestare la presenza di Chi è più grande di lui. Viene insomma ad introdurre la parola del Cristo, a spianare la strada alla sua ventura predicazione, a predisporre gli animi alla verità. E nel fare questo predica nel “deserto”, proclama l'avvento della verità, orienta tutti all'attesa della salvezza definitiva con la sua eloquenza e con la sua testimonianza di vita austera e penitente con la quale convince tutti che è utile solo ciò che essenziale e che il superfluo va aborrito. Non soltanto in ordine al possesso e alla ricchezza, ma anche in attinenza al peccato: questo è tanto inutile quanto dannoso. Giovanni invita tutti di conseguenza al pentimento dei propri peccati e alla volontà di ravvedimento e per ciò stesso amministra un battesimo che è solamente un dato esteriore (immersione nell'acqua) attestante l'avvenuta conversione di ciascuno. Chi si convince dei propri peccati provandone dolore si accosta alla riva del Giordano dove lui battezza, confessa i propri peccati e viene immerso nell'acqua a significare che adesso vuol cambiare vita. E che si è scrollato di dosso tutti i gravami che gli erano di impedimento all'ascolto della ventura Buona Novella. Ora è pronto ad assimilare ogni parola del Verbo fatto uomo. Giovanni insomma dimostra che la misericordia del Signore è immensa, al punto da non limitarsi all'evento già unico e irripetibile dell'incarnazione del suo Figlio, ma da predisporci anche alla sua venuta. Condurci infatti verso il Messia dimentichi dei nostri peccati non può essere infatti che Amore di Dio. Se non si sgombra il terreno dai sassi non si può spianare una strada e se non si erigono ponti fra le varie montagne sarà un sogno l'autostrada. Giovanni con la sua attività dipana la via e la rende percorribile e per questo meriterà la singolare esaltazione di Gesù, che lo definirà “grande fra i nati di donna”.
Questo personaggio che ci parla “nel deserto” ci infonde quindi il senso di Dio, non soddisfacendo le nostre pretese singolari di divinità illusorie e paganeggianti; non approvando l'idolatria latente a cui siamo inconsapevolmente costretti dalla moda e dalla propaganda; non legittimando le nostre chimere e il fascino effimero del culto esagerato di noi stessi, né tantomeno lasciando che coltiviamo la presunta risorsa della violenza e del guadagno facile e delle ingiustizie quali espedienti di religiosità conclamata. Piuttosto ci convince del vero Dio, ossia dell'Altro da noi, dell'Ineffabile Creatore che tuttavia si fa per noi. Del Dio eterno e infinto, che entra nello spazio e nel tempo; del Grande Signore che diventerà uomo e per di più Bambino indifeso. Ma prima di tutto ci rende consapevoli della fallacia e della vanità di tutto ciò che si oppone al vero Dio.

13 dic 2017

Hannukkah, Menorah, Gerusalemme


LE RADICI PROFETICHE DI HANUKKAH - FESTA EBRAICA DELLE LUCI (13-20 DICEMBRE)


LE RADICI PROFETICHE DI HANUKKAH

in Tanakh (Bibbia ebraica).

Il brano dei Profeti (Haftarah) che gli antichi Maestri hanno associato alla festa di Hanukkah è tratto dal libro di Zaccaria (capitoli 2:14 – 4:7). Questo passo, incentrato sulle promesse di Redenzione e sulla restaurazione di Gerusalemme, viene letto in sinagoga durante lo Shabbat di Hanukkah.
Per quale motivo i Saggi hanno selezionato il libro di Zaccaria, e perché la loro scelta è caduta proprio su questi capitoli? La domanda è particolarmente interessante se teniamo conto del fatto che Hanukkah, in quanto commemorazione della vittoria dei Giudei sul regno greco-siriano all’epoca dei Maccabei, è una festività post-biblica, e non possiede quindi una fonte diretta nella Bibbia ebraica.
Prima di tutto, cerchiamo di riassumere il testo di Zaccaria 2:14 – 4:7 per comprenderne il significato.
L’Haftarah si apre con l’invito a gioire per il ritorno della Presenza divina nella città santa e con l’annuncio della conversione a Dio da parte di “nazioni numerose” (2:15).
Viene poi descritta una visione incentrata sulla figura del Sommo Sacerdote Yehoshua, chiamato a purificarsi dai suoi peccati per poter diventare il custode del nuovo Tempio che sta per essere costruito. In seguito, il profeta descrive un grande candelabro d’oro (Menorah) con sette bracci, affiancato a destra e a sinistra da due olivi. Un emissario divino proclama poi un messaggio per il governatore della Giudea Zerubavèl, discendente del re David: “Non con la potenza né con la forza, ma con il mio Spirito, dice HaShem Tzevaot” (4:6). Dalla conclusione del capitolo si deduce che i due olivi simboleggiano proprio Zerubavel e Yehoshua, rappresentanti del potere politico e di quello religioso, nonché fondatori del Secondo Tempio.
Un primo legame con la festa di Hanukkah appare subito chiaro: il Santuario di Gerusalemme, la cui ricostruzione è il tema principale del brano di Zaccaria, è lo stesso che fu poi restaurato e riconsacrato dai Maccabei dopo la vittoria sui profanatori ellenistici. L’immagine della Menorah, inoltre, costituisce l’elemento caratteristico di Hanukkah, come è evidente soprattutto dal rito dell’accensione dei lumi.
Tuttavia, come spiega Rabbi Menachem Leibtag, esiste un motivo più importante e profondo alla base della scelta di questo brano da parte dei Saggi, ed è un motivo che può essere compreso solo tenendo conto della missione profetica di Zaccaria e del contesto storico in cui egli visse e operò.
Zaccaria (in ebraico Zechariah), insieme ad Aggeo (Chagai), guidò la coscienza religiosa del popolo d’Israele durante il periodo del ritorno in patria dopo l’esilio in Babilonia. I profeti precedenti, testimoni della rovina di Gerusalemme, avevano preannunciato una grande redenzione e un ritorno glorioso che avrebbero posto fine alle sofferenze subite. Geremia, in particolare, aveva espresso anche una precisa scadenza temporale all’esilio:
“Così parla HaShem: Quando saranno compiuti per Babilonia settanta anni, vi visiterò e realizzerò per voi la mia buona promessa di ricondurvi in questo luogo. Poiché io conosco i progetti che ho fatto per voi – dice HaShem – progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza. […] Cambierò in meglio la vostra sorte e vi radunerò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho disperso – dice HaShem – vi ricondurrò nel luogo da dove vi ho fatto condurre in esilio” (Geremia 29:10-14).
Secondo Geremia, questa redenzione sarebbe dovuta avvenire in maniera tanto grandiosa da eclissare persino l’evento di liberazione per eccellenza, cioè l’uscita dall’Egitto (vedi Geremia 23:7-8).
Il libro di Esdra (1:1-3) narra che, al compimento dei settant’anni previsti da Geremia, il re Ciro di Persia concesse agli Ebrei di ritornare a Sion e di ricostruire il Tempio. Ciò, tuttavia, avvenne con molte asprezze e difficoltà: la maggior parte degli esuli, infatti, preferì restare a Babilonia, mentre coloro che tornarono nella terra dei padri furono osteggiati dalla popolazione locale (vedi Esdra 4; Nehemia 4). I lavori per ricostruire il Santuario furono interrotti più volte, e il popolo si macchiò inoltre di vari peccati. (Nehemia 5-6). La restaurazione d’Israele preannunciata dai profeti avvenne, secondo le parole di Daniele (9:25), “in tempi angosciosi”.
È all’interno di questo scenario sconsolante che Aggeo e Zaccaria fanno udire il proprio messaggio. Secondo questi profeti, le antiche promesse di gloria e di redenzione non erano state annullate: la loro non realizzazione dipendeva soltanto dall’apatia del popolo nel compiere il volere divino.
“Vi aspettavate molto, ma in realtà c’è stato poco”, proclama Aggeo in nome di Dio, e subito dopo rivela: “Perché ciò avviene? […] A motivo del mio Tempio che giace in rovina, mentre ognuno di voi corre alla propria casa” (1:9).
Pur mettendo in luce le colpe d’Israele, i due profeti esortano il popolo a non abbattersi, ma a correggere la propria condotta per meritare le benedizioni tanto attese:
“E ora sii forte, Zerubavel – dice HaShem -, sii forte, Yehoshua figlio di Yehotsadak, Sommo Sacerdote; sii forte, o popolo tutto del paese – dice HaShem -, e mettetevi al lavoro, perché io sono con voi” (Aggeo 2:4).
“Le mie città avranno sovrabbondanza di beni, HaShem avrà ancora compassione di Sion ed eleggerà di nuovo Gerusalemme” (Zaccaria 1:7).
Nonostante l’ottimismo per il futuro che emerge da queste profezie, Zaccaria afferma chiaramente che il loro adempimento è comunque legato a una condizione:
“Questo avverrà se obbedirete diligentemente alla voce di HaShem, il vostro Dio” (6:15).
Dal punto di vista biblico, un profeta non è dunque colui che predice il futuro anticipando con i suoi oracoli i decreti di un destino inesorabile. Al contrario, il profeta insegna agli uomini come plasmare l’avvenire attraverso le proprie azioni, cogliendo le opportunità concesse da Dio.
Storicamente, la Redenzione maestosa annunciata da Zaccaria non divenne mai realtà: la Giudea rimase infatti una provincia sottomessa al regno di Persia, e il popolo ebraico non raggiunse mai uno splendore paragonabile a quello descritto dai profeti.
Eppure, quasi trecento anni dopo, l’eco di queste profezie rimaste senza adempimento dovette risuonare alle orecchie dei Maccabei quando il loro piccolo esercito trionfò sulle potenti schiere dei Greco-siriani e dei loro alleati. La riconsacrazione del Tempio e la conquista dell’indipendenza dal dominio straniero apparvero, già agli occhi dei contemporanei, come i primi importanti segni della gloria messianica promessa.
L’idea trova espressione nelle parole dei commentatori medievali. Rashi, in riferimento al libro di Aggeo (2:6), parla dei “miracoli avvenuti al tempo degli Asmonei (Maccabei)”; e Ibn Ezra, commentando il libro di Zaccaria, spiega che molte delle profezie in esso contenute si compirono con la vittoria sui Greci.
Anche la redenzione germogliata con la rivolta dei Maccabei finì però per appassire ben presto. A far infrangere il sogno di un regno ebraico libero e indipendente fu il declino morale e la corruzione della stessa dinastia che aveva portato il popolo alla vittoria. Eppure, questo sgradevole epilogo non può compromettere la validità del messaggio che i Saggi hanno voluto trasmettere nell’associare le parole di Zaccaria alla storia di Hanukkah, né può cancellare la speranza, sempre viva nel cuore dell’Ebraismo, secondo cui il futuro riserverà ancora un’altra occasione per dare adempimento alle promesse che non si sono mai pienamente compiute.

12 dic 2017

Gesù si rivolge al Padre prima della Passione


L’ANTICO TESTAMENTO ANNUNCIA LA VENUTA DI GESÙ?


L’ANTICO TESTAMENTO ANNUNCIA LA VENUTA DI GESÙ?

C'è discontinuità tra Antico e Nuovo testamento? Risponde don Francesco Carensi, docente di Teologia biblica alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

Percorsi: BIBBIA - SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA
20/12/2013

Spesso si cercano nell’Antico Testamento anticipazioni della venuta di Gesù. Eppure, non è affatto vero che Mosè parli di Cristo, cioé del Logos. In tutto il Pentateuco (La Torah ebraica) non c’è alcun accenno a questo evento futuro. Mosè annuncia l’avvento di «un profeta pari a me» ma non di qualcuno superiore o, addirittura, del Figlio di Dio. Le parole di Mosè possono dirsi compiute se riferite a Davide (re e profeta) o a Isaia. L’altro luogo forte della testimonianza sul Figlio di Dio sono i capitoli 40-55 di Isaia, nei quali è disegnata la figura del Servo di Jahvè, Ma il Servo di Jahvè secondo la tradizione ebraica è chiaramente la comunità, il popolo di Israele personificato, ricostituito davanti a Jahvè e in questo modo «luce per le nazioni».
L’impressione generale è quella di una discontinuità tra Antico e Nuovo Testamento; perché dunque la fede cristiana si è impossessata di un documento (l’Antico Testamento, essenza e storia di Israele) che non le appartiene? Qualcuno più titolato di un semplice sacerdote saprà rispondere. Saluti e complimenti per il giornale.
Don Antonio Greco

Per capire il nuovo testamento non possiamo ignorare l’antico; anzi senza una conoscenza della bibbia ebraica, come potremo capire per esempio la persona di Gesù che viene presentata sempre a partire da categorie veterotestamentarie.
Per esempio la storia di Mosè ci aiuta a capire meglio il Signore Gesù. Mosè  è il legislatore, sacerdote, uomo dell’alleanza, profeta. Ma il vangelo quali di questi riferimenti prende per la vita di Gesù? Certamente il Cristo è colui che porta a compimento la legge, è sacerdote, anche se non alla maniera umana.
Egli infatti è  della stirpe di giuda, dunque non sacerdote secondo le leggi ebraiche. È sacerdote alla maniera di Melchisedek, cioè di un nuovo ordine.  È colui che realizza l’alleanza. Ma ci sono altre caratteristiche che possiamo prendere dalla vita di Mosè e riferirle non solo a Cristo, ma a ogni suo discepolo. Un testo degli atti degli Apostoli, e precisamente Atti 7,20-43, individua tre tappe della vita di Mosè, una storia in tre periodi, che sarà ripresa anche nella memoria storica di Israele che è la tradizione rabbinica.
La citazione a cui faccio riferimento è presa da un midrash a proposito di Deut. 34, 7. Questo passo dice che Mosè aveva circa 120 anni quando morì, e il commento è il seguente: «Egli fu uno dei quattro che vissero 120 anni. Essi sono: Hillel l’anziano, Rabban Johnatan Ben Zakai e Rabbi Akiba». Il quarto è Mosè. Poi il testo rabbinico continua: «Mosè passò 40 anni in Egitto, passò 40 anni in Madian e servì Israele per 40 anni. Hillel l’anziano venne da Babilonia all’età di 40 anni, serv1 i saggi per 40 anni e serv1 Israele per 40 anni. Rabban Johnatan Ben Zakai si occupò di affari di questo mondo per 40 anni, servì i saggi per 40 anni e servì Israele per 40 anni. Rabbi Akiba cominciò a imparare la Torah all’età di 40 anni, servì i saggi per 40 anni e servì Israele per 40 anni».
Anche Stefano negli atti cerca di sintetizzare la vita di Mosè dividendola in tre grandi periodi, di quarant’anni ciascuno. . 23: «Quando furono compiuti 40 anni, salì nel suo cuore l’idea di visitare i fratelli, che erano i figli di Israele». Poi al v. 30 dice: «Compiuti altri 40 anni, gli apparve nel deserto del Sinai un angelo in fiamma di fuoco». Ecco quindi i tre periodi di Mosè: nei primi 40 anni Mosè sta alla scuola del faraone; nel secondo periodo di 40 anni Mosè decide di visitare i fratelli e fugge nel deserto; il terzo periodo di 40 anni comincia con il roveto ardente e va fino alla fine della sua vita.
Questo è il quadro complessivo della vita di Mosè: d’altronde, come abbiamo visto, anche il detto rabbinico insiste su questo stesso schema, riferito anche ad altri grandi uomini d’Israele. È un  esempio di come il nuovo testamento attualizza testi dell’antico testamento, trovando dei riferimenti anche per la vita del discepolo che si imbatte in situazioni di provvidenza, ma fa i conti con i suoi limiti umani, con i propri fallimenti e ritrova nel Signore che si manifesta non in un monte elevato, ma nell’ascolto della parola la strada per portare ai fratelli un messaggio di speranza.
Mosè nei primi anni è oggetto di una particolare provvidenza da parte di Dio è in pericolo di vita, doveva essere ucciso, sarebbe stato travolto dalle acque del fiume,e invece viene salvato. Il testo di Matteo ci parla della nascita di Gesù che come nuovo Mosè viene salvato dalla crudeltà di Erode, deve fuggire in Egitto, «dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Mt 2,15
Mosè è l’uomo che passa il mar Rosso. Cristo passa da questo mondo al padre, realizzando l’antico esodo, portando l’umanità dal servizio che genera schiavitù, ad un servizio che genera libertà e che è il culto in spirito e verità. Per Paolo significa   «offrire se stessi come sacrificio vivente e santo e gradito a Dio» (Rm 12). Si tratta di un esempio del modo in cui l’antico testamento viene attualizzato, in riferimento a Cristo e ai discepoli di ogni tempo.