19 mar 2017

16 mar 2017

La Samaritana

OMELIA III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (19/03/2017)


Cristo acqua, verità e vita

padre Gian Franco Scarpitta 

OMELIA III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (19/03/2017)

Massa e Meriba significano letteralmente "prova" e "denuncia" e nella circostanza in cui queste località sono citate avviene effettivamente che Dio viene messo alla prova dal popolo d'Israele, che con la sua impazienza, complice le sofferenze e le atrocità del pellegrinaggio forzato, chiede acqua per non morire di sete. La "prova" in tal caso risiede nell'interrogativo contestuale: "Il Signore è con noi, si o no'"cioè in una sorta di esame, di verifica a cui Dio viene sottoposto onde appurare la sua presenza e la sua onnipotenza. Il popolo manca di fede e vuol provare Dio, accertarsi che davvero ci sia e che operi a loro vantaggio. La versione del libro dei Numeri che riporta lo stesso episodio afferma ulteriormente che, di fronte alla roccia, perfino Mosè dubita della parola divina: "Vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?"(Nm 20, 10) e questo rafforza l'idea del voler mettere Dio alla prova e di non contentarsi della sua parola promettente. La "denuncia" consiste in una lamentale verso lo stesso Signore che anche nella persona del suo ministro Mosè viene avversato e giudicato. In tutto questo Massa e Meriba sono emblema di negatività, perché in quei luoghi il popolo intendeva mettere alla prova il Signore, saggiare la sua reale onnipotenza e grandezza. Che si possa impetrare a Dio, nella preghiera, qualsiasi grazia spirituale o materiale è legittimo e giustificato e non di rado sottende che il nostro animo è elevato nella confidenza verso Colui che ascolta tutte le nostre invocazioni; mettere Dio alla prova, cioè costringerlo a sottoporsi alle nostre verifiche e ai nostri "test di valutazione" corrisponde invece a "tentarlo" e a mancare di fede nei suoi confronti, quasi come se Lui dovesse rendere conto a noi e non il contrario. Mettere Dio alla prova era stata una delle tentazioni accattivanti con le quali il diavolo intendeva mettere alla prova Gesù nel deserto e denota sempre un'assenza di fede perché fa prevalere in ogni caso la nostra volontà a quella di Dio. Il popolo (leggi qualsiasi credente affermato e convinto) nella circostanza suddetta doveva semplicemente aver fiducia, abbandonarsi alla parola promettente di Dio e disporsi ad agire, in primis il patriarca Mosè, secondo le sue indicazioni senza batter ciglio e senza reticenze. Soprattutto perché Dio voleva concedere non soltanto l'acqua materiale, indispensabile in terra arida per dissetare il popolo e l'intero bestiame, ma anche l'acqua sostanziale della vita. Nella Bibbia infatti la sete non è solamente desidero di prezioso liquido con cui appagare una necessità neurovegetativa, ma anche inconsapevole ricerca della verità, desiderio di universalità nei valori, anelito verso l'assoluto e l'indefinito. L'acqua nella Scrittura indica la sete materiale e l'arsura spirituale del vero di cui soffre senza consapevolezza piena l'uomo di ogni tempo, che cerca di appagare questa carenza attraverso felicità passeggere o verità contingenti e immediate, relegate nel sistema tangibile e dell'esperienza diretta. Dio ci rende edotti invece sulla nostra fondamentale miseria che ci identifica ciascuno assetato di verità trascendentale, ossia di un anelito che prescinde dalla temporaneità e dalla limitatezza. La verità che appaga l'uomo è quella assoluta e eterna e per accedervi occorre il semplice atto della fede e dell'autodonazione. In Cristo Dio fatto uomo l'acqua che estingue la sete ci viene donata definitivamente, perché Lui è la Verità incarnata, l'assoluto che è entrato nel relativo.
Nel colloquio con la Samaritana di cui alla pagina odierna, Cristo Verità si colloca dalla parte di chi ha sempre cercato il vero nelle effimeratezze e nelle illusioni, ossia nelle promesse vacue e inconcludenti del paganesimo per proporre egli stesso ciò che è effettivamente Reale in senso assoluto. Cristo Dio fatto uomo, rivelandosi all'uomo lo mette in rapporto con se stesso, gli svela la sua stessa profondità e lo invita a scrutare se stesso perché solo Lui sa (per l'appunto) la verità su ciascuno di noi, ed è quello che effettivamente egli dimostra invitando la donna alla sincera introspezione: "Hai detto bene, non hai marito. Ne hai avuti cinque e quello che hai adesso non è tuo marito." Come nessun altro dei suo conterranei avrebbe mai fatto, Gesù entra in sintonia con la Samaritana perché si sintonizzi in lui e scopra la Verità fondamentale che da sempre sta cercando invano ricorrendo a vie fallaci e gliela offre come acqua da bere. Da bere immediatamente, diremmo anche porta in un vassoio d'argento. Infatti, in nessuna altra parte dei Vangeli si nota che Gesù identifichi categoricamente se stesso come fa con questa donna di Samaria. Le dice infatti: "Sono io che ti parlo (il Messia)". Scrive Heisemberg: "Non sarà mai possibile, attraverso la ragione pura, arrivare a qualche verità assoluta"; Cristo è la verità rivelata che interpella la nostra ragione, come nel caso di questa Samaritana.
Si diceva all'inizio che l'acqua è sinonimo di vita, il che è evidente sotto tutti gli aspetti, anche quello biologico e materiale. Nel concedersi a noi risolutamente e senza restrizioni, Cristo diviene Via, Verità e Vita (Gv 14, 6) e solo attraverso di lui si accede al Padre nello Spirito Santo per fare della Verità la nostra stessa vita. Cristo ci si dona come acqua di cui dissetarsi, quindi nel modo più spontaneo e convincente perché possiamo vivere di lui risolutamente e con fiducia. Solo la fede però è la prospettiva che rende possibile il realizzarsi di questa possibilità e fin quando da parte nostra si pretenderà invece di voler tentare il Signore pretendendo che egli si atteggi secondo le nostre preferenze o che ci dia un saggio risolutivo della sua onnipotenza, non soltanto mancheremo nei suoi confronti, ma mancheremo anche verso noi stessi.

09 mar 2017

Transfiguration du Seigneur


II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (12/03/2017)


Salita ripida, discesa facile

padre Gian Franco Scarpitta  

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (12/03/2017)

Il tempo di Quaresima che precede la celebrazione della Pasqua non è solamente un periodo liturgico, ma anche il riflesso della vita quaresimale che costantemente siamo sospinti a condurre nella nostra vita. La quotidianità è infatti caratterizzata da una sfibrante salita sul monte alla quale fa seguito un'immediata discesa (parole di Benedetto XVI), in un continuo alternarsi fra la fatica e il riposo, la preoccupazione e il sollievo, la sconfitta e la vittoria, l'umiliazione e la ricompensa raggiunta. La vita è un continuo altalenarsi fra un salire affannosamente e un discendere rapido e facilitato nella molteplicità degli aspetti negativi a cui fanno seguito positivi risvolti. La salita riguarda tante volte gli ostacoli da superare le umiliazioni a cui sottostare, le pene che siamo costretti a patire, le rinunce da sopportare. La discesa che ne consegue è caratterizzata dai successi e dalle gioie proporzionate alle fatiche affrontate, che facilitano il cammino, rianimano e infondono fiducia, ma inevitabilmente ci preordinano ad affrontare altre arrampicature. Il percorso della quaresima liturgica è di tutto questo una rappresentazione, che trova il compendio in due concetti appropriati: la croce e la risurrezione. Anche se nel contesto laico o non credente assume altre denominazioni o ci si propone sotto altri concetti, la croce resta sempre la dimensione irrinunciabile per tutti: non la si può bandire dalla nostra vita a meno di rinunciare ai nostri obiettivi e agli ideali che ci siamo prefissati. Il famoso testo di Tomas de Kempis, l'Imitazione di Cristo, spiega chiaramente che per quanto noi vogliamo scrollarcela di dosso, la croce tornerà sempre a gravare sulle nostre spalle e non di rado quando si voglia evitarne una leggera se subentra puntualmente anche una più pesante ed è per questo che, seppure sotto concetti o terminologie differenti, la croce è una realtà ineluttabile anche nel mondo laico e non credente: volenti o nolenti tutti la si affronta anche se differenti ne sono le interpretazioni. Croce e risurrezione sono tappe della continua "ascesa" sul monte che accanto alla "discesa" interessa tutti quanti, nessuno escluso. Da parte nostra vi si attribuisce valore nella sola ottica della fede e nell'orientamento verso il Crocifisso, che è Risorto affinché anche noi potessimo risorgere con lui. E per l'appunto le si interpreta come tappe irrinunciabili della nostra quaresima continua.
La scorsa settimana osservavamo che la quaresima è il tempo dell'imprevisto e della sfida: il cammino di conversione avente l'obiettivo del primato di Dio e della comunione con lui, la rinuncia al peccato e alla vanità, la fuga dall'effimero in vista della virtù conoscono le trappole e le insidie del Nemico, che sfruttando la nostra debolezza ci induce a cedere e a desistere dai buoni propositi. In qualsiasi itinerario di perfezione la tentazione è sempre in agguato. La salita affannosa sul monte di cui si parlava poc'anzi è quindi caratterizzata anche dalle seduzioni allettanti di chi vuole orientarci in senso opposto. E del resto ciò entra nel computo della fedeltà stessa a Dio: "Figlio, se ti presenti per servire il Signore preparati dalla tentazione."(Sir 2, 1) e daldronde in ogni prova o tentazione si celano grandi opportunità per temprare lo spirito e fortificare noi stessi. L'esercizio della virtù è possibile quando vi siano sfide e banchi di prova che la identifichino come tale. Non si è uomini senza battaglie e non si è cristiani senza prove e tentazioni.
Nel suo spirito intenzionalmente filantropico e amichevole, anche Pietro era stato colto da una grande tentazione nei riguardi di Gesù: aveva voluto distogliere il suo maestro dal recarsi a Gerusalemme, luogo in cui questi avrebbe subito inopinatamente la cattura e la condanna sul patibolo. In quella circostanza avveniva che in Pietro l'umano prevaleva sul divino, o meglio i progetti tipici del comune pensiero terreno volevano prendere il sopravvento sui propositi divini di salvezza, che il Padre intendeva realizzare su Gesù. Sotto le apparenze di premurosa amicizia e di sincero interessamento per le sorti del Signore, il Maligno rendeva Pietro strumento di dissuasione, perché Gesù desistesse dal percorrere le tappe necessarie alla nostra redenzione e alla nostra salvezza, cioè la morte e la risurrezione. Se Gesù non avesse affrontato le aberrazioni degli aguzzini e i chiodi della crocifissione, non si sarebbe realizzata la nostra giustificazione, quindi qualsiasi alternativa al cammino verso Gerusalemme avrebbe sconvolto i piani di amore del Padre nei nostri confronti. "Vai dietro a me, Satana", aveva risposto Gesù in quella circostanza, invitando il diavolo (secondo la vera traduzione corretta del testo) a mantenere il suo posto di subordinazione e di sottomissione al Figlio di Dio e a non voler emergere su Colui che, accanto al Padre, domina e governa gli eventi. Ma come per Gesù l'arrivo a Gerusalemme e la morte di croce costituivano la "salita" erta, difficoltosa, atroce eppure necessaria, anche per Pietro quella tentazione demoniaca doveva essere stata un arrampicarsi dispendioso sull'inverosimile della sua precarietà spirituale; doveva aver costituito un'occasione di deplorazione interiore e forse anche di vergogna per non essersi saputo immedesimare nel mistero che Gesù racchiudeva in sé, per non aver concepito nulla al di là dell'umano superficiale.
Adesso in questo affascinante spettacolo della presentazione della gloria di Gesù sul monte definito Tabor, per volere dello stesso Signore che lo ha chiamato appositamente ad assistere accanto a Giacomo e Giovanni, Pietro sta capacitandosi di ogni cosa prima per lui strana e inverosimile: capisce tutto. Nelle fulgide vesti che baluginano alla sua vista infondendogli gioia indescrivibile, rileva che per il suo maestro il supplizio è necessario per il conseguimento della gloria e per il successivo innalzamento. Gesù è destinato a Gerusalemme luogo della sconfitta che è solo momentanea, ma chi affronterà la croce è comunque il Dio invitto e magnificente, che deliberatamente accetta l'estrema umiliazione del patibolo perché solo questa è la tappa irrinunciabile. Sul monte prende forma per Pietro, Giacomo e Giovanni l'incentivo a camminare instancabilmente nonostante le continue sfide del Nemico; così anche per noi è un'incitazione al coraggio e alla perseveranza perché procediamo senza distogliere l'attenzione dalla meta che ci siamo prefissi. Il percorso è certamente tortuoso e a tratti anche ostile e refrattario, non di rado le tentazioni alla resa e alla sconfitta ci fanno soccombere e le subdole e allettanti proposte dell'Avversario costituiscono una prova costante, una tentazione seducente alla quale molti cedono volentieri, anche perché sedotti dal suo vantaggio apparente e momentaneo. Ma nelle asperità di questo itinerario ci viene in aiuto lo stesso Signore, che ci offre un preludio della ricompensa futura, una prefigurazione della gioia e dell'esultanza gloriosa che racchiude l'obiettivo della Pasqua. Il salire del Tabor è coronato dal successo della trasfigurazione, che facilita la discesa e la ripresa del cammino.

06 mar 2017

LA LETTERA AI ROMANI - GIUSTIFICATI PER GRAZIA – SALVATI PER FEDE (PDF) (PRIMA PARTE)


 LA LETTERA  AI ROMANI  -   GIUSTIFICATI  PER GRAZIA – SALVATI PER FEDE   (PDF) (PRIMA PARTE)
   
ANNO PASTORALE 2004 – 2005 

 COMMENTO E ATTUALIZZAZIONE A CURA DI DON SERGIO CARRARINI
INTRODUZIONE Nel nostro impegno annuale di approfondimento della parola di Dio, seguiamo un percorso che ci porta ciclicamente dal Primo Testamento, ai Vangeli, alle Lettere Apostoliche. Negli ultimi anni abbiamo meditato: Vangelo di Matteo - Atti degli Apostoli – Prima Lettera ai Corinzi – Geremia – Vangelo di Luca – Lettera di Giacomo – Libri di Rut e di Ester. Quest’anno ritorniamo a leggere un testo dell’apostolo Paolo, il grande missionario che ha innescato il processo di traduzione della fede cristiana nella cultura greco-romana. Già lo conosciamo dagli Atti degli Apostoli e dalla Prima Lettera ai Corinzi. Quando scrive la Lettera ai Romani è vicino alla conclusione della sua vita, sul finire degli anni 50 d.C.  La Lettera ai Romani è lo scritto più lungo e più importante di tutto l’epistolario paolino, quello più studiato e commentato nella tradizione della Chiesa e quello che più ha influito nella sua storia, sia per fondare la teologia, che per le molte discussioni che ha suscitato. La riforma protestante ne ha fatto il suo cavallo di battaglia ed attualmente è il testo dal quale si riparte nel dialogo ecumenico. E’ un testo dottrinale, con l’intento di svolgere un discorso teologico completo e sistematico sul contenuto essenziale della fede cristiana. Non è un testo facile, ma vogliamo rileggerlo a partire dalla situazione della nostra Chiesa chiamata, come la Chiesa delle origini, a passare da una tradizione di fede ancorata e pensata per il contesto religioso della società contadina, ad una nuova visione della fede che nasce da un contesto secolarizzato, multiculturale e multireligioso.  Per compiere questo passaggio (simile a quello che hanno dovuto fare gli ebrei diventati cristiani) anche noi dobbiamo superare la vecchia mentalità, legata alla legge e alle pratiche religiose, per cogliere l’essenziale della fede (ciò che è irrinunciabile) e metterlo come punto di partenza di una nuova sintesi teologica, di una nuova prassi religiosa più in sintonia con la cultura moderna.  Per dialogare in verità con altre culture e religioni bisogna sfrondare ciò che non è importante, ciò che è incrostazione del passato, e mantenere saldo ciò che è fondamentale. Ci faremo aiutare da Paolo in questa “potatura” radicale della nostra tradizione religiosa, per rinvigorire la pianta della Chiesa e farla rifiorire nell’annuncio del vangelo agli uomini d’oggi.  La Lettera ai Romani è stata dettata da Paolo allo scrivano Terzo, presumibilmente nella primavera dell’anno 57 d.C., a Corinto, mentre si preparava per andare a Gerusalemme a portare la colletta. Dopo la visita alla comunità madre di Gerusalemme, Paolo aveva intenzione di passare da Roma nel suo viaggio verso la Spagna. Questa Lettera è nata per preparare la sua visita in una comunità dove non era mai stato, ma gli dà anche l’occasione per riprendere, in modo ragionato e completo, quanto scritto alle comunità della Galazia e quanto sosteneva nelle accese discussioni con i giudaizzanti. Alcuni pensano che sia come una preparazione per il suo incontro con la comunità di Gerusalemme, da sempre legata al giudaismo e in lotta con la sua linea apostolica.  Roma, capitale dell’impero, era la più grande città dell’antichità con un milione di abitanti. La sua popolazione era formata da un piccolo nucleo di famiglie importanti che detenevano il potere e le cariche pubbliche (senatori e cavalieri); da una classe di schiavi affrancati (liberti) che formavano l’ossatura dell’amministrazione pubblica; da una numerosa schiera di artigiani e di commercianti provenienti da ogni parte dell’impero. La maggioranza della popolazione, però, era composta da plebei romani e da schiavi che vivevano in quartieri secondo le varie razze o popoli di provenienza. C’era anche una nutrita colonia di ebrei (50.000 persone) che viveva in piccole comunità dislocate nei vari quartieri. Nel 49 l’imperatore Claudio aveva espulso da Roma gli ebrei a causa di tumulti per la fede in Cristo (segno della presenza a Roma di un’attiva comunità cristiana). Nerone li aveva riammessi verso la fine degli anni 50, ed è in questo periodo che Paolo scrive ai cristiani di Roma. 
 3IL VANGELO FINO AI CONFINI DEL MONDO La Lettera ai Romani è uno scritto molto esteso (16 capitoli), meditato e provocatorio nei contenuti. Secondo lo stile classico delle lettere dell’antichità, nel proemio (1,1-17) troviamo la presentazione del mittente e dei destinatari, una preghiera di ringraziamento a Dio e l’enunciazione del tema che Paolo vuole trattare. Noi leggeremo subito anche la parte conclusiva della Lettera (15,14 – 16,27) perché contiene molte informazioni su Paolo e i suoi progetti, sulla Chiesa di Roma e la sua struttura organizzativa, sui motivi che hanno spinto Paolo a scrivere ai romani e sulla situazione generale delle Chiese alla fine degli anni 50 d.C. Paolo, l’apostolo dei pagani (1,1-17) Il mittente della Lettera si presenta ai suoi interlocutori lontani e, questa volta, in gran parte sconosciuti. Paolo infatti non era mai stato a Roma, ma aveva conosciuto e lavorato con ebrei (es. Aquila e Prisca) espulsi da Roma ai tempi dell’imperatore Claudio. Certamente ne conosceva altri per motivi di viaggi o di lavoro. Proprio perché molti cristiani di Roma non lo conoscevano di persona, Paolo si presenta in modo più preciso e approfondito. Sottolinea tre aspetti:  v.1: Servo di Gesù Cristo… apostolo perché porti il suo messaggio di salvezza. Notiamo subito che Paolo non si associa altri collaboratori (come fa in quasi tutte le altre Lettere) per assumersi la piena responsabilità di ciò che scrive e per sottolineare il suo posto nella Chiesa di Cristo. Il suo essere cristiano e apostolo del vangelo gli deriva da una precisa chiamata ed elezione di Dio, non da una sua scelta personale. Durante tutta la sua vita di missionario Paolo ha sempre dovuto rivendicare e difendere la legittimità della sua vocazione apostolica di fronte alle critiche dei giudaizzanti. Anche con i romani precisa subito la sua posizione di apostolo, prevenendo possibili obiezioni.  vv.2-4: Il vangelo di salvezza… Paolo presenta con essenzialità il contenuto centrale del vangelo. Questi tre versetti sono come un piccolo credo
, una breve professione di fede nel mistero di Cristo, forse già usata nelle liturgie delle comunità primitive. Essa sottolinea le due dimensioni di Cristo: • pienamente uomo : ebreo, discendente di Davide, fragile e mortale; • figlio di Dio : costituito Signore con la risurrezione dai morti, potente e immortale. In questa professione di fede non si parla tanto di due “nature” (affermazione venuta molto dopo nella Chiesa), ma di due “condizioni esistenziali” di Gesù di Nazaret, quella prima e quella dopo la risurrezione. Come nell’inno della Lettera ai Filippesi (2,1-11) Paolo sottolinea il cammino storico-esistenziale (più che quello teologico-dogmatico) del mistero di Cristo: il Figlio di Dio dall’eternità ha iniziato ad esistere nel tempo in Gesù di Nazaret, pienamente uomo come tutti; per grazia di Dio il Nazareno è risorto dai morti ed è stato costituito Signore della storia e Salvatore.  vv.5-7: Devo portare tutti i popoli a credere in Dio e a ubbidirgli nella fede. Dalla fede in Cristo uomo-Dio nasce la missione, l’impegno di Paolo ad essere apostolo dei pagani, per annunciare loro che solo in Gesù Cristo c’è salvezza e che tutti sono chiamati a vivere come lui ha insegnato. Paolo ha ricevuto da Gesù il dono e la responsabilità di portare il vangelo ai non ebrei. Tra di loro ci sono anche i romani. Lascia così capire che la Chiesa di Roma è formata in gran parte da cristiani di origine pagana. Dopo l’editto di Claudio erano i soli rimasti a Roma e al tempo in cui Paolo scrive erano la grande maggioranza. Paolo li chiama amati da Dio e santi, cioè membra vive del nuovo popolo di Dio. Per loro invoca grazia e pace, secondo lo stile usuale delle Lettere. 
 4vv.8-15: Ho il desiderio ardente di vedervi. Come in altre Lettere, alla presentazione del mittente e dei destinatari segue una preghiera di ringraziamento a Dio per i doni presenti nella comunità. Ma Paolo è subito preoccupato di giustificare il fatto di rivolgersi ad una comunità che non ha fondato e che non lo conosce. Perché lo fa? Con quale autorità si rivolge a loro? Che scopo ha?  Abilmente Paolo presenta due riflessioni per giustificare il suo intervento e ingraziarsi i romani: • lo scambio di doni tra Chiese sorelle : ognuno ha dei doni che possono arricchire l’altro; • i tempi di Dio non sempre coincidono con quelli dell’uomo : ora forse è giunto il tempo per un incontro tra l’apostolo dei pagani e la Chiesa che vive nella capitale dell’impero. Senza questo incontro la sua missione non sarebbe completa.  vv.16-17: Dio, per mezzo della fede, riabilita gli uomini davanti a sé. Paolo mette il titolo alla Lettera, annuncia il tema che svolgerà poi con ampiezza di argomenti. Il tema si può formulare così: Il lieto annuncio riguarda Gesù Cristo che salva gratuitamente gli uomini per mezzo della fede.  E’ il messaggio centrale del cristianesimo, perché da esso dipende tutto il resto. La nuova missione di Paolo in Occidente (15,14-33) Prima di affrontare il tema teologico della Lettera leggiamo i capitoli finali che ci aiutano a capire meglio il motivo che ha spinto Paolo a scrivere ai romani e la realtà di quella Chiesa.  vv.14-21: I non ebrei diventino un’offerta gradita a Dio. Alla fine della Lettera Paolo riprende i temi del prologo aggiungendo nuovi aspetti e notizie. Torna a giustificarsi per il suo intervento con parole forti in una Chiesa che non lo conosce e che non ha fondato. Partendo sempre dalla sua vocazione-missione di apostolo dei pagani, riprende i due motivi precedenti (scambio di doni fra Chiese e tempi di Dio per realizzare i suoi progetti), ma con una sottolineatura nuova:  la sua azione missionaria è come una grande liturgia offerta a Dio non con riti sacri nei templi, ma con la vita delle persone che si convertono e credono. E’ una liturgia senza confini di tempo e di spazio e si propone di coinvolgere tutta l’umanità. Questo tema verrà ripreso varie altre volte nelle Lettere e sarà portato al suo massimo sviluppo dal Vangelo di Giovanni (4,22-24; 13,1-5);  è venuto il tempo di guardare verso Occidente perché la sua missione in Oriente è terminata. Paolo afferma di aver avuto da Dio l’incarico di portare solo il primo annuncio, di mettere le basi delle comunità, di aprire strade nuove, non quello di dirigere le Chiese. Lui è fondatore, iniziatore; altri poi consolideranno. Ormai ha girato tutte le regioni dell’Oriente romano e sente che il suo compito ora è quello di andare verso Occidente.  vv.22-33: Verrò da voi quando passerò per andare in Spagna. Paolo rassicura i romani che non è sua intenzione venire in Italia per fondarvi delle nuove comunità o per fare da maestro a quelle già esistenti. Il suo sguardo e il suo cuore sono già proiettati verso i confini dell’Occidente, verso le colonne d’Ercole, estremo limite del mondo allora conosciuto. La sua visita a Roma è solo di passaggio, per avere uno scambio di fede e un sostegno al suo progetto missionario. E’ veramente impressionante questo slancio missionario di Paolo che in circa 20 anni ha girato tutto l’impero romano per portare l’annuncio di Cristo, per gettare il seme del vangelo. Certamente era spronato dall’aspettativa della fine del mondo imminente, ma aveva una fede incrollabile in Cristo, una coscienza profonda della sua missione, una dedizione totale e senza remore.  Ma c’è anche un secondo motivo che ha spinto Paolo a rivolgersi ai Romani. Gli ultimi anni della sua missione in Oriente erano stati segnati da forti contrasti e lotte con i giudaizzanti, perché il compromesso siglato al Concilio di Gerusalemme era saltato e molte comunità erano tornate ad osservare la legge mosaica e ad imporla ai nuovi convertiti, oppure a separare ebrei e pagani. 
 5Oltre ad accese discussioni e a chiare prese di posizione (orali e scritte), Paolo aveva testardamente voluto mantenere fede ad un impegno preso al Concilio di Gerusalemme: quello di aiutare materialmente la comunità madre di Gerusalemme, come segno di comunione nella fede, pur nel pluralismo dei modi di viverla. Visto come stavano andando le cose, alcune Chiese dei pagani si rifiutavano di contribuire alla colletta e avevano accusato Paolo di interessi personali nella vicenda. Un’intera regione (la Galazia) si era ritirata e in Macedonia e Acaia Paolo aveva dovuto usare tutta la sua autorità di fondatore per portarla a termine. Ora che finalmente la colletta era stata raccolta, Paolo voleva concludere la sua missione in Oriente con un segno importante, un suggello al suo lavoro di apostolo, un segno ufficiale di comunione tra le sue Chiese e la Chiesa madre di Gerusalemme: la consegna della colletta. Per lui questo gesto assumeva un valore fondamentale: perché non risultasse inutile il lavoro che avevo compiuto e che stavo ancora facendo (Gal 2,2).  Ma era preoccupato circa l’esito della visita a Gerusalemme: sarebbe stato accolto bene o male? L’aiuto sarebbe stato accettato o rifiutato? Sarebbe diventato un segno di comunione o di rottura? Mentre scrive sta preparando il viaggio a Gerusalemme e ci sono molti segni che lo preoccupano. Chiede perciò ai Romani di pregare per il buon esito della sua missione a Gerusalemme e (velatamente) chiede anche il loro appoggio nella disputa che lo vede protagonista. Per questo ha trattato così approfonditamente con loro il tema della salvezza per fede e del rapporto con la Legge di Mosè. Paolo spera di avere il sostegno della Chiesa di Roma e di poter dopo condividere con loro la gioia della pace ritrovata. La comunione con tutta la Chiesa è per Paolo una condizione fondamentale per dare nuovo slancio alla sua missione. Di fatto la visita a Gerusalemme finirà male per lui (con l’arresto e una lunga detenzione) e per i rapporti tra le Chiese. A Roma arriverà sì, ma in catene e, in parte, per colpa proprio dei cristiani della Chiesa di Gerusalemme. La struttura delle Chiese dei pagani (16,1-24) L’ultimo capitolo della Lettera contiene delle raccomandazioni e i saluti. La cosa che lo rende originale e interessante (e che suscita molte discussioni fra gli studiosi) è il gran numero di persone citate per nome e con il loro ruolo nella Chiesa. Al di là, però, del problema di come potesse Paolo conoscere tanti cristiani della comunità di Roma, questo lungo elenco ci aiuta a capire meglio come erano strutturate le Chiese dei pagani. Cogliamo alcuni dati che emergono con più chiarezza.  vv.1-2: Vi raccomando la nostra sorella Febe. La prima persona ad essere citata è Febe diaconessa (oggi diremmo “responsabile”) della comunità di Cencre, porto orientale di Corinto, che ha accolto molti cristiani nella sua casa e tra questi anche Paolo in qualche sua visita a Corinto. Il fatto che Paolo inviti i romani ad accoglierla bene e ad aiutarla, ha fatto pensare a molti che fosse lei l’incaricata di portare a Roma la Lettera, ma non è sicuro, anche se può essere plausibile. Da notare che per Febe si parla di un preciso ministero femminile nella comunità, anche se non è specificato con precisione di cosa si tratti. Certamente alcune donne avevano un ruolo importante nelle Chiese dei pagani: solo in questo capitolo ne sono ricordate per nome 9!  vv.3-16: Salutate… Segue un lungo elenco di quasi trenta nomi, più il riferimento a molti altri che si radunavano nelle varie case. Notiamo alcuni particolari: ♦ i nomi: alcuni sono di origine greca (Apelle, Epèneto, Narciso…); alcuni sono di origine romana (Giulia, Rufo, Urbano…); alcuni sono di origine giudaica (Andronico, Giunia, Maria, Prisca, Aquila…); alcuni sono nomi di schiavi o di liberti (Ampliato, Asincrito, Erma, Nereo, Erodione…). La Chiesa di Roma era veramente “cattolica”, cioè composta da persone di varie razze, culture, condizioni sociali; una Chiesa multietnica e multiforme. Il ruolo:  alcuni sono ricordati per il rapporto personale che li lega a Paolo (affetto, collaborazione, nazionalità, prigionia); altri per il loro impegno missionario a servizio delle varie Chiese  fondate da Paolo. 
 6 Le comunità domestiche:   da sottolineare il riferimento alle “case” comunità in cui si riunivano i cristiani: la casa di Aquila e Prisca che già avevano ospitato Paolo a Corinto, poi a Efeso e che ora erano ritornati a Roma; la casa di Aristobulo (nipote del re Agrippa?); la casa di Narciso (celebre liberto della famiglia di Claudio?); la casa di Asincrito (comunità di schiavi o liberti?); la casa di Filologo e Giulia…  Come abbiamo visto commentando gli Atti degli Apostoli, le prime comunità cristiane si erano strutturate nel mondo giudaico sul modello della sinagoga ebraica e nel mondo pagano sul modello delle “domus”, le case-famiglia patriarcali che erano l’ossatura portante della società romana. Anche la Chiesa di Roma (come del resto tante altre) era formata da piccole comunità autonome, ma in contatto fra loro, che si scambiavano lettere e persone. Alcuni cristiani infatti facevano i missionari o i catechisti itineranti a servizio di tutte le comunità e tenevano i collegamenti. Ogni comunità poi, al suo interno, aveva dei responsabili e dei ministeri a servizio della sua crescita e del suo funzionamento.  vv.17-20: State lontani da chi crea divisioni. Un invito strano questo ad evitare cristiani che creano divisioni. A chi si riferisce? Forse i giudaizzanti erano già arrivati anche a Roma? Oppure Paolo vuole solo prevenire difficoltà future in base all’esperienza già vissuta in Oriente? Non lo sappiamo.  vv.21-24: Vi salutano… Riprendono i saluti, ma questa volta da parte dei collaboratori e delle persone più vicine a Paolo: • l’equipe missionaria  che lo ha aiutato nell’ultima parte della sua missione in Oriente e che ora si sta preparando ad accompagnarlo nel viaggio a Gerusalemme; • lo scrivano Terzo , che per una volta esce dall’anonimato e si firma unendosi ai saluti; • il capo comunità  che lo sta ospitando nella sua casa a Corinto; • le autorità civili che governano la città, conosciute dai romani.  La dossologia finale (vv.25-27) non è nello stile paolino e non appartiene alla Lettera ai Romani, ma è stata aggiunta nel secondo secolo a conclusione di una raccolta degli scritti paolini che terminava proprio con la Lettera ai Romani. Ha il tipico stile dell’apocalittica e denota una lunga riflessione di fede sul senso della storia e sulla centralità di Cristo nelle vicende dell’umanità   L’impressione generale che resta dalla lettura della situazione delle Chiese alla fine degli anni 50 del primo secolo è la grandezza del progetto missionario che ha ispirato i primi credenti, il loro coraggio e la loro dedizione, unita però a tante difficoltà e lotte non solo con il mondo esterno, ma anche all’interno della stessa Chiesa. Il cammino dell’evangelizzazione è sempre segnato dalla croce e insieme dal coraggio di chi cerca di aprire vie nuove. 
 7L’UOMO SCHIAVO DEL MALE Nei versetti 16-17 del primo capitolo Paolo anticipa il tema che svilupperà nella Lettera: il vangelo proclama che tutti gli uomini sono salvati gratuitamente da Dio attraverso la fede in Gesù Cristo. Questo è il lieto messaggio che Paolo annuncia ai pagani e che ora vuole approfondire con i romani (e attraverso loro anche con i credenti della Chiesa madre di Gerusalemme). La Lettera diventa così una specie di “autodifesa” di Paolo di fronte alle critiche che gli venivano mosse dai giudaizzanti e, nello stesso tempo, assume anche il carattere di un approfondimento sistematico della sua predicazione, quasi una sintesi organica e ragionata del messaggio cristiano nel suo nucleo centrale. Paolo istituisce come un “processo”: accusa, difesa, obiezioni, confutazioni, arringa, sentenza finale… Il suo ragionare però è assolutistico e parziale nelle posizioni che prende: procede sempre in forma dualistica assoluta: l’uomo è incapace di salvarsi – Dio solo salva; senza fede c’è perdizione – nella fede c’è salvezza; senza Cristo c’è solo male – in Cristo c’è solo bene. Noi siamo più sfumati, mentre Paolo drammatizza per dare più forza alla sua tesi. Nella Lettera Paolo sviluppa queste idee di fondo: tutti gli uomini sono peccatori (cap.1-3); solo in Cristo c’è salvezza per l’umanità (cap.3-5); riconciliati gratuitamente per vivere nello Spirito (cap.6-8); anche gli Ebrei si salveranno (cap.9-11); comportarsi da persone giuste (cap.12-15). La condizione dei pagani (1,18-32) In questa prima parte del discorso Paolo mette in luce la condizione degli uomini senza Cristo: sono irrimediabilmente perduti! Estremizza le situazioni per fare risaltare la sua tesi. (A volte anche noi facciamo le stesse constatazioni: tutti sono disonesti; il mondo va sempre peggio, il male ha sempre  la meglio sul bene, nel mondo ci sono solo odi e violenze…).  Paolo guarda alla realtà del mondo pagano (oggi noi diremmo dell’ateismo o dell’indifferenza) che gli ebrei consideravano il mondo dei senza Dio, dominato dal culto degli idoli, dai demoni, dal culto delle persone divinizzate. Non era un mondo senza fede o religione, anzi…, ma così era visto dai credenti nel Dio unico. Come giudica Paolo gli uomini che vivono nel paganesimo?  vv.18-23: L’ira di Dio si manifesta dal cielo contro tutti gli uomini. Secondo la mentalità del suo tempo Paolo parla di ira di Dio che si manifesta, si abbatte sull’umanità, attribuendo a Dio ciò che in realtà è effetto dell’uomo e delle sue scelte. Qui ira è sinonimo di giudizio negativo di Dio sulle scelte sbagliate dell’uomo che aumentano il male nel mondo. Il giudizio negativo di Dio tende però non a punire l’uomo, ma a fargli capire il suo errore e a fargli cambiare atteggiamento. Il motivo del giudizio negativo di Dio è racchiuso in una frase lapidaria, ma molto significativa: hanno soffocato la verità con l’ingiustizia, cioè hanno sacrificato la verità (Dio) al potere e all’interesse. Qui ritornano alla mente le parole di Pilato a Gesù: ma cos’è la verità? (Gv 18,38).   L’idolatria di cui parla Paolo non è tanto il culto degli dèi o dell’imperatore ma, più in profondità, è l’atteggiamento di chi rifiuta la verità che conosce e la soffoca per non mettere in discussione il suo stile di vita e le sue scelte ingiuste verso gli altri. Idolatria è il rifiuto dell’unico comandamento (ama Dio e il prossimo) per amare solo se stessi e la propria realizzazione. Il culto degli idoli e delle persone ne è la conseguenza e il segno esteriore. Lo stesso si può dire dell’asservimento del pensiero (filosofia-etica), della parola (comunicazione) e della scienza (ricerca-tecnologia) al potere economico o politico e non al rispetto della verità e della vita. Il segno esteriore è la giustificazione dei sistemi di ingiustizia e la trasformazione della libertà (democrazia) nel dominio del più forte. 
 8vv.24-32: Per questo Dio li ha abbandonati ai loro desideri… In questi versetti Paolo descrive le conseguenze della scelta di rifiutare Dio e la verità, per privilegiare l’uomo e i suoi interessi. Il giudizio di condanna di Dio non si manifesta con una pena, un castigo (come ad es. il diluvio, la schiavitù, l’esilio, il fuoco dal cielo…), ma con l’abbandonare l’uomo a se stesso, ai suoi istinti, al dinamismo perverso che lui ha messo in moto e che lo porta inesorabilmente all’autodistruzione. Lasciato a se stesso (cioè all’assolutismo della libertà) l’uomo sprofonda sempre di più nel male (come sottolineano i primi 11 capitoli della Genesi); fa prevalere nel mondo la logica della violenza. Rifiutando Dio e la verità si perde il senso del bene e del male, il rispetto delle persone e delle leggi, il rispetto del corpo e della natura, il rispetto degli altri e della vita. In definitiva l’uomo diventa schiavo dei suoi istinti, del male che si porta dentro.  Noi oggi ci interroghiamo di fronte a questo tipo di analisi: è una visione pessimistica o realistica? E’ un’analisi storica o un preconcetto ideologico? Il male è frutto di situazioni particolari o è dentro l’uomo stesso? La visione illuministica della storia regge ancora o è smentita dalla realtà? La condizione dei giudei (2,1-29) Nel capitolo secondo Paolo chiama in causa più direttamente gli ebrei e le loro scelte di vita. Le accuse generalizzate di immoralità e degrado sociale rivolte ai pagani trovavano facile accoglienza tra gli ebrei, perché giustificavano la loro certezza di essere migliori degli altri. Era difficile per Paolo convincerli che anche loro erano peccatori come tutti. Per fare questo deve impegnarsi a smantellare le false sicurezze dei suoi connazionali, quelle sicurezze che erano state anche le sue prima della conversione. Propone perciò il cammino di fede che lui stesso ha fatto: tutto ho considerato come spazzatura di fronte alla conoscenza di Cristo (Fil 3,7). Per smantellare le sicurezze dei giudei Paolo passa dal piano teorico (i pagani adorano gli idoli e quindi sono cattivi – gli ebrei adorano il vero Dio e quindi sono buoni) al piano concreto (chi fa il bene è buono – chi fa il male è cattivo). A rigor di logica questo varrebbe anche per i pagani, ma Paolo è preoccupato di smantellare l’idea che basta essere credenti nel vero Dio per essere a posto. Non basta credere, bisogna anche vivere! Il giudizio sarà sull’amore, non sulla fede (Mt 25,31).  vv.1-11: Mentre giudichi gli altri condanni te stesso. La prima sicurezza che Paolo mette sotto accusa è quella di sentirsi a posto con Dio, di ritenersi autorizzati a giudicare gli altri. Solo Dio è giudice delle persone e tutti siamo sottoposti al suo giudizio, nessuno escluso. Spesso chi si sente a posto è così duro nei giudizi verso chi sbaglia da arrivare ad accusare Dio di essere troppo buono e indulgente. Paolo lo sottolinea osservando: disprezzi la grande bontà, la tolleranza e la pazienza di Dio. Essere intolleranti verso gli altri è un disprezzare Dio, considerare la sua misericordia come debolezza. La sicurezza di essere nel giusto, l’arroganza di sentirsi detentori e difensori della verità e della morale, può portare fino al punto di giudicare e disprezzare anche Dio, oltre che il fratello. Chi giudica non cerca il cambiamento del fratello, ma la conferma della sua bontà e la punizione di chi sbaglia. Dio invece non cerca il male dell’uomo, ma che si converta e viva, che cambi vita e trovi la forza di fare il bene. Invece di voler togliere la pagliuzza che è nell’occhio del fratello bisogna riconoscere e togliere la trave che è nel proprio (Mt 7,1-5).  vv.12-24: Davanti a Dio sono giusti non quelli che ascoltano la Legge, ma quelli che la mettono in pratica. La seconda sicurezza è legata al fatto di avere la parola di Dio, di conoscere la verità attraverso lo studio della Bibbia. Paolo demolisce l’idea che basta conoscere la Bibbia, sapere ciò che è giusto o sbagliato, parlare a nome di Dio, per essere a posto. Non basta conoscere, bisogna vivere ciò che si conosce, praticare ciò che si crede. Paolo introduce un principio di uguaglianza fra ebrei e pagani: ognuno sarà giudicato in base alla legge che conosce. Dio ha molti modi di farsi conoscere dagli uomini: la coscienza, la filosofia, le religioni, le leggi degli stati, le tradizioni… sono tutte vie per arrivare al bene, purché la persona le segua con coerenza. 
 9Qui Paolo fa una reprimenda verso l’arroganza razzista degli ebrei, riproponendo alcune critiche o “luoghi comuni” molto usati dai pagani (e ancora oggi da chi non va in chiesa verso i praticanti): i credenti sono peggiori degli altri; dicono tante cose belle e poi fanno tutto il contrario! Al di là dei luoghi comuni e delle generalizzazioni, resta però l’interrogativo sulla coerenza tra fede e vita, sulla testimonianza che i credenti danno del messaggio in cui credono. Gesù stesso ha richiamato molte volte questo aspetto, facendo anche dure critiche ai capi giudei del suo tempo. Non basta leggere la Bibbia, andare a Messa tutti i giorni, difendere la religione e i buoni costumi, fare dei bei documenti… bisogna vivere il vangelo che si predica, darne umile e gioiosa testimonianza!  vv.25-29: Vera circoncisione è quella del cuore. La terza sicurezza è quella legata all’appartenenza al popolo eletto attraverso il segno della circoncisione (noi oggi diciamo: sono cristiano perché sono battezzato, cresimato, sposato in chiesa…). Già i profeti e Gesù stesso avevano contestato questa sicurezza e parlato del bisogno di circoncidere il cuore, non la carne. I segni (i sacramenti) non hanno valore per la persona se non c’è la fede, e la fede si manifesta con la vita, con l’adesione di tutta la persona a Dio. Il gesto esteriore è un segno di questa scelta interiore, non viceversa. E’ ciò che viene dal cuore che rende puro o impuro, credente o ateo, santo o peccatore (Mt 15,19). Tutti gli uomini sono peccatori (3,1-20) Nella prima parte del capitolo terzo Paolo tira le conseguenze delle sue riflessioni sulla situazione dell’umanità arrivando ad una conclusione un po’ forzata e pessimistica, ma che, alla fine, si apre verso un dono che supera ogni attesa e speranza umana.  vv.1-8: Dio è fedele alle sue promesse. Prima di arrivare alla conclusione finale Paolo sgombera il campo da alcune obiezioni che sorgono spontanee e che sentiamo ripetere anche oggi: se importante è essere onesti e fare il bene, che differenza c’è tra chi crede e chi non crede? A cosa serve andare in chiesa, pregare… se alla fine basta essere a posto con la propria coscienza? O l’altro discorso che si sente dire: si può fare quello che si vuole, tanto Dio è misericordioso e salva tutti! Paolo dà per scontata la sapienza e la fedeltà di Dio nel cercare in tutti i modi che l’uomo giunga alla salvezza e afferma che i doni che Dio ci fa sono per aiutarci nel cammino della fede e della fedeltà. Sono una forza, un sostegno alla nostra debolezza, non un motivo di sicurezza e di superiorità sugli altri. Chi cerca di vivere nel bene trova nella parola di Dio, nei Sacramenti, nella preghiera un sostegno e uno stimolo a vivere sempre più nel bene. Certamente Dio è misericordioso verso chi sbaglia, ma non è indifferente al suo errore; con il suo amore misericordioso vuole aiutare l’uomo a capire i suoi sbagli e a cambiare vita.  vv.9-20: Nessun uomo è giusto, nemmeno uno. Attraverso una serie di citazioni bibliche Paolo conclude la sua arringa pronunciando una sentenza di condanna dai toni drammatici: tutti chiudano la bocca e il mondo intero si riconosca colpevole davanti a Dio. L’affermazione è assoluta e senza sfumature per sottolineare che senza l’aiuto di Dio l’uomo non può arrivare alla salvezza, non riesce a compiere il bene. Certamente nella storia dell’umanità ci sono sempre stati dei profeti, dei santi, degli uomini di fede e delle persone che hanno fatto il bene. Quello di Paolo è uno sguardo generale sulla storia, cogliendo soprattutto l’aspetto di violenza, di male, di decadenza dell’umanità, nonostante gli sforzi delle religioni e delle persone buone presenti in ogni popolo e in ogni epoca.  Ma questa pessimistica conclusione tratta da Paolo suscita un ulteriore interrogativo: Perché l’uomo è schiavo del peccato? Chi lo ha reso così? Quando nasce l’uomo è buono o cattivo? E’ il problema che noi chiamiamo (con un termine coniato dai Padri) del “peccato originale”. Paolo ne parla più avanti nella Lettera, in due brani inseriti in altri contesti ma che noi possiamo commentare già qui. 
 10Il peccato originale (5,12-21; 7,14-25) Il primo brano è tutto incentrato sul paragone tra Adamo e Cristo, tra l’umanità schiava del peccato, destinata alla morte eterna, e l’umanità riscattata da Cristo, erede della vita eterna. Illustrando questo paragone (che sottolinea la superiorità della salvezza portata da Cristo) Paolo afferma che il peccato e la morte, cioè la perdita della comunione con Dio, sono entrati nel mondo con la trasgressione del primo uomo e poi hanno dominato su tutti gli uomini perché tutti hanno peccato, cioè tutti gli uomini hanno continuato a peccare come Adamo. Questa frase (tradotta male da S. Girolamo nella Volgata e poi male interpretata da S. Agostino) ha dato origine all’idea del “peccato originale” come la colpa di Adamo trasmessa in eredità a tutti gli uomini al momento della nascita.   Questa idea di peccato originale oggi non è più accolta nella teologia (vedi Catechismo della Chiesa Cattolica n. 405). L’idea prevalente è che il peccato originale esprime non tanto una “colpa”, quanto una “situazione” di connivenze e di scelte sbagliate che trascinano l’uomo verso il male e lo allontanano sempre più da Dio. La condizione dell’uomo è tale che – lasciato a se stesso – non riesce a fare il bene, ma è risucchiato in un vortice di male e di violenza, tanto che diventa lui stesso causa del suo male e corresponsabile del degrado dell’umanità. Senza una sana educazione e dei  valori morali l’uomo si abbrutisce sempre più, come tragicamente la storia continua a dimostrare.  Questa idea del peccato originale come condizione di fragilità, di schiavitù (la “concupiscenza” di cui si parlava nel catechismo) in cui si trova l’uomo senza l’aiuto di Dio, è ripresa da Paolo alla fine del capitolo settimo. Siamo al termine della sezione dove parla di Cristo che ha liberato gli uomini dalla schiavitù della Legge. Qui ritorna il discorso su quella condizione di uomo peccatore, su quella legge del peccato che è dentro ogni persona e che le impedisce di mettere in atto anche il bene che vede e vorrebbe fare. E’ come una forza di negatività presente nella persona, una condizione di schiavitù dalla quale solo Dio può liberare. Più che ad un peccato personale, Paolo pensa ad una situazione negativa nella quale l’uomo si trova immerso fin dalla nascita e che poi viene aggravata dai suoi peccati, dalle sue scelte sbagliate. La coscienza stessa della fragilità e brevità della vita spinge l’uomo a fare molte scelte assurde, nel tentativo di esorcizzare questa paura. Il peccato e la paura della morte spingono l’uomo a vivere come uno schiavo (vedi 8,15). Solo Dio può rompere queste catene! Infatti ogni brano che parla di questa realtà sfocia sempre in un inno di grazie a Cristo che è venuto sulla terra per liberare l’umanità dalla sua condizione di schiavitù, per irrobustirla con la forza dello Spirito Santo.  L’idea del peccato originale è ormai sparita dall’orizzonte delle nostre comunità perché oggi c’è un’idea molto positiva della vita e dell’uomo, un po’ anche in reazione ad un passato che vedeva male e peccato dappertutto. Nessuno ormai crede più che i bambini nascano nel peccato e questo porta a ripensare la necessità di battezzare i bambini appena nati. Costringe anche a dare un valore diverso al battesimo dei bambini, legandolo più alla scelta di fede dei genitori e all’inserimento nella comunità cristiana, che al bisogno di cancellare un peccato perché possano salvarsi.  Ma la necessità e la fatica di educare le persone (i bambini, ma anche gli adulti) al rispetto di se stessi e degli altri, all’onestà e alla verità, alla nonviolenza, all’altruismo, alla fede e all’amore… ci interrogano sull’idea, oggi molto diffusa, che l’uomo è naturalmente buono e che il criterio educativo più efficace sia quello di rispettare la libertà di ciascuno e agevolare ciò che ognuno sente dentro. Dentro l’uomo c’è il bene e il male, ma senza l’aiuto di Dio e la forza trainante dell’educazione (personale e comunitaria) prevale il male, non il bene. Lo stesso è per le famiglie, per i gruppi, per la Chiesa e per la società nel suo insieme. 

LA LETTERA AI ROMANI - GIUSTIFICATI PER GRAZIA – SALVATI PER FEDE (PDF) (SECONDA PARTE)


 LA LETTERA  AI ROMANI  -   GIUSTIFICATI  PER GRAZIA – SALVATI PER FEDE   (PDF) (SECONDA PARTE)
   
ANNO PASTORALE 2004 – 2005 

11SOLO DIO LIBERA DAL MALE Paolo ha tracciato un quadro dell’umanità a tinte fosche non per fare il moralista (anche se era convinto della fine del mondo imminente) ma per mettere più in risalto l’annuncio fondamentale del vangelo: solo Dio può salvare l’umanità e lo ha fatto per mezzo di Gesù Cristo. Dio salva gratuitamente gli uomini (3,21-31) Nel capitolo primo Paolo aveva parlato dell’ira di Dio; ora passa a parlare della “giustizia di Dio”. Questa espressione è usata per indicare l’amore fedele di Do verso tutti gli uomini, amore che lo porta ad intervenire per salvarli. Qui il termine “giustizia” non è riferito né all’ambito giudiziale (sentenza di condanna o di assoluzione), né a quello retributivo (dare a ciascuno secondo il merito), ma a quello dell’amore misericordioso (salvare gratuitamente). Il modo di essere giusto di Dio è quello di amare l’uomo e liberarlo dalla sua schiavitù. In Dio giustizia è sinonimo di misericordia. Questa giustizia che nasce dall’amore ha alcune caratteristiche:  v.21: Ora si rivela la giustizia di Dio. La salvezza che Dio opera non è una promessa per il futuro, ma per il presente. E’ questo il tempo della salvezza; essa si realizza già in questa vita.  v.22: Giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo. La salvezza arriva all’uomo attraverso l’adesione di fede a Gesù Cristo, non attraverso l’adesione ad una religione. Non sono le pratiche religiose a salvare l’uomo, ma la fede.  v.23: Per tutti quelli che credono, senza differenze. La salvezza è offerta a tutti, senza distinzioni di razza, cultura, religione, condizione sociale, comportamento morale… Unica condizione è accogliere il dono di Dio con fede e vivere come lui chiede.  v.24: Giustificati gratuitamente per la sua grazia. La salvezza è un dono gratuito, frutto dell’amore fedele e misericordioso di Dio, fatto a tutti, al di là dei meriti e delle opere compiute. Dio dichiara giusti tutti quelli che credono in Gesù Cristo e si affidano al suo amore.  Ma come si realizza questa salvezza di Dio? Come Dio salva l’uomo? In un solo versetto (26) Paolo richiama due immagini bibliche per illustrare il modo di salvare di Dio per mezzo di Cristo: ? il go’el, 
 il redentore, cioè il parente o l’amico che soccorreva chi era in grave pericolo o riscattava chi era diventato schiavo;  il kapporet,
 l’espiatorio, cioè il coperchio dorato dell’Arca dell’Alleanza sul quale il Sommo Sacerdote, durante la festa annuale del Kippur, versava il sangue di un capro per l’espiazione dei peccati del popolo. Ambedue le immagini richiamano al fatto che Gesù ha riscattato l’umanità dalla schiavitù del male per mezzo del dono della sua vita, per mezzo di quel gesto d’amore gratuito che lo ha spinto fino a versare il suo sangue, a donare tutto se stesso. Il perdono è sempre gratuito (dono di Dio) ma esso si realizza, si rende visibile nella storia nel gesto di Gesù che muore in croce. In quel momento (significativo e riassuntivo di tutta la sua vita) Gesù diventa go’el, redentore dell’umanità. In quel momento il Calvario diventa kapporet, luogo nel quale viene sparso il sangue per il perdono dei peccati di tutto il popolo. Il sangue di Cristo non è il prezzo da pagare a Dio per il perdono (come non lo era il sangue del capro espiatorio), ma è solo il segno, il sacramento dell’amore misericordioso di Dio che perdona gratuitamente tutti gli uomini. La morte di Cristo, culmine e simbolo di tutte le ingiustizie e le violenze della storia dell’umanità (sarà chiesto conto a questa generazione di tutto il sangue di giusti sparso… da quello di Abele a quello di Zaccaria… Lc11,50) diventa, per grazia di Dio, segno e fonte di salvezza per tutti gli uomini del passato, del presente e del futuro, perché Dio ama tutti e vuole che tutti si salvino (1Tm 2,4). Questa è la “giustizia di Dio” rivelata agli uomini per mezzo di Gesù Cristo. 
 12Ma se Dio salva tutti per mezzo di Cristo e della fede in lui a cosa servono le religioni, la Bibbia, le opere buone, la preghiera? Ha ancora un valore essere religiosi, essere onesti, fare il bene? Paolo non vuole negare valore alle religioni, alle opere buone delle persone… ma chiede di superare decisamente l’idea (molto diffusa tra i giudei del suo tempo ed anche tra molti cristiani oggi) che la salvezza bisogna “guadagnarsela” con una vita onesta e con tanti meriti da accumulare attraverso preghiere, fioretti, atti di carità, elemosine… per “avere il diritto di entrare in paradiso”. Si pensa che Dio è un giudice severo e che peserà sulla bilancia il bene e il male fatto: chi ha fatto più bene sarà salvato e avrà un posto migliore in cielo, chi ha fatto il male sarà punito.  Questa mentalità è falsa e deve essere superata perché mette al centro l’uomo e le sue opere, non Dio e la sua grazia. Ciò che dà valore alla religione è la fede, il rapporto che si stabilisce con Dio, non le opere che essa prescrive: queste sono la risposta al suo amore, non la condizione per incontrarlo. Il vangelo non annulla la religione, ma le dà il suo vero valore: ne mette in luce l’anima profonda dalla quale scaturiscono e ricevono valore i riti, i precetti, la morale, le opere buone… Se ti senti amato da Dio, allora ami anche tu; se ti senti perdonato da Dio, allora perdoni anche tu … Resi giusti per fede (4,1-25) Per chiarire bene questo aspetto Paolo si rifà all’esempio di Abramo. Alla sua figura dedica tutto il capitolo 4. Senza entrare nel dettaglio del discorso, cogliamo l’idea di fondo che Paolo sviluppa.   Come facciamo anche noi con i santi, gli ebrei sottolineavano molto le opere fatte da Abramo, le sue scelte e i suoi gesti profetici, per dire che era stato un uomo giusto, un santo: è stato grande perché ha fatto grandi opere. La conseguenza immediata che ognuno capisce è che se si vuole diventare santi, avvicinarsi all’ideale che Dio propone, bisogna fare grandi opere, fare dei miracoli, grandi penitenze, aiutare i poveri, fondare un istituto, rinunciare a tutto, subire il martirio…  Paolo rovescia la situazione (come farà poi Luca nel cantico di Maria e come dovremmo fare noi con i santi): Abramo è stato un uomo giusto, un santo, perché ha avuto fede in Dio, perché si è fidato di lui prima e attraverso le scelte della sua vita, prima e al di là delle opere che ha fatto (qualche volta anche “nonostante” le opere che ha fatto!). Le opere, le scelte sono venute come conseguenza della fede che aveva, non il contrario. Ed è proprio la fede che dà valore universale alla promessa che Dio gli ha fatto di essere luce per le genti, benedizione per tutti i popoli.  La fede è il cuore dell’esperienza di Abramo e di tutti i santi di ogni popolo e religione. Le opere ne sono il segno e la conseguenza. Senza la fede non hanno valore, tanto che quando manca la fede (o si attenua col passare del tempo) anche le opere di bene più belle e più grandi spariscono, muoiono. La fede dà alle scelte un valore universale, più grande di quello che dava loro chi le aveva fatte. Paolo arriva perfino a vedere, nel gesto di sacrificare il figlio Isacco, la fede di Abramo nella risurrezione, rendendolo così una figura più vicina ai cristiani e come un esempio per loro. Abramo ha creduto a Dio e Dio lo ha dichiarato giusto quando ancora era nella sua famiglia paterna,  prima ancora che si mettesse in viaggio, prima di essere circonciso, di avere una terra e molte greggi, di avere un figlio e di sacrificarlo a Dio. E Paolo conclude: ma non soltanto per lui la Bibbia dice che lo considerò giusto, ma anche per noi: anche il cristiano è giusto per fede, non per le opere.  La polemica con i Protestanti e un modo distorto di interpretare le affermazioni del Concilio di Trento hanno portato molti cattolici a ritenere che sono le opere, i meriti, la pratica religiosa ad ottenere all’uomo la salvezza: solo chi è battezzato e osserva i precetti della Chiesa va in paradiso! Il Concilio Vaticano II ha rimesso in luce la salvezza come dono gratuito di Dio per tutti: tutti sono chiamati ad accoglierla con fede, a viverla nei sacramenti e a testimoniarla con le opere dell’amore. 
 13La riconciliazione apre alla speranza (5,1-11) Il dono gratuito della riconciliazione non riguarda solo il passato dell’uomo, con il perdono dei peccati commessi, ma lo apre verso un futuro nuovo, verso una pienezza di vita che si realizzerà alla fine dei tempi. Questa speranza, fondata sul dono della riconciliazione portata da Cristo, dà la forza di affrontare le prove della vita e di vivere in quell’amore che Gesù ci ha insegnato. Nei primi 11 versetti del capitolo 5 Paolo abbozza già il tema della vita nuova che poi affronterà più ampiamente nel capitolo 8. Quali frutti produce nell’uomo l’accoglienza del dono di Dio?  v.1: Siamo in pace con Dio. Basta paure, scrupoli, doveri da compiere, sensi di colpa… Cristo ci fa sentire in pace con Dio, accolti dal suo amore, perdonati e consolati, ripieni di tutti i doni dello Spirito. L’apostolo Giovanni dirà nella sua Prima Lettera: Allora non avremo più paura davanti a Dio. Anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore (3,20).  v.2: Abbiamo accesso alla grazia. La fede ci apre alla conoscenza sempre più profonda del mistero di Dio rivelatoci da Gesù. La fede ci fa approfondire il progetto di salvezza di Dio (anche se non riusciamo ancora a capirlo pienamente). Essa ci apre alla speranza, all’attesa di un compimento futuro, quando vedremo Dio faccia a faccia e potremo contemplare il mistero del suo amore.  vv.3-4: Ci vantiamo delle sofferenze. La vita del credente resta comunque segnata da persecuzioni. Il dono della riconciliazione diventa la forza per resistere e superare le prove, per consolidare e purificare la fede, per aprirsi ad una speranza sicura fondata non sulla forza dell’uomo, ma sulle promesse di Dio. Il vanto di Paolo non deriva da un atteggiamento masochistico o dall’orgoglio di essere migliore degli altri, ma è fondato su un cammino di fedeltà a Dio e di sequela di Gesù Cristo.  v.5: L’amore è nei nostri cuori. La fede e la speranza diventano concrete e visibili nella vita del credente attraverso l’amore, che è frutto e dono dello Spirito. La pienezza della riconciliazione si realizza in una vita guidata dallo Spirito e vivificata dall’amore.  vv.6-8: Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori. Questa è la prova che Dio ci ama. Di fronte ai dubbi e alle paure di Dio Paolo porta un ultimo argomento per sottolineare la grandezza del suo amore: se Dio ci ha salvati quando eravamo lontani da lui, tanto più ci salverà ora che abbiamo accolto la sua grazia! Basta aver paura di Dio; basta essere ripiegati su noi stessi e sulle nostre miserie. Apriamoci al suo amore e viviamo con fiducia e speranza la nostra vita.   vv.9-11: Addirittura possiamo vantarci di quel che siamo davanti a Dio. Questi ultimi versetti diventano un inno alla speranza e alla gioia: se già ora, pur essendo ancora fragili e peccatori, abbiamo superato la paura di Dio, tanto più dobbiamo essere fiduciosi e gioiosi di incontrarlo alla fine della nostra vita. Paolo ci dice anche: siamo orgogliosi e gioiosi dei doni che Dio ci ha dato, per vivere con coraggio e con generosità al servizio di Cristo e dei fratelli, nell’attesa del suo ritorno.   Come viviamo noi oggi il rapporto con Dio: con paura o con fiducia? Come ci immaginiamo l’incontro con lui al momento della nostra morte: esperienza di gioia (luce) o di angoscia (oscurità)? Come consideriamo i tempi di prova nella nostra vita? Nella nostra esperienza cristiana predomina la gioia o il dovere? Il minimo per essere a posto o l’amore senza calcoli? I meriti o la gratuità? 
 14LIBERI PER SERVIRE Di fronte all’annuncio categorico che Dio perdona gratuitamente tutti gli uomini, che li ama anche se fanno il male, sorge spontanea un’obiezione: allora si può fare tutto quello che si vuole, tanto Dio perdona sempre! Se si toglie la paura del castigo, se si toglie valore e forza alle leggi e alle punizioni che comminano, gli uomini ne approfitteranno! Se non c’è un premio per chi si impegna a fare il bene, tutti cercheranno solo il proprio comodo. Il bastone e la carota hanno sempre fatto girare il mondo, non l’amore e la libertà! Questa l’obiezione di allora e di oggi.  In effetti alcuni gruppi di cristiani nelle Chiese paoline affermavano che bastava credere ed essere battezzati; poi si poteva fare ciò che si voleva, tanto nulla più era importante. Queste affermazioni venivano attribuite a Paolo e diventavano un motivo di accusa da parte dei giudaizzanti.  Già in precedenza (3,8) Paolo aveva rifiutato questa accusa nei suoi confronti. Ora approfondisce il tema sottolineando in particolare due aspetti della scelta di fede del cristiano: ? col battesimo il credente rinuncia per sempre al male e diventa servo del bene; ? col battesimo non è più sotto il dominio della Legge, ma sotto quello dello Spirito.  L’idea di fondo che guida i capitoli 6 e 7 è che la libertà portata da Cristo non è la possibilità di fare ciò che si vuole, ma la scelta di fare ciò che è bene, spinti dalla forza dell’amore e guidati dallo Spirito. Contemporaneamente Paolo dimostra che la paura del castigo e la ricerca del premio non hanno avvicinato gli uomini a Dio, anzi li hanno spinti a compiere ancora di più il male o a inorgoglirsi davanti a Lui giudicando i fratelli. Solo l’amore gratuito cambia veramente le persone! Morti al peccato per vivere nella giustizia (6,1-23) Per affrontare e demolire le accuse di libertinismo che gli venivano rivolte, Paolo si rifà alla scelta di fondo che segna l’inizio della vita cristiana: il battesimo. L’uso di abluzioni e bagni rituali era molto diffuso nell’antichità, come segno di purificazione nel momento in cui ci si rivolgeva alla divinità. Nel mondo ebraico richiamava il passaggio del mar Rosso ed era un segno di conversione, di passaggio dalla schiavitù del male alla libertà della fede. Gli Esseni e i pii ebrei facevano molte abluzioni come segno di purificazione. Giovanni Battista ha fatto del battesimo il segno dell’attesa messianica. Gesù, e poi le comunità cristiane, ne hanno fatto il segno fondamentale della conversione e della nascita alla nuova vita di credenti. Paolo si inserisce in questo filone e approfondisce alcuni aspetti.  vv.1-7: Siamo stati sepolti con Cristo. L’immagine è presa dal battesimo per immersione: la persona che si immerge nell’acqua è come venisse sepolta con Cristo nella tomba, dopo essere morta con lui al male, alla sua vita passata segnata dall’idolatria, dall’egoismo e dall’immoralità. Il primo aspetto che Paolo sottolinea del battesimo è il distacco, la rottura con la vita passata: come il gesto d’amore di Cristo che dona la vita ha vinto la forza del male, così la scelta di fede del cristiano annulla tutto il suo passato, lo seppellisce per sempre. E’ la morte dell’uomo vecchio.  vv.8-14: Consideratevi morti al peccato ma viventi per Dio in Cristo Gesù. Il secondo movimento del battesimo per immersione è la risalita verso la nuova vita, che Paolo assimila alla risurrezione di Cristo: come Cristo è stato risuscitato dal Padre a vita nuova, così il cristiano, sempre per dono di Dio, può rinascere ad una nuova vita, una vita segnata dalla fede e dall’amore. Liberati per sempre dalla schiavitù del male che porta le persone a vivere nell’ingiustizia, si diventa servi di Dio per vivere nella giustizia e operare il bene. Accogliere la grazia di Dio e aderirvi con la fede comporta un radicale rifiuto del male. Più si fa posto a Dio e alla sua grazia, più ci si allontana dal male. 
 15vv.15-18: Siete entrati al servizio della giustizia.. Da schiavi del peccato a servi della giustizia. Paolo ribadisce subito che la liberazione portata da Cristo non è un affrancamento dal male per vivere una vita di libertinaggio, per fare tutto quello che si vuole. Si è riscattati da un padrone che tiranneggia e porta verso la morte per diventare servitori di un padrone che dona la vita eterna.  La vita del credente resta sempre segnata dal servizio, dall’essere servo, come sottolineava spesso Gesù parlando della vita di chi voleva farsi suo discepolo. L’ideale di vita del cristiano non è quello del “semidio” dei greci o del “superuomo” dei filosofi (liberi da ogni vincolo e da ogni legge) ma quello del “servo di Dio” descritto nella Bibbia e incarnato da Gesù di Nazaret, la cui vita si realizza nell’obbedienza a Dio e nella pratica della giustizia, intesa come dono d’amore ai fratelli.  vv.19-23: Il risultato è una vita che piace a Dio e il traguardo è la vita eterna. Il cristiano che ha condiviso la morte e la risurrezione di Cristo ha fatto una scelta definitiva di abbandonare la mentalità del mondo, il modo di vivere e di ragionare di tutti, per iniziare una vita diversa, a servizio del bene, secondo la parola e l’esempio di Cristo. La promessa che accompagna questa scelta è quella di condividere non solo la vita di Cristo qui in terra, ma anche la sua nuova vita nel regno dei cieli, nella casa del Padre. Vivere e morire con Cristo per rinascere con lui a nuova vita. Questo è il progetto di vita che scaturisce dal battesimo!  La secolare prassi della Chiesa di battezzare i bambini appena nati e di amministrare i sacramenti dell’iniziazione cristiana in giovanissima età pone oggi un problema di fondo, visto che la società non è più cristiana e alcune scelte non sono più scontate: i cristiani hanno coscienza di cosa vuol dire essere battezzati? Hanno fatto una scelta personale? Quando e con quali segni comunitari?  Se ciò avviene in modo chiaro ed esigente nell’adesione a movimenti o gruppi di rinnovamento della fede, più difficile è proporre e avviare una riscoperta della fede nella pastorale ordinaria delle parrocchie e nell’amministrazione dei sacramenti. E’ la sfida della nuova evangelizzazione (o della rievangelizzazione dei battezzati diventati “cristiani della soglia” o cristiani “anonimi”). Questo messaggio deve essere rivolto agli adulti, a chi può e deve fare delle scelte di vita, magari diverse dalla mentalità comune in cui è cresciuto e dalla vita fatta finora. Morti alla Legge per vivere nella grazia (7,1-25) Il secondo aspetto, strettamente legato con il primo, è quello del rapporto con la Legge (le leggi umane e la legge di Mosè). Noi oggi diremmo: il rapporto con la morale, intesa come dettami della coscienza e leggi sancite dalle religioni. C’è sintonia o conflitto tra vangelo e morale, tra vangelo e dettami della religione? Più volte Paolo ha affermato che la legge non ha più valore, perché Cristo ci ha liberati dalla schiavitù della legge e dalla paura del castigo che dà forza alla legge. Ma allora il cristiano è senza leggi, libero di fare ciò che vuole? Ritornano le stesse domande del capitolo precedente. Paolo sottolinea tre aspetti.  vv.1-6: Siamo morti nei confronti della legge. Col battesimo il cristiano è liberato dalla sottomissione alla legge; è liberato dalla paura del castigo e dai vincoli delle norme religiose; è liberato da un rapporto con Dio tutto regolato da precetti morali, obblighi religiosi, pratiche di pietà, norme da osservare. Col battesimo entra in un rapporto nuovo con Dio, fondato sulla libertà dello Spirito e su un vincolo di amore. E’ quel rapporto che Gesù ha vissuto con il Padre e che ha indicato come via ai suoi discepoli: amare Dio e il prossimo come lui li ha amati. Tutta la morale è racchiusa e parte dal comandamento dell’amore. “Ama e fa ciò che vuoi” commenterà S. Agostino, convinto che chi ama non può fare il male ma solo il bene; chi ama, poi, come ha amato Gesù Cristo, non può che dare la sua vita per il Signore e per i fratelli. Questa è l’unica legge in vigore per chi crede e segue Gesù Cristo! 
 16vv.7-13: Il comandamento che doveva condurmi alla vita mi ha condotto alla morte. Ma allora le leggi, la morale, i precetti sono da abolire? La paura del castigo non aiuta a evitare il male? Con una certa amarezza e in modo troppo assoluto Paolo afferma che, sì, le leggi, la morale sono buone e utili per guidare al bene, ma che, di fatto, non hanno aiutato gli uomini a migliorare, anzi li hanno spinti a fare il male ancora di più, proprio perché danno la coscienza del male e il proibito ha un suo fascino e attira irresistibilmente le persone. Paradossalmente le leggi spingono gli uomini a trasgredirle, a trovare le scappatoie per aggirarle. E’ la convinzione che fa fare il bene, non la paura del castigo (come dimostrano anche le leggi civili, la pena di morte, le invettive moraleggianti, le scomuniche, le direttive sui comportamenti sessuali, l’obbligo di andare a Messa…).  La morale è la conseguenza di una scelta di fondo, è il modo concreto di vivere un ideale. Non è la morale che porta ai valori, ma i valori che fondano la morale. La legge non fa scegliere il bene, ma il bene dà la forza di fare scelte coerenti. La legge senza la convinzione diventa un peso e spesso allontana da Dio. Se bisogna educare i bambini anche attraverso l’imposizione di regole e obblighi finché arrivano a capire, diverso è per gli adulti: imporre obblighi non porta a credere, ma credere deve incarnarsi in regole di vita: lo Spirito dà vita, la carne non giova a nulla (Gv 6,63).  Noi stiamo uscendo da un tempo pieno di leggi e di regole che ha dato grandi santi e persone di fede, ma ha creato anche esteriorità e “trucchi” per salvare le apparenze e sentirsi a posto con Dio. Il vento della modernità (secolarizzazione) ha spazzato via in fretta questo castello di leggi e regole esteriori, mettendo a nudo una povertà di fede e di convinzione che ancora ci sgomenta e ci interroga sulle scelte da fare. Ormai ci siamo resi conto che bisogna puntare sulla convinzione, sulla formazione, sulle scelte di fede delle persone adulte. Bisogna tornare a porre il fondamento (rievangelizzazione) della fede perché i muri della casa possano stare in piedi. Dove c’è lo spirito bastano poche regole; quando si perde lo spirito si moltiplicano le strutture, le regole, i divieti.  vv.14-23: In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di compierlo. Sempre in modo un po’ assoluto e con vena melodrammatica Paolo conclude questa riflessione sulla inutilità pratica della legge morale senza la guida e la forza dello Spirito, riprendendo una constatazione già fatta al termine del capitolo 5: l’uomo da solo è incapace di fare il bene che capisce e vorrebbe fare.  La coscienza delle persone rette fa vedere il bene, ma non dà la forza di farlo; la morale indica la via da seguire ma non sa aiutare gli uomini a vincere il male che li attira su un’altra strada. Senza la grazia di Dio l’uomo arriva a conoscere il bene, ma resta fragile e incapace di compierlo. E’ una visione un po’ pessimistica della realtà, accentuata da Paolo per mettere in risalto la conclusione positiva che tira da questa constatazione: Dio è venuto incontro alla fragilità dell’uomo. La storia ci ha dato grandi figure di persone rette e indubbiamente ci sono stati dei progressi nei rapporti tra le persone e i popoli, ma non possiamo nasconderci il tragico fallimento dei grandi movimenti filosofici e religiosi nel loro impegno di cambiare l’umanità e di portarla ad un tempo di pace e di serenità. Oggi forse Paolo dovrebbe dirlo dello stesso cristianesimo da lui propagandato.  La conclusione del capitolo però non è pessimistica o apocalittica: Paolo non considera l’umanità irrimediabilmente perduta e non invoca un fuoco purificatore dal cielo. La sua conclusione è una preghiera di lode a Dio per il dono della salvezza che ci ha fatto attraverso Gesù Cristo: Rendo grazie a Dio che mi libera per mezzo di Gesù Cristo! Per mezzo di Cristo quella che sembrava una condizione irrimediabile di schiavitù e di morte diventa un dono di liberazione e di vita nuova. Non è l’uomo con le sue leggi e le sue opere buone che può cambiare il mondo, ma è Dio con la sua grazia e con l’azione dello Spirito che anima e muove le persone e le rende capaci di compiere il bene. L’uomo è chiamato ad accogliere questo dono e a lasciarsi trasformare dallo Spirito. 
 17LA VITA SECONDO LO SPIRITO Il capitolo 8 è il vertice, il punto di arrivo di tutto il discorso di Paolo sulla giustificazione per grazia, perché sottolinea e approfondisce l’aspetto positivo della salvezza portata da Cristo: la vita nuova secondo lo Spirito e la promessa della vita eterna che attende l’umanità e l’intero universo. La luce e la speranza che riempiono questo capitolo risaltano ancor di più sullo sfondo buio dei capitoli precedenti e sottolineano con forza che il vangelo è proprio un “buona notizia” per l’uomo.  Centro focale del capitolo è lo Spirito Santo (citato 34 volte nella Lettera, 20 in questo capitolo), lo Spirito di Dio o Spirito di Cristo. Lo Spirito (alito, soffio, vento) indica la presenza vivificante di Dio nel credente, la forza che lo libera dalla schiavitù del male, la guida sulla via del bene, la primizia della nuova vita e la caparra della piena liberazione. Lo Spirito Santo è la forza di rinnovamento della storia umana e il fondamento della speranza.  L’azione dello Spirito ha una dimensione legata al presente, alla vita concreta del credente e della Chiesa (senza fughe dal mondo o derive spiritualistiche) e una dimensione futura, di speranza nella piena liberazione che Dio realizzerà alla fine dei tempi. Le due dimensioni sono sempre legate tra loro in un rapporto dinamico. La persona guidata dallo Spirito (8,1-13) Questa prima parte del capitolo è centrata sul confronto fra carne e spirito, tra l’uomo carnale e l’uomo spirituale, tra una vita secondo la carne e una vita secondo lo spirito, tra l’essere schiavi della carne e l’essere servi dello spirito. Paolo usa tante espressioni diverse per indicare che i termini “carne” e “spirito” non vogliono indicare (come nella filosofia greca) “corpo” e “anima”, ma due modi di vivere, di pensare e di agire dell’uomo. Sono due concezioni contrapposte di vita.   Vivere secondo la carne vuol dire essere persone che guardano solo a se stesse, che cercano solo il proprio comodo, il proprio interesse, il proprio piacere personale, il successo, le cose materiali… Paolo e Giovanni (ed anche noi oggi) per indicare questa mentalità usano il termine egoismo. Vivere secondo lo spirito vuol dire vivere nell’obbedienza a Dio e nell’amore verso il prossimo, nell’attenzione alle persone e nel rispetto della vita, nella gioia di fare il bene e di costruire la pace. Sono due modi contrapposti di pensare e di vivere che coinvolgono tutti gli ambiti dell’esistenza umana, tutte le dimensioni della persona e della vita sociale. Qui Paolo ne cita alcune.  vv.1-4: Non viviamo più nella nostra debolezza, ma siamo fortificati dallo Spirito. Ricollegandosi con la conclusione del capitolo 7, Paolo usa il termine carne come sinonimo di debolezza, fragilità, incapacità di fare delle scelte positive (suggerite dalla coscienza e dall’educazione ricevuta). E’ il desiderio di trasgredire le regole per affermare se stessi, l’istinto di violenza per sopraffare gli altri, l’incapacità di resistere alle seduzioni delle mode, alle lusinghe della società del benessere.   L’uomo carnale è la persona senza forza di reagire, di essere critica, di fare scelte controcorrente; è la persona che fa quello che fanno tutti, che si crede libera ma in realtà è schiavizzata dalle mode e dalla propaganda, che ragiona ed agisce secondo i luoghi comuni dettati dal piacere e dall’interesse. L’uomo spirituale è quello che chiede a Dio la forza di reagire, perché ha coscienza della propria debolezza; quello che si apre allo Spirito per resistere e vincere le tentazioni della vita; quello che guarda e segue l’esempio di Gesù Cristo. 
 18vv.5-8: Seguire l’egoismo conduce alla morte, seguire lo Spirito conduce alla vita e alla pace. Ora Paolo guarda alle persone che fanno scelte di egoismo non per debolezza, ma per convinzione, secondo una logica umana centrata sulla soddisfazione dei propri desideri e sull’assecondare le passioni che covano nel cuore dell’uomo. E’ un modello di vita propagandato dalla cultura del potere (oggi dai mezzi di comunicazione di massa) e tenacemente perseguito da molte persone.   Vivere secondo la carne diventa allora rifiuto cosciente della legge di Dio per seguire quella del proprio tornaconto personale, della sete di potere o di piacere, del desiderio di primeggiare e di comandare. I segni (o le conseguenze) di questa scelta di fondo sono vizi, immoralità, disonestà, cattiverie, violenze… di cui Paolo parla in 1,29-32 e nella Lettera ai Galati 5,19-24. Questa scelta di vita dettata dall’egoismo conduce alla morte, alla lontananza da Dio, al fallimento dell’esistenza. Vivere secondo lo Spirito invece vuol dire seguire il comandamento dell’amore e i dettami della coscienza, l’esempio di Cristo e delle persone che fanno il bene. Questo porta vita, gioia, pace, serenità, mitezza, armonia interiore e con tutti, rispetto della natura e speranza nel futuro.  vv.9-13: Se qualcuno non ha lo spirito di Cristo, non gli appartiene. Il terzo aspetto che viene ripreso da Paolo è quello legato alla religiosità umana, al modo di vivere il rapporto con il Signore. Vivere secondo la carne vuol dire vivere una religiosità esteriore, fatta di pratiche, di riti, di opere per sentirsi buoni, di osservanze per paura del castigo, di elemosine per farsi vedere dalla gente… Vivere secondo lo spirito vuol dire vivere un rapporto di amore verso Dio, di comunione con lui e con Gesù Cristo; vuol dire dare valore all’interiore più che all’esteriore, alla fede più che alle opere. E’ un rapporto da figli e non da servi, ispirato dalla fiducia e non dalla paura. Si può essere battezzati e cresimati, pregare quando si ha bisogno e fare delle elemosine, lavorare tutto il giorno e curare la propria famiglia… ma se non si è guidati dallo spirito di Cristo non si è veri cristiani. Siamo figli ed eredi di Dio (8,14-30) La seconda parte del capitolo è imperniata sull’essere figli di Dio come dono portato da Cristo e realizzato dallo Spirito. Anche qui c’è una dimensione presente (già ora) di questo dono e c’è una dimensione futura (non ancora): la piena realizzazione sarà finale, nel momento dell’incontro definitivo con Dio, quando la salvezza raggiungerà tutti gli uomini e tutte le cose.  Questa grande visione di fede non è però statica, quasi un dono che scende dal cielo già bello e confezionato, da ammirare e custodire gelosamente (visione spiritualista), ma è dinamica, in continua evoluzione: siamo figli di Dio per dono, ma dobbiamo diventarlo per scelta; siamo figli di Dio per fede, ma un giorno lo vedremo faccia a faccia; siamo figli di Dio fragili e crocifissi, ma un giorno saremo gloriosi; amiamo il Padre in modo confuso e tentennante, ma un giorno saremo trasformati dal suo amore. Paolo esprime questa visione dinamica della figliolanza divina attraverso alcuni passaggi.  vv.14-16: Quelli che si lasciano guidare dallo spirito di Dio sono figli di Dio. Paolo sottolinea le due dimensioni dell’essere figli di Dio: avete ricevuto = il dono gratuito portato da Cristo attraverso lo Spirito; lasciarsi guidare = l’accettazione della persona che rende attivo il dono. Essere figli di Dio è dono e insieme impegno; è rivelazione e insieme ricerca; è grazia e insieme responsabilità. Paolo aggiunge poi un altro aspetto: essere figli è un passaggio, una conversione, un cambiamento di mentalità: è passare dalla paura di Dio alla confidenza, dall’atteggiamento dei servi alla tenerezza umile e fiduciosa dei figli. La paura di Dio è frutto del peccato; frutto dello Spirito è la fiducia.   v.17: Saremo eredi insieme con Cristo. Vivere come figli di Dio comporta però passare per la via della croce, come Gesù di Nazaret. Paolo non prospetta per i figli di Dio una vita tutta rose e fiori, tutta dolcezze e sentimentalismi, tutta miracoli e successi. Essere figli nel Figlio vuol dire seguire la 19sua strada, continuare nella nostra carne ciò che manca alla sua passione (Gal 2,19 e 6,17; Col 1,24) per la salvezza del mondo. Ma condividere la passione di Cristo vuol dire condividere un giorno anche la sua risurrezione, vuol dire diventare eredi con lui della gloria, della piena liberazione. Il dono dello Spirito e la fedeltà dell’uomo diventano garanzia, caparra, pegno, rinnovo delle promesse fatte da Dio agli antichi profeti e confermate in Cristo a tutti i credenti.  vv.18-27: Le sofferenze del tempo presente non sono assolutamente paragonabili alla gloria che Dio ci manifesterà. Alla luce di questa promessa Paolo allarga il suo sguardo verso il futuro, verso la grandezza della potenza di Dio e sottolinea la sproporzione esistente tra l’oggi dell’uomo e il futuro di Dio. L’uomo rischia di restare prigioniero dei suoi limiti, di guardare solo all’oggi, non cogliendo il progetto di Dio sulla storia. Bisogna allargare lo sguardo al futuro promesso, per avere la forza di essere fedeli nel presente, per resistere nelle prove, per superare le tentazioni disseminate lungo il cammino di ogni credente e di ogni Chiesa.  Paolo sottolinea questa dimensione di speranza incarnata nelle contraddizioni e nell’opacità della storia umana con dei termini che ritornano parecchie volte: gemiti, sospiri, attesa impaziente: • dell’universo, prigioniero di un non senso, di una situazione di violenza e di degrado che non trova una spiegazione logica; • del cristiano, che è ancora in un cammino di fede tortuoso e incerto, segnato da rischi e paure, dubbi e insicurezze, sbagli e tradimenti; • dello Spirito, impegnato a guidare con fatica i credenti sulla via della fede, a trasformare in figli di Dio delle persone deboli, fragili, incostanti, inesperte, riottose.  Ma il contrasto tra i limiti della realtà umana e la grandezza della promessa di Dio dà un senso nuovo alle cose, le illumina con la luce della fede. Allora il male e la violenza presenti nella storia dell’umanità si trasformano nelle doglie del parto di un mondo nuovo; le persecuzioni del cristiano diventano il prezzo della liberazione; le debolezze umane diventano occasione per fare spazio alla forza dello Spirito; i dubbi diventano invito a fidarsi di Dio e ad affidarsi nelle sue mani.  vv.28-30: Dio fa tendere ogni cosa al bene di quelli che lo amano. La conclusione di Paolo è un invito alla fiducia; è una visione assolutamente ottimistica della realtà fondata non sulle capacità dell’uomo, ma sulla potenza di Dio che sa trarre il bene anche dal male e che sta conducendo la storia verso la salvezza. Dio ha un progetto sull’umanità, con le sue tappe e i suoi passaggi: nessuna forza umana, nessun peccato, nessuna violenza possono impedire a Dio di realizzarlo.  Il dono dello Spirito, la sua instancabile e sofferta azione nel cuore delle persone sono la garanzia che, nonostante le fragilità delle persone e le resistenze della natura umana segnata dal male, il progetto di Dio si realizzerà e la storia raggiungerà il traguardo fissato.  Questa fede e questa speranza incrollabili fanno sgorgare dal cuore di Paolo un inno di lode all’amore fedele e inesauribile di Dio. Canto all’amore fedele di Dio (8,31-39) Il capitolo si conclude con un inno di vittoria, quasi un canto di trionfo dei credenti vittoriosi sulle forze del male e della morte. Ma bisogna subito notare che questo canto di vittoria è messo in bocca a persone che stanno subendo la persecuzione, a gente che si avvia incatenata verso il Calvario. Anche se crocifissi e perseguitati, i cristiani sono nella gioia e si sentono vincitori, perché Dio è con loro e un giorno cambierà la loro situazione, la rovescerà.  Questo inno di fede e di speranza non è un canto di trionfalismo umano o di esaltazione della croce, ma è un inno all’amore fedele di Dio che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili (Lc 1,52). Il canto ruota attorno a due serie di domande che hanno già trovato risposta nei capitoli precedenti. 
 20vv.31-34: Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? La prima serie di domande è legata all’immagine del processo, con accusa e difesa dell’imputato (come avveniva ai cristiani chiamati a difendersi nei tribunali romani). Qui il riferimento, però, è al giudizio ultimo di Dio sulle persone e sulla storia. In questa accusa e difesa si sente ancora presente la paura di Dio, il richiamo alla legge e alla sua osservanza, alle opere buone e ai meriti da presentare come credenziali per ottenere l’assoluzione.   Paolo introduce allora l’immagine di Cristo come intercessore presso il Padre e quella dello Spirito come avvocato difensore (immagini riprese poi ampiamente dal Vangelo di Giovanni). Se il Padre ci ha mandato il Figlio come  go’el e lo Spirito come avvocato difensore chi potrà opporsi a loro e fare da accusatore? Potrà mai lo Spirito del male essere più forte dello Spirito di Dio? Dio vuole salvare gli uomini, non condannarli (Gv 3,17)! Questa è la sua volontà e il suo progetto di salvezza rivelati da Gesù Cristo.  vv.35-39: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La seconda serie di domande si rifà all’immagine della persona sottoposta a prove per saggiare la sua fedeltà. Paolo elenca sette situazioni (come le sette fatiche di Ercole, ma senza nulla di eroico e di glorioso): quali fatti della vita potranno giustificare la rottura del rapporto di amore con Dio? Quali violenze degli uomini o sofferenze interori potranno indurre al tradimento della fede? La vittoria di Cristo sulle forze del male, la sua fedeltà nella passione sono garanzia di vittoria per il cristiano, per chi vive e muore unito a lui.  Ma non ci sono solo le sofferenze a livello personale; ci sono anche delle forze più grandi: le ideologie e gli imperi, gli angeli e i demoni, le religioni e le superstizioni, i pesi del passato e gli incubi per il futuro, i disastri naturali e le catastrofi cosmiche…; c’è tutto un mondo in evoluzione che sembra andare verso la catastrofe finale (nucleare, ecologica, demografica, astrale?). Chi potrà superare queste prove? Chi potrà resistere fino alla fine?  La conclusione di Paolo è piena di fiducia e di speranza: niente e nessuno potrà impedire a Dio di amarci e a noi di restare uniti a lui, perché Dio è più forte dell’uomo e della sua cattiveria, Dio è più forte del male e degli imperi che esso crea, Dio è più grande del drago che regna nell’inferno, del mostro che sguazza nel mare della violenza, della bestia che domina il libero mercato, del falso profeta che ha il controllo dell’informazione. L’ultima parola sarà di Dio e non dell’uomo e sarà una parola di amore e di perdono. La garanzia è lo Spirito donato ai credenti! 
 21COMPORTARSI DA PERSONE GIUSTE Nei capitoli 9-11 (che noi non leggiamo) Paolo affronta un problema che gli sta molto a cuore (c’è in me una grande tristezza, una continua sofferenza) e che lo coinvolge direttamente come ebreo: perché gli ebrei non hanno accettato Gesù Cristo e il suo vangelo? Se hanno rifiutato in massa la salvezza vuol dire che le promesse di Dio e tutta la loro storia di popolo eletto è stata inutile? Saranno esclusi per sempre dalla salvezza o c’è una speranza anche per loro? Paolo dà tre risposte a questi interrogativi che assillavano lui, ma anche molti altri cristiani:  Dio è fedele alle sue promesse perché il vero popolo eletto è quello che si basa sulla fede e sull’osservanza dei Comandamenti e non su un patto fondato sulla razza;  Israele è stato infedele a Dio e ha rifiutato il messaggio dei profeti perché è rimasto attaccato alle sue tradizioni e all’idea di salvarsi con le sue opere;  Israele accoglierà il vangelo quando tutti i pagani l’avranno conosciuto e accettato, perché Dio è misericordioso e non abbandonerà il suo popolo nell’infedeltà. Conclude poi il suo tentativo di dare una risposta ad un problema complesso con un inno alla misteriosa e insondabile sapienza di Dio che ha un progetto di salvezza imperscrutabile all’uomo.  Con il capitolo 12 inizia la parte “parenetica”, esortativa della Lettera. Paolo tira le conseguenze di ciò che ha affermato: resi giusti per grazia e ripieni di Spirito Santo, siamo chiamati a vivere come persone giuste, sante, guidate e istruite dallo Spirito di Cristo. Dà cioè una risposta alla domanda: Quali scelte concrete di vita deve compiere chi crede in Cristo? Quale stile di vita assumere?  Nel delineare l’ideale di vita del cristiano Paolo è guidato da tre idee di fondo: ? prendere le distanze dal mondo presente,  dalla cultura dominante. Paolo usa il termine non conformatevi, cioè siate anticonformisti; ? essere corresponsabili gli uni verso gli altri,  condividere la vita gli uni degli altri. Paolo usa molte volte “gli uni gli altri” per indicare la reciprocità nei rapporti tra credenti; ? seguire la regola d’oro:  fare all’altro ciò che vorresti lui facesse a te se fosse al tuo posto; in particolare la applica al tema dei conflitti, delle rivendicazioni fra persone.  Da queste idee di fondo (ispirate alle parole e alla prassi di Gesù) nascono delle linee generali di comportamento che ispirano poi le scelte concrete. Le molte esortazioni presenti in questi quattro capitoli si possono ricondurre ad alcune linee guida: • fare il bene e rifiutare il male; è un criterio etico presente in tutte le civiltà e le religioni ed è ripreso qui più di dieci volte; • discernere la volontà di Dio e seguirla;  per fare questo occorre essere critici verso la mentalità comune e attenti ai segni dello Spirito; • dare culto a Dio con la propria vita;  una religiosità vissuta nella vita più che nei riti, nell’obbedienza a Dio più che nelle preghiere, con le opere dell’amore più che con le opere della legge; • lasciarsi guidare dalla fede e dall’amore;  il cristiano deve avere amore verso gli altri credenti e verso tutti gli uomini, deve creare fraternità.  Cogliamo ora le applicazioni che Paolo fa di questi principi e di queste linee guida alla situazione concreta dei cristiani di Roma. 
 22Il culto spirituale (12,1-2) In questi due primi versetti Paolo inizia la parte parenetica (vi esorto, dunque, fratelli) come conseguenza delle riflessioni precedenti. Il primo aspetto che sottolinea è il rapporto con Dio: qual è la risposta del cristiano al dono di Dio, quale rapporto stabilire con lui?  Paolo parla di un culto spirituale, di una nuova forma di liturgia da offrire come lode a Dio. Questo culto in spirito e verità non è fatto di riti sacri, di offerte di animali, di preghiere e penitenze, di lunghe meditazioni e di esercizi ascetici, di elemosine e opere pie. Il culto nuovo del credente in Cristo è quello che viene dalla vita quotidiana, da tutte le azioni compiute dal cristiano. Culto gradito a Dio è l’offerta della sua vita, del suo corpo, del suo lavoro, dei suoi rapporti con gli altri, delle sue lotte per il bene, della sua vita di famiglia, delle sue sofferenze e malattie, delle sue gioie e del suo tempo libero, della cultura e dell’arte. Tutta la vita del cristiano, animata dallo Spirito e vissuta nell’amore, è culto a Dio, lode alla sua grandezza, celebrazione della sua misericordia. L’Eucaristia stessa e tutti i sacramenti sono segni che nascono dalla vita e celebrano la presenza di Dio nella vita. Se celebrano questo sono vero culto a Dio, altrimenti sono solo riti religiosi incapaci di avvicinare a Dio e spesso senza efficacia per le persone.  Ma come si celebra questa “liturgia della vita”, questo culto quotidiano? Quali segni e quali riti? Paolo chiede una scelta di fondo: non adattatevi alla mentalità di questo mondo. Il cristiano è per sua natura un “anticonformista”, uno che non segue la mentalità del mondo, della maggioranza; è uno che non fa quello che fanno tutti. La mentalità del mondo presente, cioè dell’impero romano di allora (e degli altri regni e poteri a lui soggetti o contrapposti), come quella dell’impero del libero mercato oggi (o degli altri poteri concorrenti) è opposta a quella di Cristo, del suo vangelo. Chi vuol vivere secondo lo Spirito deve prendere le distanze da questa mentalità, essere critico verso di essa.  Sorge però spontanea una domanda: si può cambiare questo mondo? Sperarlo è un’utopia? E se non si può cambiarlo, bisogna isolarsi in piccoli gruppi elitari di puri o ritirarsi in qualche convento? Paolo non parla di “cambiare questo mondo”: esso resterà sempre segnato dal peccato e dalle sue schiavitù. Non propone neppure di “fuggire” da questo mondo, come facevano i monaci Esseni o i seguaci di vari movimenti filosofici greci. Invita a cambiare se stessi: lasciatevi trasformare da Dio con un completo mutamento della vostra mente; invita a un radicale cambiamento di mentalità, di modo di pensare e di ragionare, sostituendo alla logica del mondo la logica di Cristo, all’interesse la gratuità, al potere il servizio, al piacere la gioia (vedi 2Cor 3,18; Col 3,3; Gal 2,20 e 6,14; Fil 1,21).  Questo cambiamento di mentalità ha come conseguenza la capacità di “discernimento”, cioè essere svegli, essere vigilanti, secondo l’invito di Gesù ai discepoli. E’ la capacità di capire la volontà di Dio nei fatti della vita e avere la forza di fare delle scelte coerenti. Allora il cristiano darà lode a Dio con tutta la sua vita e diventerà, in “questo mondo”, un segno del regno dei cieli offerto a tutti gli uomini e già presente in chi vive secondo lo Spirito.  Oltre a Gv 4,24 (adoreranno Dio in spirito e verità), anche 1Pt 2,5-11 parla di questo culto spirituale offerto a Dio da tutti i credenti, considerati dei sacerdoti che consacrano a Dio la loro vita in forza del loro battesimo. Come Paolo, anche Pietro lega questo culto spirituale alla scelta di prendere le distanze dai desideri (cioè le aspettative, le brame) di questo mondo (visto come tenebre) per vivere in esso come stranieri ed esuli, perché cittadini di un altro regno, il regno della verità, come dirà Gesù a Pilato, legale rappresentante del più potente regno di questo mondo.  Certamente questo impegno a “non conformarsi”, ma a “trasformarsi” non è realizzato una volta per sempre con il battesimo: è il cammino di tutta la vita del cristiano e della stessa Chiesa. La nostra generazione ha vissuto e sta vivendo un tempo nel quale lo Spirito sta impegnando la Chiesa (e ogni 23singolo cristiano) a un radicale cambiamento di mentalità rispetto al modo di vivere il culto a Dio e il rapporto con questo mondo. Pensiamo ai temi della pace, della giustizia, dell’etica economica, della salvaguardia del creato, del valore della vita, della sperimentazione genetica… al primato della Parola nella liturgia e nella catechesi, al dialogo ecumenico e interreligioso, alla pietà popolare e allo stile di preghiera… E’ un cammino ancora molto lungo e faticoso, ma essenziale per una riproposta della fede in modo adatto e comprensibile al mondo moderno. I carismi a servizio della comunità (12,3-8) Il secondo aspetto che Paolo prende in considerazione sono i rapporti dei cristiani all’interno della comunità. In particolare affronta un aspetto che creava difficoltà in molte Chiese: i carismi, cioè quei doni particolari che lo Spirito Santo elargiva ai credenti per aiutare la diffusione del vangelo. Alcuni cristiani ne facevano motivo di vanto, di autoesaltazione e di giudizio sugli altri (vedi 1Cor 12-14 dove Paolo parla ampiamente di questo problema). Noi oggi viviamo un problema simile in rapporto ai gruppi, ai movimenti ecclesiali, alle associazioni di rinnovamento della fede…). La riflessione di Paolo si articola attorno a questi punti.  v.3: Dico a ciascuno di non sopravvalutarsi, ma di valutarsi secondo la misura della fede che Dio gli ha dato.  La prima raccomandazione è quella di restare con i piedi per terra, senza esaltazioni. La cosa fondamentale del cristiano è la fede in Cristo, il rapporto con lui, non i doni particolari. Il primo impegno è quello di crescere fino alla statura adulta di Cristo in noi (Ef 4,11-16).  vv.4-5: Siamo tutti uniti a Cristo e siamo uniti agli altri come parti di un solo corpo. Riprendendo l’immagine del corpo umano, Paolo richiama al valore fondamentale della comunità cristiana: l’unità nella fede in Cristo e nella comunione tra tutti i suoi membri. L’unità profonda della Chiesa è l’amore a Cristo e tra le persone. Questo è l’essenziale della comunione.  vv.6-8: Secondo la capacità che Dio ci ha dato noi abbiamo compiti diversi. L’unità profonda nella fede e nell’amore non vuol dire, però, uniformità delle scelte o sottomissione ad un unico capo. L’unità e la comunione nella Chiesa è vissuta nella pluralità dei doni, delle scelte, dei modi di incarnare la fede e di vivere la missione. Unica fede e missione; pluralità di doni, di ruoli, di ministeri, di modi di viverla e annunciarla. Dando per scontato questo “pluralismo” (oggi non ancora ben digerito nella Chiesa) Paolo fa un’ulteriore osservazione: ognuno resti nel suo ambito, secondo il suo carisma, senza voler prevaricare sugli altri o giudicarli. Ognuno cerchi di fare bene il suo servizio per la crescita di tutta la comunità. Allora i carismi saranno una ricchezza e non un motivo di divisione nella Chiesa. L’amore è la scelta di fondo del cristiano (12,9-21) Dopo aver sottolineato il rapporto con Dio e i rapporti all’interno della comunità, Paolo propone quella che è la scelta di fondo (oggi noi la chiamiamo: l’opzione fondamentale) del cristiano: l’amore fraterno e verso tutti. Ripropone così un aspetto centrale dell’annuncio di Cristo sull’unico comandamento e sul modo concreto di viverlo (vedi Mt 12,28-34; Lc 10,25-37; Gv 13,31-35).  I primi versetti riguardano i rapporti fra cristiani, gli ultimi versetti i rapporti con gli altri.  v.9: Il vostro amore sia sincero. Il termine usato da Paolo indica “senza ipocrisia”, senza doppi fini o interessi personali. Anche l’amore fra le persone va sempre verificato nelle sue motivazioni, nelle scelte concrete che ispira, negli atteggiamenti che assume. L’invito è ad amare in modo semplice, schietto, disinteressato. Questo non è (e non sarà mai) né facile né scontato. 
 24v.10: Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno. La reciprocità e la fraternità sono i segni dell’amore cristiano. Questo vuol dire prima di tutto l’eguaglianza fra tutti, senza “padri” o “madri”, capi o padroni, maestri o dottori, perché voi siete tutti fratelli (Mt 23,8-10). Vuol dire, poi, la stima degli uni verso gli altri, nella varietà dei doni ricevuti e del proprio ruolo nella comunità, senza false umiltà o sottili ricatti, senza passività o ruoli privilegiati, senza svalutazioni o titoli onorifici. L’amore porta gioia, responsabilità, libertà.  vv.11-12: Siate impegnati, non pigri. L’amore non tollera la pigrizia, il dilazionare, lo scaricabarile, la musoneria. L’amore è servizio sollecito e attento, fatto con costanza, con tenacia, con gioia. La vita del cristiano è vissuta nella serenità, non nell’esaltazione; nella fortezza, non nell’autoritarismo; nella pazienza, non nella rassegnazione; nella fiducia gioiosa in Dio, non nel calcolo interessato.  v.13: Siate pronti ad aiutare chi è nel bisogno. E’ il tema della solidarietà tra credenti e tra Chiese, vista e vissuta come segno di comunione (vedi colletta per i poveri di Gerusalemme). L’aiuto nel bisogno (e non solo materiale!) è un’espressione concreta dell’amore fraterno. Un’altra espressione di esso è l’ospitalità verso i credenti o i missionari itineranti che facevano visita alle comunità o, più in generale, l’apertura del proprio cuore e delle proprie case ai bisognosi, a chi chiede un aiuto.  v.14: Chiedete a Dio di benedire quelli che vi perseguitano. Ora Paolo allarga il suo sguardo a tutti gli uomini, ad ogni persona che il cristiano incontra nella sua vita quotidiana. Per i rapporti con i persecutori si rifà ad un detto e alla prassi di Gesù riportata nei Vangeli (vedi Mt 5,44; Lc 23,34), anticipando un messaggio che riprenderà varie volte: rispondere al male con il bene, all’offesa con il perdono, all’ingiustizia con un atteggiamento e delle scelte positive, costruttive. Da notare che Paolo non dice: benedite quelli che…, ma dice di chiedere a Dio la forza di farlo, ben sapendo la difficoltà dell’uomo ad assumere questi atteggiamenti. Solo la forza della preghiera e la contemplazione dell’esempio di Cristo possono aprire il cristiano alla gratuità del perdono e della nonviolenza insegnata e vissuta da Gesù di Nazaret.  vv.15-16: Siate felici con chi è nella gioia, piangete con chi piange. E’ il tema della condivisione della vita delle persone: l’amore fraterno si spinge fino alla condivisione di tutti i momenti di vita dei fratelli. Ma perché ci sia vera solidarietà bisogna togliere ogni arrivismo: l’arroganza e l’orgoglio sono la morte della fraternità e portano allo sfruttamento, non alla condivisione. Lo stesso vale anche nell’impegno verso i poveri e nelle scelte a servizio del bene comune della società.  vv.17-21: Vivete in pace con tutti. Ritorna il tema della nonviolenza attiva. Lo stile del cristiano supera la vendetta, l’istinto di ricambiare il male ricevuto; persegue invece la pace, anche nelle situazioni più difficili, anche di fronte alla violenza fanatica e gratuita. Pur volendo difendere il bene comune e le persone innocenti; pur dovendo a volte constatare l’impossibilità del dialogo e della riconciliazione per l’ostinato rifiuto dell’altro, il cristiano cercherà sempre di non lasciarsi vincere dal male, ma di vincere il male con il bene. A volte il perdono gratuito sarà l’unica scelta possibile, sarà la testimonianza da lasciare impressa nella mente e nel cuore delle persone, affidando a Dio l’efficacia di essa (come ci hanno insegnato a fare Gandhi e molti altri dopo di lui). I doveri civili del cristiano (13,1-7) Continuando la riflessione sui rapporti con i noncredenti, Paolo affronta un problema che doveva essere vivo e dibattuto nelle comunità cristiane delle origini: quale rapporto bisogna tenere con l’autorità civile? E’ giusto collaborare con essa (anche se perseguita la Chiesa e fa scelte contrarie al vangelo) o bisogna opporsi (facendo obiezione di coscienza al suo culto, alle tasse, al servizio militare; dimettendosi dalle cariche pubbliche…)?  
 25Era un problema molto sentito nel mondo ebraico (vedi l’interrogativo posto a Gesù sulla liceità del pagamento delle tasse all’imperatore romano in Mt 22,15-22), ma anche nelle comunità cristiane. Nel Nuovo Testamento ci sono riportati atteggiamenti e scelte diverse: Pietro e Giovanni fanno obiezione di coscienza all’ordine dell’autorità legittima (At 4,19 e 5,29); Pietro nella sua Prima Lettera invita alla sottomissione (1Pt 2,13-17); Paolo esorta a pregare e a sottomettersi alle autorità costituite (1Tm 2,2; Tt 3,1); Giovanni nell’Apocalisse giudica invece l’impero romano come il regno di satana e invita i cristiani a prendere le distanze da esso: uscite da Babilonia, popolo mio, per non diventare complici dei suoi peccati (Ap 18,4).  In questi versetti Paolo paga un forte tributo alla cultura del suo tempo e alla sua scelta di non dire male del mondo romano, per non frapporre ostacoli alla missione di evangelizzazione. Forse lui stesso, come cittadino romano, condivideva una scelta di tolleranza verso l’impero e di giustificazione delle sue scelte. Anche su questo aspetto la sua posizione è netta e senza riserve: bisogna essere sottomessi, osservare le leggi in vigore, pagare tutte le tasse e compiere i doveri civili richiesti dal proprio stato. Forse l’idea della fine del mondo imminente e l’urgenza della missione gli facevano ritenere queste problematiche poco rilevanti, se non fuorvianti.   Quello che oggi ci fa più problema è la giustificazione di ogni autorità come proveniente da Dio, senza interrogarsi su come ha raggiunto il potere e su come lo esercita. E’ una concezione sacrale del potere che è rimasta in auge fino al secolo scorso, ma che noi oggi rifiutiamo. In questi versetti comunque possiamo cogliere un invito di Paolo alla lealtà nell’impegno civile, alla responsabilità nel contribuire al bene comune, alla partecipazione attiva nel miglioramento della società, nei modi e con gli strumenti che essa si è data. L’amore fattivo e vigilante (13,8-14) A conclusione di questa parte esortativa sui rapporti fraterni, Paolo ritorna al fondamento di tutto: il comandamento dell’amore come compendio di tutta la Legge e di tutte le leggi. Nell’amore fattivo verso tutti è racchiusa ogni legge e ogni morale: da esso tutte derivano e ad esso tutte tendono.  Paolo rafforza questo invito richiamando la dimensione finale, il ritorno del Signore: per il cristiano questa prospettiva è fonte di atteggiamenti di coerenza:   state svegli, secondo il monito evangelico delle parabole dei servi;  buttate via le opere delle tenebre, cioè tutti quegli atteggiamenti e quelle scelte secondo la mentalità di questo mondo, secondo lo stile di chi pensa solo a se stesso;  prendete le armi della luce, cioè tutte le scelte di vita che sono ispirate alla fede e all’amore, che sono suggerite dallo Spirito Santo e dalla retta coscienza.  Nell’ultimo versetto riassume e conclude l’esortazione riproponendo ancora una volta la scelta di fondo che deve guidare la vita del cristiano: non soddisfare i desideri dell’egoismo, ma vivere uniti a Gesù Cristo. E’ il motivo di fondo che fa da filo conduttore non solo a questa parte parenetica o alle Lettere di Paolo, ma a tutto il Nuovo Testamento.  
 26LA COMUNIONE NELLE DIVERSITA’ Il capitolo 14 e la prima parte del 15 formano un’unità letteraria a se stante perché sono la risposta di Paolo ad un problema presente nella Chiesa di Roma come lo era (anche se con caratteristiche e motivazioni diverse) nelle Chiese di Corinto (1Cor 8), della Galazia (Gal 4,10), di Colosse (Col 2,16-23): la presenza nella comunità di due gruppi contrapposti (che Paolo identifica con i termini di forti e deboli nella fede), in contrasto tra loro per motivi di osservanze religiose sui cibi che si potevano mangiare e sui calendari delle feste. Questo problema sarà ancora presente in alcune Chiese citate nell’Apocalisse (Pergamo, Tiatira).  I termini forti e deboli nella fede non si riferiscono tanto alla fede esplicita in Gesù Cristo e all’accoglienza della salvezza come dono gratuito di Dio (comune a tutti), quanto piuttosto al modo concreto di vivere questa fede. Il conflitto riguardava le tradizioni religiose da mantenere o togliere. I deboli erano vegetariani rigidi e scrupolosi (per non contaminarsi o per motivi ascetici) e osservavano digiuni e preghiere in giorni particolari della settimana, del mese, dell’anno.  I forti non seguivano queste regole di purità rituale o di ascetismo, perché ritenevano che la fede in Cristo aveva liberato i credenti da queste cose esteriori e li impegnava solo all’amore reciproco. Paolo stesso si colloca tra i forti nella fede (15,1; 1Cor 8,1 e 9,22), a differenza di Giovanni che invece li condanna con durezza.  Oggi noi useremmo i termini di “tradizionalisti” (legati cioè alle tradizioni della cultura contadina, ai precetti della Chiesa e alla pratica religiosa) e “progressisti” (che vivono la fede senza troppi legami con la pratica religiosa e i precetti della Chiesa e propugnano un modo più essenziale di esprimerla nella società secolarizzata). In modi e con caratteristiche diverse questi due termini oggi sono applicati anche alle varie Chiese cristiane (Ortodossi, Protestanti, Cattolici) e ai vari movimenti ecclesiali, sia a livello di Chiesa universale, che all’interno delle singole Chiese.  Forti e deboli, progressisti e conservatori, innovatori e tradizionalisti: sono  termini per sottolineare  modi diversi di vivere la fede e di rapportarsi con le espressioni religiose che la incarnano.  Certamente l’esortazione all’amore vicendevole e verso tutti è il fondamento e lo stile di vita del cristiano e impegna tutti a viverlo con coerenza e creatività, ma poi come collocarsi rispetto alla religione tradizionale e alle forme che essa ha assunto nei vari popoli e culture? La fede annulla la religione (con i suoi riti, pratiche, credenze, regole di vita) o si incarna in essa, esprimendosi in modi diversi secondo le varie culture e secondo le inclinazioni e i bisogni delle persone?   E’ sempre lo stesso problema affrontato riguardo alla legge mosaica e alla circoncisione: è il problema del pluralismo nei modi di vivere l’unica fede, senza assolutizzarne nessuno e senza farlo diventare motivo di giudizio verso gli altri credenti. Si può accogliersi come fratelli pur vivendo con tradizioni religiose e regole di vita differenti? Quali sono le cose irrinunciabili e quelle invece legate alla cultura e alle tradizioni degli uomini? Gesù stesso ha vissuto questo problema nei confronti della sua religione e del modo libero con cui ne interpretava le regole (Mt 9,14-17; 12,1-8; 15,1-20).  Paolo è sempre stato uno strenuo difensore e propugnatore del pluralismo nel vivere la fede in Cristo, rifacendosi spesso all’immagine della Chiesa come corpo o come casa di Dio. Anche in questa Lettera riprende queste immagini invitando a vivere una salda e totalizzante appartenenza a Cristo, nel rispetto delle diversità e nell’accoglienza di tutti come fratelli. Riprende perciò le due linee guida già date (vivere per Cristo e fare ciò che è bene per gli altri) e le applica alla situazione particolare della Chiesa di Roma. Ecco i punti principali che sviluppa. 
 27Non giudicare il fratello (14,1-12) Il primo atteggiamento concreto nel quale si traduce il comandamento dell’amore del prossimo è quello di non giudicare. In questi 12 versetti Paolo lo ripete in vari modi molte volte, affermando che l’unico giudice delle persone è Dio. Solo lui può giudicare, mentre noi dobbiamo accoglierci come fratelli. Questo invito è rivolto sia ai forti che ai deboli, perché i giudizi e le durezze sono da entrambe le parti. Non giudicare ma accogliere!
  Un secondo aspetto, che Paolo sottolinea come un valore morale generale per orientare le scelte e rispettare le diversità delle persone, è espresso dalla frase: quello che importa è che ognuno agisca con piena convinzione, cioè che ognuno segua la sua coscienza e agisca non per adeguarsi alle mode o per desiderio di anticonformismo, per sete di libertà ad ogni costo o per paura dei castighi, ma per convinzione interiore e per scelta personale. L’ultima istanza morale nell’agire delle persone è la coscienza, costantemente illuminata dalla fede e verificata dal confronto con la comunità. Seguire la propria coscienza!
  Su questo aspetto del primato della coscienza si aprirebbe un lungo dibattito nella Chiesa cattolica, che negli ultimi secoli ha privilegiato invece la dipendenza dal magistero a scapito della coscienza. Pur affermando la necessità di formare la coscienza nell’ascolto della parola di Dio, nel confronto con la comunità e con il magistero della Chiesa, il Concilio Vaticano II ha riconosciuto che l’ultima istanza resta alla coscienza. Va perciò salvaguardata la libertà religiosa e il rispetto di ogni persona e di ogni scelta. Questo rispetto va vissuto anche all’interno della Chiesa, sia nei confronti delle opinioni espresse (libertà di ricerca), sia riguardo ai comportamenti (libertà di sperimentazione). Certamente il cammino è ancora lungo per far maturare a livello di tutta la comunità cristiana questi orientamenti e tradurli in prassi concreta delle Chiese; ma almeno si è invertita la rotta!  L’atteggiamento fondamentale del cristiano è espresso dalla frase: nessuno di noi vive per se stesso o muore per se stesso, perché se viviamo, viviamo per il Signore… Il cristiano agisce con retta coscienza se non vive per se stesso, per essere felice lui, per soddisfare i suoi desideri, per mettersi in mostra, per avere sempre ragione, per trionfare e imporsi sugli altri… Il cristiano è chiamato a vivere come Cristo è vissuto, a seguire il suo esempio. Imitare Gesù Cristo!
 Non essere d’inciampo al fratello (14,13-23) In questa seconda parte del capitolo Paolo riprende e approfondisce i tre punti già sviluppati prima.  L’invito “non giudicare ma accogliere” ora diventa: non fate nulla che possa essere occasione di caduta o di scandalo per il vostro fratello. La sicurezza personale che porta a fare delle scelte di libertà senza tener conto delle persone e del loro cammino, può diventare motivo di scandalo, di perdita della fede per chi è debole o scrupoloso; così come il moralismo gretto, le tante regole e le condanne possono scandalizzare e allontanare dalla fede chi è tentennante o “sulla soglia”. Paolo invita a non guardare solo a se stessi, ma ad essere attenti anche agli altri; a non vivere una libertà interiore come egoismo, ma a viverla nell’amore e per la crescita delle persone; a non assolutizzare la propria scelta individuale, ma a rispettare le scelte degli altri.  E’ la solidarietà la prima norma nell’agire del cristiano, non la libertà personale!  Il secondo invito “seguire la propria coscienza” diventa ora: beato colui che non si sente colpevole nelle sue scelte. Paolo ritorna di nuovo sul primato della coscienza nelle decisioni sulle scelte da compiere ed aggiunge un principio morale di grande libertà, riprendendo l’insegnamento di Gesù sul codice di purità: niente è impuro in sé! Le cose, i fatti, i gesti non sono puri o impuri, buoni o cattivi in se stessi, ma sono le persone e le loro intenzioni a renderli tali. Il bene e il male sono nel 28cuore delle persone, non nelle cose; negatività o positività dipendono non dai fatti in se stessi, ma dal valore che viene dato ad essi da chi li compie. La morale sta nel cuore delle persone e nelle intenzioni con cui fanno le scelte, non negli atti in se stessi. Ognuno deve seguire la propria coscienza e verificare le motivazioni delle sue scelte. La coscienza però va formata e illuminata dalla fede e dall’amore verso gli altri e non deve essere guidata solo dalla convinzione personale. La libertà va sempre coniugata con l’amore e con il cammino della comunità!  Il terzo invito “imitare Gesù Cristo” ora viene ritradotto nella frase: il regno di Dio non è fatto di questioni che riguardano il mangiare e il bere, ma è giustizia, pace e gioia che vengono dallo Spirito Santo. Ancora una volta Paolo invita i cristiani ad andare all’essenziale, a cogliere ciò che ha veramente importanza. Non ha senso dividersi e lottare su cose esteriori, su usi e costumi particolari, su tradizioni umane e sicurezze passeggere. Ciò che conta, ciò che realizza il regno di Dio tra gli uomini non sono i riti religiosi, le teologie o i precetti morali…, ma la giustizia, la pace, la gioia di vivere, la forza di superare il male, la riconciliazione, il dono della vita per gli altri. Questo è l’impegno fondamentale per tutti i cristiani, lasciando poi e accettando che ognuno viva e si regoli secondo le sue tradizioni e le sue inclinazioni personali.  Questa impostazione di fondo diventa importante oggi sia all’interno della Chiesa (nei rapporti tra istituzioni, movimenti, associazioni, gruppi, parrocchie, singoli credenti); sia nei rapporti tra Chiese cristiane; sia nel dialogo interreligioso e con i noncredenti: tutti impegnati a costruire la giustizia, la pace, il rispetto della vita e dell’ambiente, la salvaguardia dei valori morali. Questo impegno deve unire tutti, nel rispetto delle diversità e nel pluralismo delle scelte e dei modi di vivere.   Paolo alla fine fa un’osservazione : chi serve Cristo in questo modo piace a Dio ed è stimato dagli uomini. Questo è vero oggi, come lo è sempre stato nella storia: le persone rette e che cercano il bene dell’umanità sono gradite a Dio e stimate dagli uomini, a qualsiasi razza, cultura, religione, condizione sociale appartengano. Invece gli integralismi e le durezze ideologiche, il proselitismo e l’imporre le proprie idee con la forza, le scomuniche e i boicottaggi non hanno mai creato il bene e non fanno progredire l’umanità.  Il capitolo si conclude con una massima riassuntiva di tutto il discorso: tutto quello che non viene dalla fede è peccato, che non vuol dire che senza la fede esplicita non si faccia il bene, ma che è male tutto ciò che viene dall’egoismo, dal pensare solo a se stessi, alla propria libertà individuale. Servire il fratello (15,1-13) Anche in questa terza parte della sua esortazione circa il problema delle lotte tra forti e deboli nella fede Paolo riprende i punti già enunciati, arricchendoli con degli approfondimenti biblici.  L’invito “non giudicare ma accogliere”, “non scandalizzare ma andare incontro” si arricchisce di un altro passo: prendersi a cuore chi è debole, cioè mettersi a servizio della sua crescita nella fede. Il passaggio è sempre da quella libertà che guarda solo a se stessa, a una libertà che si mette a servizio dell’altro, che si impegna a mettersi al suo passo, a camminare insieme. Da notare che Paolo non invita alla sopportazione (o alla rassegnazione di chi ritiene che le persone non possano cambiare), al conformismo, all’adeguamento al livello più basso; invita a progredire nella fede e nella libertà, ma camminando insieme, senza fughe in avanti o posizioni di resistenza preconcetta e nostalgica. Il cristiano si concentra non su ciò che piace a lui, ma su ciò che è utile per tutti; non sulle idee e i gusti personali, ma su ciò che fa crescere la comunità. 
 29Il secondo aspetto, quello del primato della coscienza, è ripreso con una riflessione sul valore della parola di Dio come guida del credente: la Bibbia è un dono di Dio per formare gli uomini al bene. Questo brano, inserito qui quasi per caso e legato alla necessità di riferirsi alla parola di Dio nelle decisioni da prendere, ha assunto un valore grandissimo nel Concilio Vaticano II per chiarire il senso ed i limiti dell’ispirazione delle Sacre Scritture. La Bibbia non fornisce istruzioni sulla scienza, sulla storia, sulla politica, sulla morale spicciola, sugli usi e i costumi umani e religiosi. La Bibbia è la guida per la formazione della coscienza delle persone e delle comunità, per discernere i valori che fanno crescere nella fede, nella speranza e nell’amore. La Bibbia è sostegno e forza nel cammino della fede e va letta sotto la guida dello Spirito. La Parola ci è stata data per illuminare la coscienza e guidarci verso il bene, non per insegnarci la storia, la geografia, la scienza, l’economia, la politica, gli usi e i costumi che gli uomini devono tenere.  Il terzo aspetto, quello dell’imitazione di Cristo, è qui riaffermato con chiarezza: accoglietevi quindi l’un l’altro, come Cristo ha accolto voi. A più riprese Paolo si riferisce all’esempio di Cristo come fatto normativo per il cristiano. Bisogna farsi servitori dei fratelli come Cristo, cercare, come lui, ciò che è bene per tutti, sia per chi condivide le nostre scelte, sia per chi fa scelte diverse. L’imitazione di Gesù Cristo è il criterio normativo per le scelte del cristiano, prima e oltre le direttive della Chiesa, prima e oltre le leggi e le tradizioni, prima e oltre l’essere tradizionalisti o progressisti, praticanti o “lontani”. Seguire Gesù Cristo camminando insieme nella Chiesa come fratelli, con l’umiltà, la libertà e il coraggio dei figli di Dio. 
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